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Amore e silenzio - La spiritualità del Vangelo
La spiritualità di cui abbiamo dato i principi e abbozzato lo svolgimento, non è nuova, e noi non abbiamo assolutamente la pretesa di passarla per tale.. Al contrario, noi vorremmo che si comprendesse, leggendo il Vangelo, che è la vita tracciata alle anime da Nostro Signore stesso.
Quando si parla della religione cristiana e soprattutto della vita interiore, si insiste, in genere, con istanza sui doveri che ci incombono, sui nostri obblighi. E non si mostrano abbastanza i tesori di bellezza e di gioia che Dio riserva, qui in terra, all'anima fedele.
Ci sembra che accanto ai nostri DOVERI converrebbe far figurare anche il nostro AVERE soprannaturale, e si vedrebbe allora che Dio ci domanda quel che noi possediamo e quel che noi siamo ‑ cioè, pochissime cose per darci in cambio sé stesso, la sua vita eterna, beata e infinita. Questo scambio divino è esattissimamente dichiarato nel Vangelo mentre molti autori spirituali, lasciando da parte le ricchezze che ci sono immediatamente promesse dalla generosità di Cristo, disconoscono la vera natura delle nostre relazioni con Dio.
Senza dubbio, è necessario morire. E' la condizione necessaria per arrivare all'unione. L'Antico Testamento già ne fà menzione: "Nessun uomo può vedermi e restare vivo" (Es. 33,20). Nostro Signore l'afferma con una forza terribile. Le esigenze del suo amore sono inesorabili. Egli domanda agli uomini un sacrificio totale che nessun dottore della sapienza umana avrebbe osato domandare loro.
"Se non vi convertirete, perirete tutti" (Le. 13,3). ‑ "Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso. prenda la sua croce e mi segua" (Mt. 16,24). ‑"Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre ... e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo" (Le. 14,26).
I consigli degli asceti più rigorosi non fanno che ripetere queste minacce, senza riprodurre, spesso, l'accento della loro violenza divina.
Quel che è richiesto, se noi vogliamo seguire Gesù, è l'immolazione di tutto il nostro essere, immolazione sanguinosa e totale. La minima restrizione, il minimo calcolo sono sufficienti per contrariare i desideri di Nostro Signore: “Poiché io sono il Signore che amo il diritto e odio la rapina" (Is. 61,8). "Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio (Le. 9,62). “Poichè tu sei tiepido ... sto per vomitarti dalla mia bocca" (Ap. 3,16).
Questi precetti e questi consigli insistenti che ci spingono, con tanta forza, a morire a noi stessi, non costituiscono però che un lato, il lato negativo, della dottrina di Nostro Signore.
Se noi vogliamo conoscere pienamente il suo pensiero, dobbiamo rileggere soprattutto il quarto Vangelo. Nei Sinottici, infatti, il Salvatore si esprime quasi sempre attraverso dei simboli. Ma in S. Giovanni (14‑18). Egli dichiara esplicitamente il disegno del suo amore e ci fa comprendere perché esiga da noi, con tanto rigore, il sacrificio della nostra miserabile vita: perché possa essere sostituita dalla vita divina.
Non si mediteranno mai troppo queste pagine che costituiscono il testamento spirituale di Nostro Signore. Esse fanno apparire terribilmente sbiaditi e insignificanti tutti gli autori di spiritualità: il Vangelo, tra tutti i libri ascetici, è il più severo e imperioso; ed è anche nei suoi inviti alla vita soprannaturale e nelle sue promesse d'intimità con Dio più audace, più sicuro e più generoso di qualsiasi altro trattato di orazione mistica.
In questi quattro capitoli di S. Giovanni, Nostro Signore ci annuncia la sua intenzione di rivelarci il supremo segreto della sua dottrina senza parlare più in figure ed enigmi; ed i suoi discepoli finalmente lo capiscono: "Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini" (16,29). Possiamo dunque considerare il discorso dopo la Cena e la Preghiera sacerdotale come il riassunto e la chiave di tutto l'insegnamento di Nostro Signore.
La necessità della penitenza e della mortificazione è indicata in alcuni versetti che ricordano le esortazioni svolte negli altri Vangeli. Non può esserci amore senza la fedeltà ai precetti che abbiamo citato poco fa, non si può pretendere di seguire Gesù, ad essere suoi amici, se si rifiuta di portare la propria croce: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti" (14,15). Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva.” questi mi ama" (14,21). “Voi siete miei amici, se farete ciò che Io vi comando" (15, 14).
L'obbedienza ai comandamenti è il distintivo che separa dal mondo i discepoli eletti: "Signore, come è accaduto che devi manifestarTi a noi e non al mondo?" E Gesù risponde: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola... " (14,22 e 23). E questa frase basta a giustificare la condanna del mondo.
Nostro Signore non nasconde agli Apostoli le sofferenze e le contraddizioni che li attendono nella via della rinuncia: "Se foste nel mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo... per questo il mondo vi odia (15,19). '7o ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come Io non sono del mondo (17,14). Poi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà" (16,20). Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; Io ho vinto il mondo!" (16,33).
Ma l'obbedienza e la pazienza non sono dei fini. "Parte per l'arte" è una forma inaccettabile, perché nessuna cosa creata è fine a se stessa. E questo discorso vale anche per la virtù, è un ideale meschino e scoraggiante al tempo stesso, perché impossibile ad essere realizzato. Colui che lascia il mondo per la povera gioia di credersi perfetto, o che lotta contro il mondo per sentirsi vincitore e conquistare la sua propria stima, non raggiungerà altro che una nobiltà illusoria e si ritroverà in mezzo alle stesse opere per le quali si sforza di lasciarlo.
Nostro Signore vuole che noi facciamo il vuoto nel nostro cuore, ma per riempirlo nel divino; e tale purificazione è sempre incompleta se essa non termina in questa pienezza, nello stesso modo che la vita divina non si saprebbe schiudere in noi se noi non facessimo sforzi per staccarci dal creato. Questa morte a sé stessi e questa vita in Dio sono inseparabili: l'una senza l'altra rimane abortita.
Ascoltiamo le promesse di Gesù a coloro che avranno osservato la sua parola: promesse che Egli vuole compiere in ciascuno di noi, che Egli arde dal desiderio di realizzare con divina impazienza:
Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'Io lo amerò e mi manifesterò a lui".Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (14,21 e 23). 1n quel giorno saprete che Io sono nel Padre e voi in me e Io in voi" (14,20). Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità... Egli dimora presso di voi e sarà in voi" (14,16‑17).
Questa mutua inabitazione, questa fusione, questa “intimità stupefacente" con le Tre Persone Divine: ecco lo scopo superiore che bisogna far intravedere alle anime fin dall'inizio della vita spirituale; questo è il desiderio e questa è la volontà di Nostro Signore. Non basta spingere le anime VERSO un ideale celeste, bisogna farle entrare NEL Regno di Dio, e far loro comprendere che esso è, fin dalla vita presente, la loro eredità: Yl Regno di Dio è in mezzo a voi" (Le. 17,2 1).
Fuori di questa vita d'unione con Nostro Signore e di questa società con il Padre e lo Spirito Santo, che ne è la conseguenza, non esiste vita spirituale profonda, ne vera fecondità soprannaturale.
Rimanete in me e Io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, cosi anche voi se non rimate in Me... Chi rimane in Me ed io in lui, fa molto frutto perché senza di Me non potete far nulla" (15,4‑5).
Chi non rimane in Me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi li raccolgono e li gettano nel fuoco e li bruciano. Se rimanete in Me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio" (15,6‑8).
La preghiera silenziosa delle anime unite a Nostro Signore e vive della sua vita è di una potenza sovrumana: "In quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre mio nel mio nome, Egli ve la darà" (16,23). Un quel giorno chiederete nel mio nome e Io non vi dico che pregherò per voi il Padre: il Padre stesso vi ama poiché voi mi avete amato, e avete creduto che Io sono venuto da Dio" (16,26‑27).
L'anima che si è aperta al Verbo divino, che L'ha accolto come la Santa Vergine, diviene come Maria un trono di Sapienza. Nostro Signore fa esplicitamente all'anima, nella quale Egli viene ad abitare insieme al Padre e allo Spirito Santo, la promessa di questo dono sconosciuto per il mondo: Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che Io vi ho detto" (14,26). Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi" (15,15). "Quando però verrà lo Spirito di verità, Egli vi guiderà alla verità tutta intera". (16,13).
Questa conoscenza è la vita eterna cominciata fin da questa terra: "Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l'unico vero Dio è Colui che hai mandato, Gesù Cristo" (17,3). Perché non si tratta di una scienza teorica, astratta; ma di una sapienza vissuta, piena d'amore, risplendente di carità, di misericordia e di dolcezza. Il torrente dell'amore divino inonda l'anima attenta e fedele per zampillare verso la sua sorgente e spandersi all'infinito sulle anime. Di mano in mano che questo amore diviene più generoso e più intenso, l'anima è arricchita di una conoscenza più profonda che vi fa crescere intorno la carità: "Rimanete nel mio amore" (15,9). Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'Io lo amerò e mi manifesterò a lui" (14,21).
Quando l'intelligenza e la volontà sono così purificate e riportate al loro Principio, quando l'anima è attirata nella vita divina, essa conosce finalmente la vera gioia. "Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" (15,11). 'La vostra afflizione si cambierà in gioia... e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia" (16,20 e `). Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me ... Vi lascio la pace, vi do la mia pace" (16,33 e 14,27).
Nella semplicità luminosa e nella sicurezza profonda di una vita divinizzata fino al centro, l'anima gode di sentir realizzate in sé stessa le supreme parole della Preghiera sacerdotale: "Perché tutti siano una sola cosa. Come Tu, Padre sei in me ed Io in Te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che Tu mi hai mandato. E la gloria che Tu hai dato a me, Io l'ho data a loro perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e Tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che Tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me" (17,21‑23). |