San Bruno
SAN BRUNO E I CERTOSINI
Cammini di contemplazione

Dinanzi a Dio: La Preghiera

Di A. Guillerand, monaco certosino

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Capitolo II

DEFINIZIONE

Che cosa è la preghiera? La definizione di san Giovanni Damasceno è classica: " La preghiera è la domanda fatta a Dio di tutto ciò che conviene ". Ma bisogna andare al fondo di queste parole, estrarne la ricca sostanza, distinguerne gli elementi e, dopo averli distinti, reintegrarli nella vita di questa sostanza che li regge e li vivifica.

Vi sono, in questa definizione, due parti che ne sono come la materia e la forma: la preghiera è una domanda, ma una domanda fatta a Dio e caratterizzata da Colui al quale si fa. A Dio noi non possiamo domandare che ciò che Egli vuole che noi domandiamo, e Dio non può volere che ciò che conviene.

Poiché Dio è uno dei termini della preghiera ed è l'ordine infinito, la preghiera è una domanda essenzialmente ordinata, fatta secondo l'ordine stesso di Dio.

Qual è questo Ordine? È che Egli è l'Essere stesso, l'Essere dal quale e grazie al quale e per il quale tutto è; Egli è il nostro Principio e il nostro fine, è la Luce del nostro spirito, è la forza della nostra volontà, è la Verità, il Bene, il Bello perfetto, è la Sorgente di ogni gioia e l'oceano di ogni vita. Ciò che conviene domandare è Lui, è di esserGli uniti, è di essere trasformati in Lui, è di possederLo e di esserne posseduti, di essere con Lui nei rapporti d'intimità che lo uniscono a Lui stesso, di divenire suo Figlio attraverso una comunicazione quanto più completa possibile del suo Spirito d'Amore, è di partecipare alla gioia e alla vita che è la loro gioia e la loro vita, la Gioia stessa e la Vita stessa.

La Scrittura è tutta piena di questa preghiera, che sgorga a ogni passo come le sorgenti dalle alte montagne: " La mia parte d'eredità è il Signore; Egli è la mia sola aspettativa ". " Che cosa vi è per me che conta nel cielo? E che cosa ho voluto da te, o mio Dio, sulla terra? Tu sei il solo desiderio del mio cuore e il mio unico bene per sempre! ".

Per un essere intelligente possedere è vedere ciò che si ama e gioirne senza riserva. Ciò che si vede è in noi attraverso la sua immagine che lo rende presente: da qui questa bella parola: " rappresentare ". La presenza permette di contemplare; la contemplazione incide dei tratti; una volta incisi, i tratti sono come una presenza continua che rinnova senza fine il godimento.

Si ha una conoscenza e una presenza che non sono né possesso né godimento: l'oggetto è in noi, ma non ci appartiene. Noi non ne disponiamo; e non ci teniamo a disporne; la sua immagine ci basta; il contatto immediato, diretto, non ci è necessario. Noi non l'amiamo; esso non è il nostro bene; non cerchiamo di unirci a lui, di trasformarlo in noi; noi vogliamo solamente sapere ciò che esso è, conoscerlo; ma la sua conoscenza non ha suscitato in noi il desiderio d'unione più intima e di dono reciproco. Non si ama che il bene; ed esso non ci appare come il nostro bene.

Dio (invece) ci appare come il nostro bene sommo. È con lui che desideriamo le più strette relazioni, il più completo possesso e, di conseguenza, la visione chiara, diretta, la visione che dona da godere, la visione intuitiva, il contatto immediato del suo Essere che si dona e del nostro essere che risponde attraverso il totale dono di sé a questo totale dono divino.

Ecco ciò che domandiamo in primo luogo. Ogni altra domanda è ordinata a questa e non può non esserlo. Questa riguarda il fine, le altre i mezzi. Non si cammina che per arrivare.

Due specie di mezzi conducono all'unione desiderata: quelli che rimuovono gli ostacoli dalla strada e quelli che mettono in contatto con l'oggetto amato. La preghiera domanda a Dio di proteggerci da ciò che separa o ritarda; essa domanda, al tempo stesso, di donarci ciò che unisce.

Ciò che separa sono i vizi e le colpe; ciò che può ritardare sono le tentazioni. Ecco un primo oggetto delle nostre domande. Bisogna non disprezzarlo. Le anime orgogliose, o solamente ? ed è il caso più frequente ? ingenue, senza esperienza, si accontentano di domandare l'unione; più di una anche... di viverla. Per esse il pericolo non esiste; i colpi del nemico non possono raggiungerle, si credono immunizzate; ma tali anime sono solamente ignoranti e accecate. Esse sono in pericolo di perdersi? Sarebbe troppo affermarlo. Ma tali anime sono espostissime a segnare il passo e a mummificarsi.

Il primo atto della Luce è di distinguersi dalle tenebre e di strappare loro tutto ciò che essa raggiunge. La Luce non brilla, non si mostra e non illumina la strada e la meta se non alla condizione di separarsi e separare gli esseri dalla notte.

Quando si è liberata dall'abisso e quando gli ha strappato un'anima, la Luce le rivela l'Amore che la genera e la fa agire. Allora lo Spirito Santo entra in gioco. Egli l'attira a Sé; provoca dei movimenti d'unione; fa sorgere in essa la fioritura delle virtù, le comunica le sue tendenze, diviene l'agente segreto di tutta la sua attività; Egli domanda in essa, adora in essa, prorompe in grida d'amore, si espande in deliziosi colloqui e in inenarrabili gemiti, e ripete incessantemente: " Padre! Padre! ".

La definizione di sant'Agostino si ricollega a questa idea: " È il pio movimento dell'anima verso Dio ", dichiara, traducendo ciò che certamente doveva essere la sua preghiera. In un movimento si possono vedere due termini: quello dal quale ci si allontana e quello verso il quale ci si avvicina. Ma qui uno dei termini non è, è il nulla, ovvero è un essere che non è che grazie a Colui verso il quale si tende. Arrestarvi il proprio sguardo non è dunque permesso.

Anche quando il suo pensiero si impone a noi, non bisogna volerlo. A questa condizione si va incessantemente verso il termine divino e la preghiera è continua. La raccomandazione del divino Maestro è realizzata: " Si preghi sempre ".

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