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"La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda." Gv 6,55. Abbiamo insistito sulla realtà della carne di Gesù, che dobbiamo guardare in faccia, se vogliamo ricevere la pienezza della vita divina che essa apporta. E' con lo stesso realismo che dobbiamo ugualmente accettare di pensare che questa vita divina arriva a noi attraverso la pesantezza del nostro proprio essere corporale nelle sue radici più terrene. Bisogna tentare di abbozzare una spiegazione o accontentarsi di accettare nella fede le affermazioni così ferme e categoriche di Gesù? La nostra intelligenza raziocinante, il nostro senso delle cose spirituali erano talmente sicuri di se stessi: l'orazione, la meditazione, la contemplazione, tutto ciò è talmente al di sopra della pesantezza della terra! Ed ecco che il Signore stesso, il Figlio di Dio in persona afferma loro: "bisogna che mangiate la mia carne e beviate il mio sangue". La Chiesa, senza tregua, contro tutte le falsificazioni, ha sempre affermato senza cedere terreno: si tratta autenticamente della carne di Gesù, che è uscita dal seno di Maria, che ha sofferto sotto Ponzio Pilato, che è stata sepolta. E la Chiesa afferma: bisogna che assumiate in voi questa carne, che essa divenga voi stessi per assimilazione fisica, perché si stabilisca l'unione tra il Figlio di Dio e voi. I nostri corpi sono i templi dello Spirito Santo, dice San Paolo. Glorificate e portate Dio nel vostro corpo, scrive anche cf. 1 Cor 6,19-20 . Non abbiamo, invece, la tendenza a misconoscere la dignità del nostro corpo, sotto il pretesto che troppo spesso ci fa sentire la sua pesantezza?
Accogliere il Signore. così nella nostra realtà incarnata, è al tempo stesso metterlo a contatto diretto con la nostra sensibilità sotto le sue forme più elevate come sotto quelle più modeste: affettività, sensualità, sessualità. Tutto ciò è il mio essere incarnato, sono le risonanze a diversi livelli della mia appartenenza alla realtà terrestre. Tutte queste capacità d'accoglienza e d'amore, più o meno fisiche, sono lì per accogliere in me il Verbo fatto carne. Non le debbo disprezzare; non le devo considerare come servitori di second'ordine che debbono accontentarsi di rimanere nell'ombra, a servizio delle facoltà più elevate. No: esse hanno la loro parola da dire nell'accoglienza di Cristo che viene nel mio corpo, poiché sono delle dimensioni del mio essere corporeo e non vedo in nome di quale legge dovrei scartarle dall'incontro con il loro Dio, se Dio stesso me le ha donate per riceverlo.
Il luogo autentico della mia divinizzazione è dunque il mio corpo. Senza dubbio, non ne è il vertice, ma ne è la via d'accesso obbligatoria e indispensabile, che non ho il diritto di trascurare, se non voglio ostruire una parte dei cammini attraverso i quali il Signore raggiunge il mio cuore. Se voglio seguire il Cristo risorto nel seno del Padre, devo essere all'unisono con il suo corpo, quando muore sulla croce, discende nel sepolcro, nell'attesa di risorgere nella gloria e di sedere alla destra del Padre. Sappiamo dunque rimanere presenti a questo luogo in cui Dio si dona a noi: nel nostro corpo.