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"Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo? Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui." Gv 6,60.66. Anche oggi questa parola è dura, se la si prende sul serio. se non ci si lascia cullare dall'abitudine delle comunioni che si ripetono indefinitamente, basandosi sulle poche nozioni rimaste di quello che ci fu detto molti anni or sono, in occasione della nostra prima comunione. Noi cerchiamo la vita eterna; abbiamo consacrato la nostra vita alla ricerca di Dio. Ed ecco che Gesù ci dice: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna." Gv 6,54. Accettiamo fino in fondo questa affermazione? E' talmente semplice e, al tempo stesso, ciò pare talmente inverosimile: fare della sua carne il nostro cibo e del suo sangue una bevanda. Più ancora, è il vero cibo e la vera bevanda. Non si tratta di simboli: bisogna prendere le cose tali quali le dice Gesù. Sono veramente la carne del Figlio e il sangue del Figlio, con i quali egli ha vissuto sulla nostra terra, che dobbiamo prendere come alimento del nostro corpo.
"Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna." Gv 6,54. Che cosa significa questo? Gesù stesso lo dice altrove: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo." Gv 17,3. Ecco la più alta contemplazione; ecco lo scopo di ogni esistenza consacrata a Dio solo, il termine verso il quale tendono le avventure più pure dello spirito. E tuttavia Gesù qui sembra quasi ridersi dello spirito: l'incontro ultimo con la divinità, l'ingresso nell'intimità del Padre, non sono donati a degli sguardi particolarmente profondi dell'intelligenza o a dei voli elevati dello spirito. E' il contatto tra la mia carne e la sua carne che mi dona questa vita in pienezza. Dio ha preso molto sul serio l'incarnazione del suo Figlio: poiché questi si è fatto carne, è attraverso questa carne che il Padre verrà a me, è in essa che mi unirò a lui.
Bisogna dunque accettare una kenosi dello spirito: non è esso il mezzo proporzionato di un autentico incontro con Dio che viene verso di noi. Il ruolo dello spirito è assai più modesto: deve accontentarsi di rischiarare il nostro cammino, quando nella nostra condizione carnale avanziamo verso il Figlio incarnato, per incontrarci l'un l'altro a questo livello. Allo spirito è chiesto soltanto di credere, di lasciarsi guidare in un'oscurità che non sarebbe in grado di penetrare, verso una luce che è molto al di sopra di esso. Ecco perché questa parola è sovente troppo dura per noi. Riceviamo effettivamente il corpo del Figlio e il suo sangue nelle nostre viscere, ma non siamo loro presenti, poiché vogliamo continuare a vivere al livello di uno spirito che non ha capito nulla della situazione. Si comporta un po' come se il Corpo del Signore, presente in noi, non fosse che un accessorio, mentre l'incontro continuerebbe a realizzarsi in maniera tutta spirituale. No, non è questo ciò che ci dice Gesù: "La mia carne è vero cibo: chi mangia di questo pane vivrà in eterno." Gv 6.55.51. Questo pane non è un semplice rivestimento che bisognerebbe oltrepassare: è esso stesso il cibo che dona la vita eterna. Non andiamo a cercarla altrove che nel Figlio, poiché è lui stesso.