Amore e silenzio - Principi della vita spirituale

Il fine soprannaturale

La vita di fede

La presenza naturale di Dio in tutte le cose

La presenza soprannaturale di Dio nelle anime

Il peccato mortale priva l'anime di questa presenza

Come Dio e soprannaturalmente presente in noi?

Vivere la presenza soprannaturale di Dio

 

 

Il fine soprannaturale

 

Se gettiamo uno sguardo sincero sul passato della nostra vita spirituale, ri­maniamo stupiti, e forse accasciati, per la lentezza o, addirittura, per la nullità dei nostri progressi. Perché tanti sforzi sono rimasti sterili? Perché dopo tanti anni di vita ascetica, dobbiamo riconoscere le stesse debolezze, registrare le stesse cadute? Non avremo, fin dall'inizio, dimenticato l'essenziale, non avremo sbagliato cammino?

 

Infatti, non c'è che una sola porta per la quale si può entrare nel regno spirituale. Invano abbiamo tentato di penetravi da un'altra parte; dovevamo urtare contro barriere insormontabili. Eravamo simili a dei ladri maldestri che tentano di penetrare con astuzia in una proprietà ben difesa. "Chi non entra per la porta, è un ladro e un brigante" (Gv. 10,1). Questa porta unica è Cristo, è la fede in Cristo: fede che la carità vivifica, e che, consolidando il nostro cuore, gli permette in un ritorno d'amore, di ardere più intensamente e di risplendere sempre di più, immagine viva della carità divina.

 

Bisogna dichiarare senza scusa la perfetta inutilità di un ascetismo che non ha altro ideale che il perfezionamento dell' “io”, di questo ascetismo che ben po­trebbe essere chiamato "egocentrismo". I suoi risultati sono molto scarsi, e molto fallaci sono i frutti che se ne ricavano; chi non ha seminato che secondo l'uomo non mieterà che frutti umani.

 

L'ascetismo cristiano si fonda interamente su un principio divino e questo stesso principio lo ispira, l'anima e lo con­duce al suo termine: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente" (Dt. 6,5 e Mt. 22,37). E' il riassunto e l'essenza del­l' antica Legge: la nuova Legge non fa che riprendere questo primo e supremo co­mandamento, spiegarlo e promulgarlo universalmente in tutta la sua semplicità e forza divine. Bisogna, fin dall'inizio del­la vita spirituale, orientare l’anima verso questa totalità dell'amore, verso Dio solo. Agire in altro modo, significa disconosce­re il senso profondo del Cristianesimo. Significa ritornare allo sforzo egoista, al­l'egoismo vanitoso di certe morali pagane ‑ stoicismo di ieri e di oggi ‑ dolorosa ri­cerca di un orgoglio meschino!

 

Se noi ci potessimo convincere una volta per tutte della verità delle parole del nostro divino Maestro: "Senza di me non potete far nulla" (Gv. 15,5), come la nostra vita cambierebbe aspetto! Se noi riuscissimo a compenetrarci della dottri­na di vita contenuta in queste poche pa­role: "Senza di me non potete far nulla, noi ci sforzeremo di praticare non questa o quella virtù, ma tutte senza eccezioni, sapendo che è Dio stesso che deve essere al medesimo tempo scopo e principio del­le nostre azioni.

 

Ma dopo aver fatto tutto ciò che ci era possibile ‑ come se il successo non di­pendesse che da noi soli ‑ noi sapremo ri­manere umili di fronte ai nostri progressi e fiduciosi dopo le nostre cadute. Sapen­do che noi stessi non siamo nulla, ma che per mezzo di Cristo noi siamo onnipoten­ti: “ Tutto posso in colui che mi dà la for­za" (Fil. 4,13), noi non saremo più sco­raggiati per le nostre cadute che fieri de­gli atti di virtù dei quali la grazia di Dio ci avesse reso capaci.

 

E c'è di più: per un'anima che ha preso coscienza del suo nulla e del tutto di Dio, le debolezze, le mancanze non devo­no più rappresentare degli ostacoli: esse si trasformano in mezzi, esse sono un'oc­casione per mezzo della quale la fede può aumentare con un atto eroico, e la fiducia trionfare davanti alla manifesta sconfitta di tutto ‑ciò che non conduce a Dio: “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze ‑ dice l'Apostolo ‑ perché dimori in me la potenza di Cristo (2 Cor. 12,9).

 

Quando veramente si è cominciato ad appoggiarsi così su Dio, e non su sé stessi, si avanza a passi da gigante nelle vie dell'amore. Sempre di più, la carità domina i nostri atti e purifica le nostre in­tenzioni, in modo che non tarderà ad in­vadere tutta la nostra vita. Se vogliamo essere fedeli alla dot­trina del Vangelo, dobbiamo sforzarci di non agire più se non per motivi di fede e di carità. E, siccome un principio natura­le non dà frutti soprannaturali, non ci ar­riveremo mai se non cercheremo, fin dal principio, di radicarci in queste virtù specificamente cristiane. Se noi non pos­siamo, come dice S.Paolo, pronunciare il nome del Signore senza la grazia, come potremo sperare, solamente per mezzo dei nostri sforzi, di raggiungere il nostro fine soprannaturale?

 

Certamente, per la riforma del­l'uomo vecchio, il lavoro della volontà è indispensabile. Ma quand'è che lo slancio della nostra volontà sarà più pronto e più efficace? Quando procederà dalla semplice ragione, o quando sarà opera della fe­de e della carità? ‑ La risposta è facile e viene spontanea al nostro pensiero. Ma allora perché, nello sviluppo della nostra vita interiore, non servirci per quanto ci è possibile delle forze e dei lumi che le virtù teologali ci possono dare? Perché non entrare in pieno, fin dall'inizio, nel regno interiore, nell'amicizia con Dio?

Questo regno di Cristo è aperto per noi.

 

E ancora di più, è desiderio forma­le di Nostro Signore che vi entriamo: "Ri­manete in me e io in voi" (Gv. 15,4).

Arrendiamoci, oggi stesso, al suo appello! Cominciamo a vivere di fede: 1l giusto vivrà mediante la fede" (Rom. 1,17).

 

 

La vita di fede

 

 

Quel che importa, prima e al di sopra di tutto è CREDERE. Credere nel­la realtà del Divino, presente intorno a noi e in noi; elevare la nostra attività di volontà e di intelligenza fino al livello del­la vera vita alla quale Dio ci chiama. Que­sto atto di fede, che trasforma il nostro destino umano e lo divinizza, costa alla natura, esige un eroismo di cui saremmo incapaci se Dio, fin d'ora, non prevenisse e sostenesse il nostro sforzo. Non avendo la forza di produrre, da noi stessi, questo primo atto, imiteremo la preghiera del padre di quel malato: 'Aiutami nella mia incredulità" (Me. 9,24).

 

E'Ia fede che ci dà la sicurezza del­le promesse divine: 7i fidanzerò a me nella fedeltà" (Osea 2,22). Essa ci fa cam­minare qui in terra in mezzo a delle tene­bre sante: Camminiamo nella fede" (2 Cor. 5,7). Dall'inizio sino alla fine, seguiremo questa strada, avremo cura di non allontanarcene per non cercare la nostra soddisfazione in lumi troppo facili perché troppo umani, ma che non tarderebbero a lasciarci delusi per la loro vanità.

 

La fede è una guida severa, ma in­fallibile; ignora le concessioni e i calcoli: dietro il velo delle apparenze, essa indo­vina già la verità eterna, la vittoria di Ge­sù: "Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede" (1 Gv. 5,4). Es­sa spera a dispetto di tutti i fattori umani che vorrebbero rallentarne o spezzarne lo slancio, secondo ciò che l'apostolo dice del Patriarca Abramo: "Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza".(Rom. 4,18)

 

Tutto l'insegnamento di Nostro Si­gnore si basa sulla fede. Dubitare signifi­ca cedere: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?" (Mt. 14,31). E'Ia fede che dona la salvezza. Nostro Signore attribui­sce proprio alla fede dei ciechi che Egli guarisce, i miracoli che opera in essi. Un po' di fede serve a trasformare sopranna­turalmente il mondo: "Se aveste fede quan­to un granellino di senapa... " (Le. 17,6)

 

Che queste righe siano scritte all'i­nizio di queste nostre parole per indicare la frontiera che bisogna superare con de­cisione e semplicità, se vogliamo seguire Nostro Signore: "BISOGNA IMPARARE A FARE AFFIDAMENTO SU DIO

 

Noi vorremmo, in queste pagine, delineare le linee essenziali della vita in­teriore indicando un metodo di medita­zione semplice e pratico, basato sulla fe­de. Infatti la fede, come abbiamo detto sin qui, è il principio di questa vita, e quando la grazia divina avrà consumato in noi la sua opera, sarà ancora questa stessa certezza soprannaturale che, dopo aver invaso tutta l'anima nostra, la farà tempio dell'amore, secondo la parola di S. Paolo: '1a fede che opera per mezzo della carità" (Gal. 5,6) e ancora: "Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così .. siate in grado di .. conoscere l'a­more di Cristo che sorpassa ogni cono­scenza" (Ef. 3,17‑19).

 

Vediamo prima brevemente le grandi verità che ci devono servire da punto di partenza.

 

 

La presenza naturale di Dio in tutte le cose

                                      

 

Per meglio comprendere la pre­senza soprannaturale di Dio, richiamia­mo prima alla memoria come Dio è natu­ralmente presente.

 

Dio è in ogni luogo. Noi dimenti­chiamo troppo questa verità così sempli­ce. Essa potrebbe intanto, se noi ci pen­sassimo di più, dare un nuovo orienta­mento alla nostra vita.

 

Noi tormentiamo, qualche volta, l'immaginazione per rappresentarci un Dio lontano, e la nostra preghiera ne sof­fre. Dio è Spirito, Spirito che non è limi­tato in un luogo, ma che penetra ogni co­sa. Così i veri adoratori adorano Iddio %n spirito e verità". Ricordiamoci delle parole dell'Apostolo: In Lui infatti vivia­mo, ci muoviamo ed esistiamo" (At. 17,28).

 

All'inizio della nostra vita spirituale, cominceremo ad aprire gli occhi a que­sta grande verità. Il risultato sarà mera­viglioso, se noi potremo arrivare a far vivere in noi questo pensiero della presenza immediata e universale di Dio.

 

La ragione, prima di ogni rivela­zione soprannaturale, ci dice che Dio ci conosce, ci vede perfettamente e senza posa, perché Egli conosce e vede ogni co­sa. "Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se sal­go in cielo, là tu sei, se scendo negli infe­ri, eccoti" (Salmo 138, 7‑8).

 

Dio non ci segue appena con un semplice sguardo, ma Egli comanda e di­rige tutto quel che facciamo. E' Lui che ci dà il volere e l'operare (cf. Fil. 2,13). Se Egli non fosse presente in noi, io non sa­rei neppure capace di muovere il dito mi­gnolo. Non c'è nulla, proprio nulla, che non sia sottoposto alla sua azione: neppu­re il peccato. Nell'atto del peccato, Dio è là, Dio dà il potere di agire e l'esercizio dell’atto. La depravazione della nostra volontà è l'unica cosa che non viene da Dio. Siccome Egli è la causa prima e totale, noi non possiamo fare il più piccolo at­to senza di Lui. Se fosse altrimenti, Dio non sarebbe più Dio. "Se prendo le ali dell'aurora per abitare all'estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra" (Salmo 138,9‑10).

 

Ma c'è ancora di più. Non basta che Dio governi la creatura e che Egli ne diriga l'attività. Essendo il principio uni­co e sovrano della totalità degli esseri, bi­sogna che Egli li sostenga nell'esistenza, che Egli continui ad ogni istante a dar lo­ro tutto ciò che essi sono. Se l'azione divi­na cessasse per un solo secondo, l'univer­so e noi stessi ci dilegueremmo come un sogno. Quando si è capita la necessità dell’atto divino che conserva tutte le cose do­po averle create, si riconosce al più picco­lo oggetto una grandezza singolare, perché è l'Onnipotente, e Lui solo, che, pre­sente in questo essere infimo, lo mantiene fuori dal nulla.

 

L'ombra sembra la più tenue delle realtà: la nostra ombra non è nulla para­gonata a noi. Ma paragonati a Dio, pre­sente in noi, noi abbiamo una realtà ancor minore. Vicino alla realtà divina, noi non siamo neppure delle ombre.

 

La presenza soprannaturale di Dio nelle anime

 

Dio è, dunque, presente anche in una pietra e la fa essere, con la sua azio­ne immediata, quel che essa è: una pie­tra.

 

Ma Dio, nella sua bontà infinita, ha voluto creare degli esseri "a sua imma­gine e somiglianza", che, innalzati dalla grazia, Gli sono ben più vicini che non queste cose inferiori alle quali Egli non comunica che l'essere naturale. Dio è pu­ro spirito. Egli ha, perciò, intelligenza e volontà, per poter, non solo essere pre­sente in essi come in tutte le cose, ma ‑ ele­vandoli all'ordine soprannaturale per mezzo della grazia ‑ comunicarsi ad essi così com'Egli è.

 

Dio è presente nelle cose materiali, e dà loro l'essere naturale; ma nelle crea­ture ragionevoli, Egli ha voluto, per gene­rosità totale gratuita, essere presente in

 

modo tale che non solo ha comunicato lo­ro l'essere naturale, ma IL SUO PRO­PRIO ESSERE, divinizzandole.

 

Dio non era obbligato a darsi in questa maniera. Ma Egli è la Bontà per­sonificata ed il bene cerca di espandersi ( “Bonum est diffusivum sui “). Egli è come il fuoco che non si può trattenere, che si deve comunicare a tutto ciò che è combu­stibile: " Il Signore tuo Dio è fuoco divo­ratore" (Dt. 4,24).

 

Questo fuoco, Nostro Signore è ve­nuto a portarlo sulla terra: T il Verbo si è fatto carne". E noi sappiamo perché! "Sono venuto a portare il fuoco sulla ter­ra; e come vorrei che fosse già acceso!" (Le. 12,49); Egli ha sofferto per ottenerci. la grazia, per renderci capaci di essere incendiati da questo fuoco divino.

 

Noi siamo preparati a ricevere questo fuoco quando abbiamo allontana­to ogni ostacolo all'azione divina. Il più grande ostacolo è il peccato: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui". (Gv. 14,23)

 

Nostro Signore non ci ha solo mes­so in comunicazione con la vita del Padre, ma ha voluto rimanere in mezzo a noi nella SS.ma Eucarestia, per aumenta­re per mezzo della S. Comunione questa stessa vita: "Nessuno va al Padre se non per mezzo mio” (Gv. 14,6). Gesù è la via e l'unica via; voler raggiungere la vita di­vina senza di Lui, sarebbe presunzione e illusione. Più ci saremo nutriti dell'amore della sua santa Umanità, più avremo me­ditato i suoi esempi, più la vita divina au­menterà in noi: Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondan­za" (Gv. 10,10).

 

Il peccato priva l'anima di questa presenza

 

Siamo destinati alla più profonda intimità con Dio stesso. Quest'unione tra l'uomo e il suo Creatore fu stabilita da quando Dio elevò i nostri progenitori all’ordine soprannaturale. Ma per il pecca­to, Adamo ed Eva si ribellarono contro Dio, e l'unione tra il cielo e la terra fu spezzata. C'è stato bisogno di un Uomo­Dio per riparare questa rottura, e ora per la Passione e i meriti di Nostro Signo­re noi possiamo essere di nuovo figli di Dio, vivere la vita divina.

 

Abbiamo ricevuto questa vita per mezzo del Battesimo, e se sfortunatamen­te l'abbiamo perduta, Nostro Signore ce l'ha restituita ogni volta risuscitandoci nel suo Sangue prezioso per mezzo della santa assoluzione.

Cerchiamo di capire, perciò, di quale importanza è per noi la fuga del peccato: si tratta di non perdere il dono più prezioso ricevuto dagli uomini. "Se tu conoscessi il dono di Dio..." (Gv. 4,10). Che queste parole di Gesù alla Samarita­na non diventino per noi un rimprovero.

 

Tutte le disgrazie riunite non sono nulla paragonate ad un solo peccato, perché un solo peccato ci toghe la vita divina. Per comprendere l'orrore del peccato, rendiamoci conto della sua realtà. Qual'è il cristiano che avrebbe l'audacia di en­trare di nascosto in una chiesa, di violare il Tabernacolo, di strapparne la Pisside, di gettare a terra e di profanare le sacre Specie? Lo faremmo noi, avremmo questo coraggio? ‑ No. Anche il cristiano più tie­pido non oserebbe commettere questo sa­crilegio sul Corpo di Nostro Signore.

 

Ma che cosa facciamo noi col pec­cato? Strappiamo Dio del nostro cuore per consegnarci all'azione del demonio.

 

 

Come Dio è soprannaturalmente presente in noi?

 

 

 

Sappiamo che Dio è uno nella Na­tura e trino nelle Persone. Il Padre, da tutta l'eternità, genera il Figlio, il suo al­ter ego, la sua immagine perfetta. Non l'ha generato ALTRE VOLTE; quest'atto si realizza in un presente eterno, si per­petua attualmente; CONTINUAMENTE IL PADRE GENERA IL FIGLIO. E il Padre contempla questo Figlio divino e coeterno; il Figlio ama il Padre e per mez­zo di questo sguardo d'amore che essi si scambiano nella semplicità dell'Essenza divina, il Padre e il Figlio spirano lo Spi­rito Santo.

 

Questa vita divina, che sarà la so­stanza della nostra felicità eterna, si co­munica già alle anime, a condizione che noi siamo in stato di grazia. Il Padre ge­nera in noi realmente, IN QUESTO MO­MENTO, il Figlio; e l'uno e l'altro produ­cono in noi, AD OGNI ISTANTE, lo Spi­rito Santo.

Abbiamo mai pensato, fino ad og­gi, a queste sublimi verità?

 

Portiamo su di noi degli scapolari, delle medaglie, delle reliquie, e crediamo, a buon titolo, di possedere dei tesori; ma noi portiamo in noi il Dio vivo, il Cielo, il fine unico di tutte le cose, la suprema Realtà, e non ci pensiamo ... ! Siamo real­mente dei Cristofori, dei Deifori, nel sen­so più stretto della parola. E' proprio il caso di citare le parole di S. Leone: "Rico­nosci, o cristiano, la tua dignità!"

 

Da queste riflessioni così semplici, noi vediamo, d'ora in poi, sprigionarsi una grande conclusione: non è forse evi­dente che se quest'abitazione divina, que­sta presenza di Dio in noi stessi, avesse nella nostra vita quel posto che vi do­vrebbe avere, questa sarebbe totalmente cambiata e trasformata?

 

 

Vivere la presenza soprannaturale di Dio

 

Come vi si può arrivare?

 

Dio non sarebbe l'infinita Bontà e Sapienza se, ricercando ed esigendo la nostra intimità, non ci desse allo stesso tempo i mezzi necessari per comunicare con Lui. Tali mezzi dei quali noi possiamo essere assolutamente sicuri, e che ci per­mettono di entrare in contatto immediato con Dio, sono le virtù teologali e i doni che ci vengono con esse.

 

Per mezzo della fede, noi aderiamo alla verità della vita divina che ci è pro­posta.

 

Per mezzo della carità, questa vita diviene nostra.

Per mezzo della speranza, noi siamo certi, con l'aiuto della grazia, di viver­la sempre di più e di ottenerne il possesso immutabile in cielo.

 

Ecco l'essenziale di ogni orazione solida e profonda. Invece di sparpagliare la nostra meditazione su questo o quel punto, invece di filosofare su Dio, molti­plicando gli sforzi dell'intelligenza, della volontà e dell'immaginazione, per farcene degli schemi, per rappresentarci delle scene, noi possiamo andare a Dio nella semplicità del nostro cuore: CercateLo con cuore semplice" (Sap. 1,1).

 

Nostro Signore stesso c'invita: "Siate semplici come le colombe" (Mt. 10,16). L'uomo è un essere complicato e sembrerebbe, purtroppo, che egli cerchi di divenire ancora più complicato perfino nelle sue relazioni con Dio. Dio, invece, è la semplicità assoluta. Più noi siamo com­plicati, più rimaniamo lontani da Dio; e nella misura, invece, in cui noi diverremo semplici, ci potremo avvicinare a Lui.

 

Abbiamo visto che Dio, nostro Pa­dre, è presente in noi. Un bambino, per parlare con suo padre, va forse a prende­re un manuale di corrispondenza o un co­dice di belle maniere? No, il bambino parla con semplicità, non cerca frasi fatte, ne si perde in formalismi. ‑ Facciamo lo stesso col nostro Padre celeste. Nostro Signore ce l'ha detto: "Se non vi converti­rete e non diverrete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt. 18,3).

 

Si stanca forse una madre ad ascoltare il proprio figlio che le dice: Mamma, io ti voglio bene" Lo stesso suc­cede con Dio: più la nostra preghiera è in­fantile, e più piace a Dio. Perché è Lui stesso che ha scelto, tra tutti, questo no­me di Padre: T che voi siate figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei no­stri cuori lo Spirito del suo Figlio che gri­da: Abbà, Padre" (Gal. 4,6). Ed è ancora Lui che pone nella nostra bocca le parole ispirate della S. Scrittura e i testi liturgi­ci.

Quale sarà dunque la nostra pre­ghiera? Semplicissima, la più semplice possibile. Ci metteremo in ginocchio e fa­remo con tutto il cuore gli atti di fede, di speranza e di carità. Non c'è metodo di meditazione più sicuro, più elevato e più salutare.