PRECEDENTE <- INDICE ->SEGUENTE
"Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" Gv 13,1. Tutti i discepoli sentono che il momento è solenne e la lunga meditazione che Gesù sta per fare con loro ne è la testimonianza. Ma malgrado l'importanza delle parole che Gesù sta per dire, non è qui il centro di questa serata. L'avvenimento centrale si è svolto senza rumore, senza neppure forse che i discepoli abbiano preso coscienza di quanto si svolgeva. Gesù ha dato loro ciò che aveva l'apparenza di un pezzo di pane e ha detto: "Prendete e mangiate questo è il mio corpo offerto per voi". Poi, dopo aver cenato, prendendo il calice l'ha presentato loro dicendo: "Prendete e bevete, questo è il calice del mio sangue, il sangue della nuova alleanza che sarà versato per voi e per tutti in remissione dei peccati".
Siamo talmente abituati a vedere la liturgia ricordarci regolarmente questo avvenimento, che nemmeno noi, non più dei discepoli, siamo colpiti dal fatto di quest'uomo che dice a ciascuno di noi: "Prendi e mangia: è il mio corpo. Prendi e bevi: è il mio sangue". Talvolta è necessario guardare con occhi nuovi queste cose ripetute mille volte, se le si vuole vivere nella loro realtà e non sotto le vesti logore di un'abitudine che non desta più né il nostro cuore né la nostra attenzione.
Cerchiamo dunque di chiederci che cosa comporta per Gesù il donarci la sua carne e il suo sangue, non già in modo simbolico, ma in tutta verità. Dovremo in seguito domandarci quali conseguenze ciò produce in noi, anche se non sappiamo sempre guardare questa realtà con sufficiente fede.
Questo dovrà allora aiutarci a vivere meglio l'Eucaristia, l'azione liturgica del corpo e del sangue che ci sono donati.