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A Dio non si può domandare che Dio; Egli è tutto; donandosi, Egli dona tutto; chiedendo Lui, si chiede tutto; quando lo si ha, non si può più nulla chiedere né desiderare.
Se noi comprendessimo questo, scrivere, parlare diverrebbe impossibile. Non si potrebbe fare altro che pregare, e non si domanderebbe più nient'altro pregando. Tutta la prima parte del " Padre nostro " ci mantiene a questa altezza. Non vi troviamo nient'altro; e le domande, partite da Lui, restano in Lui: " Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà ".
Non si può nulla chiedere di più. Si possono anche sopprimere le formule di queste domande per attenersi al movimento profondo del cuore, che esse esprimono, e che le dice con il suo silenzio. Si possono pure conservare e sviluppare; è ciò che fanno tante preghiere conosciute, benefiche, sia collettive che individuali, nelle quali si traduce la diversità delle anime. Se esse rimangono su questo piano essenziale, cioè su quello della gloria di Dio, del suo regno e della sua volontà, sono buone. Importano poco le parole o i pensieri! Quando si ama non si vede che l'amore. Ora, Dio ci è Padre, cioè Amore. " Dio sa bene, come ci dice continuamente la Scrittura, quello che a noi conviene. La cosa migliore è rimettersi a Lui ".
Su questa base indispensabile della sottomissione ai suoi voleri d'amore, noi possiamo nondimeno esporre i nostri bisogni e formulare i nostri desideri. E' ciò che ci insegna il divino Maestro nella seconda parte del " Pater "; è quello che fanno le innumerevoli e cosi belle preghiere della Santa Chiesa, le " orazioni della Messa ", quelle degli Uffici, preghiere che d'altronde sono attinte allo Spirito che è la voce di ogni preghiera.
La questione che si pone è quella dell'ordine da seguire nelle domande. Ma essa è risolta, in linea di principio, già da molto tempo. L'ordine da seguire è l'ordine di Dio. Noi dobbiamo domandare tutto ciò che può procurare la sua gloria e il suo regno, e nella misura in cui ciò li procura. E' per questo che il primo oggetto, l'oggetto essenziale, quello che si dovrebbe avere sempre presente allo spirito e al cuore, è la nostra salvezza eterna e la nostra unione divina. Questo è il fine di ogni preghiera, di ogni movimento dell'anima: Dio posseduto, l'anima unita a Lui, trasportata e trasformata in Lui, divenuta per sempre sua immagine, sua figliuola.
Il fine porta con sé i mezzi che vi conducono: non si può domandare la salvezza senza domandare le virtù e la grazia. La grazia è la vita divina nei nostri cuori; le virtù sono gli organi attraverso i quali essa si esercita. La grazia ci è data allo stato di germe; noi all'inizio siamo dei neonati. In noi, come nel neonato, tutti gli sviluppi della vita che seguiranno sono racchiusi nella grazia del Battesimo, ma non sono compiuti. Essi vi sono contenuti come lo sono lo stelo, i rami, le foglie e i fiori nel chicco di grano che si getta sotto terra.
Non si può dunque ragionevolmente domandare l'unione a Dio senza domandare tutti questi sviluppi che la realizzano. Ciò significherebbe rifiutare praticamente la crescita in Lui; significherebbe volere che Dio se ne stia in fondo alla nostra anima così come il germe che vive sepolto nel seme o come il seme stesso nel suolo.
Fin qui tutto è chiaro e l'oggetto della nostra preghiera s'impone. Ma vi sono dei beni che noi non sappiamo se ci uniscono a Dio oppure ce ne allontanano; essi possono produrre l'uno e l'altro risultato. E avviene lo stesso anche riguardo a ciò che noi chiamiamo il male naturale. Di una borsa piena d'oro, io posso usarne per la gloria di Dio e il mio progresso d'anima; ma anche posso servirmene per perdermi. Di una malattia io posso fare un mezzo di santificazione sopportandola con pazienza e per amore del Padre celeste che la permette; ma anche posso accettarla con ribellione e maledire Colui che me la impone.
Quale atteggiamento prendere dinanzi a tutto ciò quando prego? L'attesa calma e l'abbandono fiducioso che non perdono il loro tempo a esaminare queste ipotesi e che si riposano nella Realtà indubitabile. Questa realtà è la seguente: " Dio è buono, Dio è Amore; Egli non vuole che il mio bene; io ripongo in Lui il pensiero di procurarmelo ".
Anche dinanzi ai beni soprannaturali questo atteggiamento è ammissibile: è l'atteggiamento del bambino, del piccolo bimbo che si rannicchia sul cuore del Padre, nel suo Amore; vi resta e attende. Questo calmo riposo dell'attesa non è indifferenza inerte ma è fiducia assicurata, la quale è una forma del desiderio.
Bisogna che il desiderio persista e animi questo riposo, di cui non si dovrà abusare perché potrebbe divenire pigrizia. In generale lo Spirito Santo, che è l'anima delle nostre preghiere, ci eccita a precisare le nostre domande. E in ciò vi sono dei vantaggi: la vista dei beni soprannaturali, la considerazione del loro valore infiamma il desiderio che non è mai troppo vivo e la cui vivacità non esclude la calma. Tutti i santi sono stati delle anime dai desideri ardenti. Tuttavia ardore non è violenza.
Non si ricorderà dunque mai troppo la grandezza della grazia, della virtù, dell'azione divina nei nostri cuori, dell'unione alla quale essa tende, dei progressi in questa unione, della salvezza che ne è il termine, della gloria divina e della gioia senza limiti che essa prepara. Il lungo sguardo che si nutre di tali verità è una delle più alte forme della vera vita di quaggiù e si trasforma come ogni cosa, naturalmente, più tardi nella visione beatifica del cielo.