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Non vi è che una preghiera essenziale, è il movimento dell'anima che si eleva verso Dio, è il rapporto che ne risulta. Dal momento in cui l'anima abbandona la spaventosa valle ove la colpa l'ha fatto conoscere e si rivolge verso le altezze donde vengono ogni Luce e ogni bene, essa prega; essa incontra Colui che non l'ha abbandonata, Lui che resta sempre verso di lei con le mani piene di benedizioni, con il cuore traboccante dell'eterna tenerezza; e la relazione che è Amore e Vita comincia.
Ma questa relazione può prendere forme molto differenti che variano con gli individui, le ore, i bisogni, tutta la gamma delle circostanze così diverse nelle quali si svolge il flusso dei nostri giorni. Talvolta noi ci appoggiamo sulla grandezza in generale o su qualche perfezione particolare del nostro Dio beneamato. Noi invochiamo il suo amore, la sua misericordia, la sua bontà, la sua santità, la sua verità; noi ne facciamo il trampolino che ci permette di accedere agli immensi orizzonti dove si dispiega il suo " Essere che è ". Ciò è abile. Per Dio non vi è che Dio; Dio non può resistere a una tale lode; ci ha fatto per questo: lodarlo eternamente. Ascoltando sulle nostre labbra di esiliati questo canto della patria, Egli riconosce che noi vogliamo Lui più di qualunque essere creato, e che noi gli apparteniamo. La Scrittura è piena di tale preghiera: " 0 mio Dio, ascoltami ?dice Davide ? tu sei ogni bontà e ogni misericordia ". " Per ciò che tu stesso sei, o mio Dio, presta attenzione alla mia voce e ascoltami " dice Daniele (Daniele 9,19).
Sovente noi ci appoggiamo su una creatura che gli è assai cara. Evidentemente Gesù occupa il primo posto, ben al di sopra di tutto e di tutti. Le litanie dei Santi, a questo proposito, sono una meraviglia: noi invochiamo dapprima Dio stesso, poi Gesù, Maria, i grandi santi, poi tutta l'immensa e amante famiglia celeste, dopo ricordiamo le difficoltà del cammino, i pericoli che ci minacciano, e infine in un largo e possente finale, richiamiamo, nei suoi aspetti principali, le opere redentrici del beneamato che si è dato a noi; e allora per noi e per tutti, per quelli del Purgatorio e per quelli della terra, lanciamo il nostro grido di supplica: " noi ti supplichiamo ".
La diversità delle domande dà egualmente alle nostre preghiere delle infinite sfumature. Si può domandare il bene assoluto, che è Dio stesso, e il suo possesso definitivo. Si possono domandare i mezzi che conducono a lui. Tra questi mezzi ve ne sono alcuni che hanno con il fine dei rapporti diretti e stretti, altri solo dei rapporti più larghi. La preghiera è caratterizzata in rapporto agli oggetti. Esiste una preghiera che non è che lode e adorazione, e una che non esprime che la riconoscenza. Ma tutte sono essenzialmente preghiere poiché uniscono a Dio. E se in qualcuna la domanda non è diretta, in tutte essa si nasconde sotto le parole e anche i sentimenti. Coloro che cantano la grandezza divina, coloro che rendono grazie a Dio per i benefici ricevuti, sanno - anche se non vi pensano esplicitamente - che ai suoi piedi noi siamo sempre dei bisognosi, e che la sua bontà si commuove sempre dinanzi a questi bisogni.
Sovente, in una sola formula, noi riuniamo tutte le varietà della preghiera. In due parole noi possiamo adorare, ringraziare, domandare perdono e soccorso, e slanciarci verso il Padre sulle orme di Gesù, nelle braccia di Maria, in unione con tutta la famiglia celeste. Io immagino che niente può essere più dolce al cuore del Dio d'amore, né più forte sul suo cuore.
Vi sono nel Vangelo delle formule di preghiera ideale per tutte le circostanze. La più bella è evidentemente quella di Maria: " Non hanno più vino " (Gv 2,3) . La domanda scompare sotto il fiore della confidenza. È talmente sicura d'essere esaudita, la divina Madre! Ella crederebbe di offendere la tenerezza di Gesù chiedendogli del vino. Il suo amore per lei, la sua delicatezza con chiunque, le garantiscono la risposta. Maria dice la sua parola e attende. Così fanno le madri. Così ci invita a fare, " Fate ciò che vi dirà " (Gv 2,5).
Così fanno quelle due anime alle quali non si sa neanche quale appellativo dare: Marta e Maria, al capezzale di Lazzaro. Gesù le ama, esse lo sanno; e non domandano niente. Dicono solo: " Colui che tu ami è ammalato " (Gv, 11,3). Nessuna richiesta espressa! Nessuna parola circa la loro pena! " Tu ami e qui si soffre! ". In questo ambiente così unito, la malattia del fratello è malattia delle sorelle.... le quali non dubitano che il male dei tre abbia risonanza nel cuore amico.