San Bruno
SAN BRUNO E I CERTOSINI
Cammini di contemplazione

LA CARNE E IL SANGUE DEL FIGLIO

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2. Come ricevere il Pane di vita

Chi mangia la mia carne dimora in me

L'attenzione posta all'incontro della carne del Figlio con il nostro corpo non deve farci dimenticare che si tratta infine di un incontro d'amore: ciò che il Signore viene a cercare è il nostro cuore. Tutto quello che sopra dicevamo del disegno eterno del Padre che invia suo Figlio, della condotta di costui quaggiù, per consentire all'umanità di familiarizzare con lui e, in ultimo per donarsi ad essa, termina in questo incontro di oggi, tutto ciò ha di mira un'unione d'amore. Ora Gesù a più riprese nel Vangelo caratterizza questa unione tra lui e chi ha fiducia in lui come un'inabitazione dell'uno nell'altro: è proprio ciò che ci dice ancora questa volta: "chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui." Gv 6,56. Si tratta di una presenza reciproca: egli stabilisce la sua dimora in me e fa in modo che io possa stabilire la mia in lui. Senza intermediario, senza nulla che ci separi, siamo presenti l'uno all'altro, lui nella sua carne, io nel mio corpo, ma ugualmente lui nel mio corpo ed io stesso come membro del suo. Fermiamoci ora specialmente sul primo aspetto del mistero: egli dimora in me. Venendo in tal modo, non soltanto nella sua carne, ma nella sua carne straziata, umiliata ed avvilita dagli uomini, Gesù viene ad incontrare la mia debolezza. Ovunque, nel mio essere di creatura, sono debole, ma più particolarmente nel mio essere di carne, con la sua sensibilità e tutte le tendenze fragili che vi si agitano. E' questo ciò di cui Gesù viene a farsi carico quando dimora in me. Più ancora: viene ad assumere il mio peccato in tutte le sue forme, la mia tendenza al male, tutte le deformazioni che fanno pressione su di me, l'ostacolo che io frappongo alla luce divina; tutto ciò è la dimora nella quale viene a stabilirsi Gesù, per rianimarla. Ma Gesù non può abitare in questa debolezza, se io stesso non vi sono presente: bisogna che egli mi ci faccia scendere donandomi il coraggio di accettare di non essere che questo. Non è attraverso la forza che giungerò a tale risultato: è convincendomi a fidarmi totalmente di lui, a non trovare che in lui la mia forza. Cosa mi importerà, allora, di scoprire la mia debolezza, se infine so che questa è il luogo in cui verrà ad installarsi la sua debolezza, infinitamente più solida e stabile di tutte le mie miserie, quella che ha ricevuto il Nome al di sopra di ogni altro Nome?

Guardiamoci qui da un errore abbastanza comune: volentieri si immaginerebbe che Gesù venga a guarire le nostre malattie come il medico che dà un rimedio e se ne va, dopo aver permesso all'organismo di ritrovarsi pienamente ristabilito, come se non fosse capitato nulla. Il modo con cui lo Spirito del Signore viene a curarci è totalmente differente: Gesù stesso ne è l'esemplare perfetto. Suo Padre lo ha guarito, se si può usare una simile espressione, nel momento della Risurrezione. Ma non ha fatto sparire dal suo corpo la presenza della morte, le stimmate delle sue ferite, le impronte definitive della sua umiliazione. Per l'eternità è e rimarrà l'Agnello immolato, la cui immolazione è il più grande titolo di gloria, perché in essa si è manifestata la tenerezza e la gloria di Dio. Così avviene per l'opera di Gesù in noi: egli viene ad assumere per l'eternità con me, in me, il mio essere ferito e a farne una gloria per il Padre. E' sempre in questo atteggiamento, portando su di sé tutte le stimmate del mio peccato passato, per trarne una lode a Dio.

La presenza dell'Agnello immolato in me, la sua permanenza definitiva dopo che la sua carne è venuta nella mia, è così sin da ora una presenza di vita eterna: "chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna... Questo è il pane disceso dal cielo: chi mangia questo pane vivrà in eterno." Gv 6,54.58. Mentre io conduco la realtà concreta della mia esistenza quotidiana e della mia preghiera, in questo tran tran dalle apparenze banali e transitorie, si realizza già un primo abbozzo di vita eterna, un ingresso progressivo nella gloria del Figlio, ormai per sempre alla destra del Padre. Questa prima tappa di vita eterna, ci afferma Gesù, è una garanzia della Risurrezione finale: "chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Gv 6,54. In un certo senso la nostra Risurrezione è già iniziata.

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