San Bruno
SAN BRUNO E I CERTOSINI
Cammini di contemplazione

LA CARNE E IL SANGUE DEL FIGLIO

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I. Gesù ci dona la sua Carne e il suo Sangue

Per comprendere il posto che occupa il mistero della carne e del sangue donati, bisogna situarlo nell'insieme della vita di Gesù. Questa è iniziata, dopo la lunga meditazione silenziosa della vita nascosta, con una liturgia della parola nel corso della vita pubblica. Gesù ha cercato di far conoscere chi egli era, da chi veniva, la sua natura profonda di essere solamente colui che viene da parte di un altro, da parte del Padre. Egli stesso, nel corso delle sue lunghe conversazioni con le folle, ha scoperto l'uomo; si è lasciato formare da lui; c'è stato come un reciproco familiarizzarsi tra il Figlio di Dio e l'umanità. Egli stesso è divenuto sempre più un uomo completo, totalmente inserito nel tessuto delle relazioni umane, delle simpatie, delle amicizie, ma anche delle antipatie, degli odi che si sono a poco a poco cristallizzati contro di lui. La Parola è venuta, ma essi non l'hanno accolta. Gesù ha percepito nel suo essere profondo, nella sua sensibilità, nella sua carne, l'ostacolo opposto alla verità, l'opacità alla luce che il cuore dell'uomo manteneva ad ogni costo contro le insistenze dello Spirito.

Ma la Parola, rivolgendosi agli uomini, non va loro incontro soltanto con delle parole, con dei discorsi. Sono soprattutto i segni che manifestano ad un doppio livello la verità di ciò che Gesù vuole trasmettere agli uomini: costoro si sentono infatti raggiunti nella loro carne attraverso le guarigioni, le risurrezioni, il pane che viene loro donato in abbondanza. Ma al tempo stesso questi segni sono una rivelazione del messaggio che Gesù cerca di comunicare: sono l'espressione della tenerezza del Padre per i suoi figli, espressa non con ragionamenti, ma dall'amore con il quale egli risponde ai loro bisogni, li conforta nelle loro sofferenze. Questi segni non sono tanto delle prove della potenza di Dio, quanto piuttosto delle brecce aperte nei cuori perché la verità vi penetri.

Questo progressivo incontro del Figlio di Dio con gli uomini, attraverso i segni, non è per lui senza un prezzo: si tratta ora dei cammini estenuanti, ora dei rifiuti che umiliano, ora delle cattive volontà che scoraggiano, ma nell'incontrarsi man mano con la miseria umana egli "guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si addossato le nostre malattie". Mt 8,16-17. Per cogliere l'intensità e la profondità di questa riflessione di Matteo, bisogna ricollocare nel suo contesto la citazione da lui fatta: "Noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Is 53,4-5. Sì, è veramente nella sua carne che Gesù sta già assumendo il peso dell'uomo. Egli scopre ciò che siamo, non solamente dall'esterno, ma attraverso la pesantezza di cui si vede caricato nel suo essere umano, al suo livello più profondo.

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Questa "liturgia della parola" si completa oggi. Per comprenderla pienamente, bisogna situarla nell'intenzione del Padre che invia suo Figlio tra di noi. "Ecco, io vengo, Padre, per fare la tua volontà". Sal 40.8.9, Eb 10,7. Quale era questa volontà del Padre nell'inviare suo Figlio? Quante parabole di Gesù ci illuminano al riguardo! Il figlio prodigo, la pecora perduta, i vignaioli omicidi ecc..., tutto ciò ci lascia intuire, attraverso immagini semplici, il mistero della tenerezza del Padre che non ci condanna, non ci giudica, ma invia il suo unigenito, il suo prediletto a cercarci e a ricondurci nel seno del Padre. Non si sa se il buon pastore ha fatto lunghi discorsi alla pecora perduta quando l'ha ritrovata, ma ciò di cui si è sicuri è che l'ha presa sulle spalle e l'ha ricondotta. E Gesù stesso nella meditazione che sta per fare ora ai discepoli, come nella preghiera finale che rivolgerà al Padre, insiste sul fatto di essere venuto affinché gli uomini lo conoscano, lui, e conoscano il Padre. Ma conoscere, nel linguaggio biblico, non è arricchirsi di idee su qualcuno, è entrare in contatto con lui, fare un'esperienza viva di lui nella nostra vita personale.

Ecco dunque l'intenzione nascosta del Padre e che si rivela oggi. Egli ha inviato Gesù tra gli uomini perché non divenga che una cosa sola con essi: "loro in me e io in loro, come tu sei in me". cf. Gv 1,23.20. Non si tratta qui semplicemente, notiamolo bene, di un gesto di tenerezza di Dio nei confronti di figli in stato di amicizia con lui e che gli renderebbero la gloria e l'amore che si attende legittimamente da essi. No, si tratta dell'unica vendetta che Dio possa prendersi sui peccatori. Dio è ferito, ferito a morte si potrebbe dire, dal vedere l'uomo separato da lui, incapace di ritrovare da solo il cammino dell'amicizia divina. Non vi è altra soluzione, per Dio, che andare dall'uomo, unirsi a lui, identificarsi con lui, in modo tale che sia attraverso Dio, in Dio, ma al tempo stesso nell'uomo, che venga superata la frattura del peccato. Ecco l'atteggiamento del Padre di fronte a ciascuna delle mie colpe; al di là di tutte le mie difese, dei miei rifiuti, della mia diffidenza, egli cerca il modo di venire a me, di far giungere la sua Parola fino al mio cuore, affinché questa Parola, che è il Figlio, vi penetri e non sia più che una cosa sola con questo cuore. E' in questa unità che tutto si risolverà.

Tale è il momento al quale siamo giunti ora nella vita di Gesù. Egli ha detto tutto ciò che doveva esser detto; non gli resta da percorrere che un'ultima tappa: realizzare questa unione completa ed intima tra lui e ciascuno di noi. Non un'unione a livello di nobili idee, di una compassione condivisa, ma la comunione profondamente umana del suo essere di carne e di sangue con la mia carne e il mio sangue. Allora veramente, senza alcun equivoco, senza possibilità per me di trovare una nuova scappatoia, egli sarà realmente in me e io mi troverò preso in lui. Il Figlio dona talmente bene la sua carne e il suo sangue, che sta per trovarsi assolutamente identificato con me. Ormai, nel più intimo di se stesso e davanti al Padre, non sarà più che uno con me. La sua carne e la mia carne stanno per confondersi talmente bene, il suo sangue e il mio sangue stanno per perdersi talmente strettamente l'uno nell'altro, che tutti noi saremo uno in lui. Agli occhi del Padre non ci sarà più che il Figlio unico ad esser presente sulla terra.

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La prova risiede nella maniera rapida ed inesorabile con cui gli avvenimenti stanno ora per susseguirsi, come in un'autentica tragedia. "Dopo quel boccone, Satana entrò in Giuda. Gesù quindi gli disse: "Quello che devi fare fallo al più presto"... Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte". Gv 13,27.30. A partire dall'istante stesso in cui mi ha donato la sua carne da mangiare, Gesù si è identificato al peccatore che sono io, viene condannato a morte, la morte comincia immediatamente la sua opera in lui. I Giudei si mettono in marcia: Gesù si è fatto peccato: deve morire.

E tuttavia, le parole che Gesù pronuncia subito dopo che la porta si è richiusa dietro a Giuda sorprendono: "Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui". Gv 13,31. Gesù non distoglie il suo sguardo dalla morte: al contrario, la guarda bene in faccia.

Ma vede più lontano; o piuttosto vede la morte in trasparenza, poiché sa che essa è soltanto una tappa in un mistero unico che deve condurlo, "lui e i figli che Dio gli ha dato", cf. Eb 2,13 fin dentro il seno del Padre. E' questo Passaggio della carne e del sangue del Figlio che costituisce tutto il mistero pasquale. Questo non concerne il Figlio nella sua divinità, poiché essa è immutabile, al di là di ogni cambiamento e mutazione; è invece il suo essere incarnato, del tutto vicino a noi, la cui sensibilità ci commuove, la cui tenerezza ci colpisce, la cui carne ci nutre, il cui sangue è nostra bevanda: è quest'uomo - il Figlio di Dio - che sta per cadere nella morte con noi e per causa nostra. E al fondo di questa morte, egli vede la gloria del Padre che lo attende.

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La sua morte, tuttavia, non sarà una commedia. E' troppo facile dire con un sorriso malizioso: non aveva paura di morire, perché sapeva di risuscitare. I racconti evangelici, al contrario, sono a questo riguardo di un realismo tragico. Gesù è morto veramente, poiché ormai era una cosa sola con me che sono un condannato a morte. Già prima, al Getsemani, ha avuto paura della morte vedendola arrivare e prevedendo ciò che essa avrebbe rappresentato per lui. E quando emette il grande grido sulla croce: "Eloì, Eloì, lema sabactàni? Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Mc 15,34; Sal 22,2, è l'istante in cui il suo corpo, che è comunque il corpo del Figlio, sta per essere tagliato dalla sua sorgente. Vi è una rottura tra il Padre e il suo figlio nella carne. Il Padre non sostiene più suo Figlio: questi rende lo spirito; il legame che univa il Figlio dell'uomo a suo Padre è scomparso. Così si compie ciò che era inscritto nella carne di Gesù a partire dal momento in cui si era donato come cibo.

Non vi è più ormai che un'unica morte. La morte del cristiano non è più una tappa che gli appartiene in proprio, perché è stata pienamente assunta dal Signore. Quando il cristiano giunge al termine della sua esistenza terrena, è la morte di Gesù che egli celebra, poiché questi ha preso interamente su di sé le conseguenze di tutti i peccati dell'uomo. Tutto ciò che nella mia esistenza è seme di morte, indirizzo verso la morte, tutto ciò ormai è assunto nella morte di Gesù.

Tale era il progetto d'amore di Dio per l'uomo. Egli ha chiesto a suo Figlio di esistere nella carne, affinché questa carne fosse per l'uomo portatrice dell'amore infinito del Padre e fosse per il Padre portatrice della debolezza sconfinata dei suoi figli. Dio non ritorna su ciò che è stato fatto: poiché l'uomo era ferito dal peccato, è in quanto ferito che bisognava raccoglierlo e aiutarlo a ritrovare il cammino dell'amicizia con Dio. Poiché è peccatore, bisogna permettergli di accettare nell'amore il lato oscuro del suo peccato, e che non può esserne separato: la morte. Entrare nella morte con queste prospettive, per il peccatore non è più una punizione, al contrario, è riannodare i legami con l'amore di Dio, accettando totalmente la realtà della frattura che esiste fra sé e il Padre. Vi era in ciò una contraddizione insanabile: essere peccatore, cioè essere contro Dio, e al tempo stesso accettare questa rottura con amore, come una conseguenza normale del nostro rifiuto del suo amore. Solo il Figlio poteva portare nel suo corpo questa frattura e accettarla pienamente.

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"Era morto, ma ora vive per sempre". cf. Ap 1, 18. L'esperienza mostra che le parole sono insufficienti allorché si tratta di parlare della Risurrezione del Salvatore. Questa vita nuova che ha fatto uscire Gesù dal sepolcro supera talmente le nostre intelligenze, che egli stesso ha rinunciato a parlarcene: si è semplicemente manifestato ai discepoli nella realtà del suo corpo perfettamente vivente. Essi hanno potuto toccarlo; Tommaso ha avuto sotto gli occhi, a portata di mano, le ferite del costato, delle mani e dei piedi. Gesù ha condiviso il loro cibo: è lui stesso che ha preparato loro un pasto e lo ha servito. E' davvero vivo, d'una vita che possiamo controllare, e tuttavia ci sfugge ora completamente in questa carne che ha condivisa con noi. Come commentare queste pagine della Scrittura, la cui luce così pura è sufficiente a se stessa?

Non soltanto vive, ma siede ormai in trono alla destra della potenza di Dio. E' lì che Stefano e Paolo lo contemplano, vero uomo come loro, ma rivestito della pienezza d'autorità che appartiene al Figlio di Dio. "E' il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza." Col 1,18-19. E' l'Agnello che siede in trono per l'eternità al centro di tutta la creazione, ricevendo senza fine l'omaggio degli Angeli, dei ventiquattro vegliardi e della moltitudine innumerevole dei Santi. E' la luce che rischiara notte e giorno la nuova Gerusalemme. Come non rimanere abbagliati alla vista di una carne rivestita della gloria increata, divenuta piena trasparenza della divinità? E Gesù vi è giunto attraverso il mio peccato; è eccessivo dire che, in una certa misura, è grazie al mio peccato che egli è stato accolto in questo modo dal Padre, grazie all'umiliazione suprema che la sua carne ha assunto? E' certo, in ogni caso, che Gesù vi è arrivato al termine di una tappa dolorosa, che si è innescata nell'istante in cui gli rimettevo il mio essere di peccato, perché lo prendesse totalmente su di sé. Bisogna pensarci, allorché ci sentiamo indegni di presentarci davanti al suo amore, quando abbiamo l'impressione che davanti al suo amore solo la fuga sia conveniente. No, non è così: egli è venuto per prendere nella sua carne tutta la povertà della nostra e la sola offesa irreparabile che potremmo fargli sarebbe precisamente quella di rifiutare di mettere in comunione con lui qualcosa della nostra debolezza.

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Ormai, in tutta verità, questa carne e questo sangue sono la carne e il sangue del Figlio. Essi hanno accettato quaggiù senza riserve l'amore del Padre che domandava loro di identificarsi con me: in cambio, nella gloria il Padre li identifica fino in fondo, fino al limite estremo della loro capacità, alla nascita increata del Figlio. Essi sono perfettamente generati da uno zampillo venuto dal Padre, nell'unità dello Spirito.

La gloria che il Figlio aveva prima dell'inizio del mondo, quella appunto d'essere Figlio, è la medesima di cui sono rivestiti, non come di un abito esteriore, ma come il loro essere più profondo in virtù della grazia di Dio.

L'unità di questo corpo umano, vivente in nome dell'unità divina, è al tempo stesso l'unità del corpo dell'umanità intera ricapitolata in esso. Ogni uomo che ha sentito le parole: "Prendi e mangia, prendi e bevi si trova ormai unito al corpo di Cristo, là dove esso si trova. Non vi è che un solo corpo: quello nato da Maria, quello che io mangio, quello che siede alla destra del Padre. Questo corpo dimora in ciascuno di noi e in esso noi tutti siamo una cosa sola nella gloria del Padre.

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