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Letture della preghiera notturna dei certosini |
GIOVANNI
GIUSTO LANSPERGIO
1489c.-1539
Tutta l'opera letteraria di Giovanni Giusto Lanspergio si può agevolmente suddividere in due grandi sezioni: una più vasta, comprendente i sermoni capitolari, mentre la seconda, più importante, raccoglie gli opuscoli spirituali. In essi l'autore espone le esigenze della vita ascetica e contemplativa per cui contribuì in modo duraturo alla riforma cattolica.
Lo
Speculum christianae perfectionis fu pubblicato anonimo in olandese tra
il 1525 e il 1529 e con qualche variante in alto tedesco a Colonia nel 1536;
solo dopo la morte di Lanspergio fu edita la traduzione latina. Già il fatto di
essere stato redatto nelle lingue popolari dell'area basso-renana, indica
l’intenzione di Lanspergio perché l’opuscolo si diffondesse oltre la
cerchia dei chierici, che conoscevano il latino, e raggiungesse i laici, “per
mostrare ad ogni cristiano come possa pervenire alla vera pace, all'autentica
purezza di cuore, alla riconciliazione e all'unione con Dio” (Praefatio
all'opera, t.IV, p.249). Si tratta quindi di uno scritto in cui ognuno possa
“specchiarsi” per scorgere la vera immagine di sé, quella voluta dal
Creatore. Di qui il titolo dell'opera, giacché sappiamo bene che il paragone
dello specchio come modello a cui conformarsi ebbe un gran successo nel Medio
Evo.
L'opuscolo
ha una struttura sistematica: parte dalla necessità della conversione, descrive
gli ostacoli al lavoro della grazia e come invece l'uomo possa collaborarvi. La
via che l’autore propone è quella dell'umiltà, della carità,
dell'abnegazione totale in modo che tutte le forze siano convogliate nell'amore
di Dio, contemplato in Gesù crocifisso. Dal cap. 13°, Lanspergio si sofferma
ad analizzare la struttura dell'anima e poi gli attributi divini, per sboccare
su quali siano gli esercizi più efficaci per giungere al puro amore, e dal cap.
21° sino alla fine - da questa sezione sono tratte le letture del lezionario -
il discorso s’incentra sulla verginità spirituale. Già solo i titoli dei
capitoli ne indicano il senso e il valore, ruotando attorno ai temi della
purezza del cuore o dell'abnegazione di sé per l’abbandono completo e
fiducioso in Dio.
Lanspergio non transige:
l'unione con Dio esige lo spogliamento definitivo. Intus nos nudemus
nudatosque conservemus (290. 294). Qualsiasi contrarietà o pena va
accettata “nudamente” dalla mano del Signore, saltando le cause seconde
(296), fidandosi "nudamente" di Dio (297). Nell'anima deve rimanere
unicamente un desiderio “nudo” teso verso Dio (290). Sulla medesima linea
l'autore inculca la santa indifferenza - apatheia - (286.296.297)
e la vita abstracta (292. Z94. 286). “Fuggi e taci” (295) egli
ripete, sulla scia dei padri del deserto, così come, seguendo la tradizione,
insiste sul redire in se et habitare secum (298, ecc.).
Come
conseguenza, ne scaturisce la lode per la solitudine, fonte di beatitudine
(288.300). Se quest’elogio della vita solitaria ricorda celebri pagine come
quelle di s. Eucherio (7) o di s. Pier Damiano (185), Lanspergio non fa della
retorica. Nell’esortare alla solitudine del cuore (289) si sente vibrare
l’esperienza diretta dell'autore. “La genuina vita solitaria non è tanto la
separazione fisica del corpo quanto la solitudine interiore dell'anima” egli
sottolinea ancora più nettamente (292). E prosegue indicando i modi come
coltivare la presenza di Dio nella varie circostanze quotidiane.
Questo sapore di vissuto si allea quindi con gli influssi dei grandi maestri spirituali, (del resto esplicitamente richiamati nel Praefatio). Non sono solo i classici Agostino o Bernardo, ma in particolare i mistici renani e fiamminghi. Già sopra si avrà colto il tema tauleriano della nudità interiore, e tipico di Taulero è parlare dell'opera nobilissima che Dio compie nell'anima (289).
Le
reminiscenze di Ruusbroec sono anche più evidenti, ad esempio quando Lanspergio
parla di stringersi a Dio con una “unione essenziale” (294) o di aderire a
Lui sine medio (287. 298); quest’espressione non va assolutamente
intesa come escludente la mediazione di Cristo, dei sacramenti e di Maria. Con
tale formula i mistici cercano solo di lumeggiare l'indicibile esperienza
dell'anima giunta all'unione: senza H mezzo dei pensieri, nella nudità
dell’intelletto, l'Essenza divina si unisce all'essenza dell'anima.
È
certo che da queste pagine si sprigiona un fascino per Dio, l’unico Amato, che
diviene forza travolgente. In Dio dobbiamo trasformarci (294. 299), immergerci
(287), con lui unirci (286. 288. 2991 congiungerci (293), a lui aderire (287.
297. 298. 300) a lui solo attendere (293), in lui solo riposare (290), fino ad
essergli assimilati (288), per giungere alla deificazione (295).
L'amore
attuerà questo programma (287. 290. 293, ecc), in particolare mediante ardenti
aspirazioni e sentimenti d'amore “effusi in Dio con uno slancio infocato
spesse volte durante il giorno e la notte” (287).
“Forse
Dio stesso non ti basta?” (299) domanda Lanspergio. È
il medesimo grido di san Bruno a Rodolfo. D'altronde le reminiscenze del
nostro santo Padre pervadono tutte queste letture: pensiamo solo al tema della
purezza e verginità di spirito che a volte trova gli stessi echi semantici (cf.
quel ferire lo Sposo in 287).
Infine,
lo slancio mistico dello Speculum si conclude con l'Eucaristia, vista
come ultima e definitiva trasformazione in Dio: “Qui Dio dona se stesso a te e
ti accoglie e unisce in se. Tu vieni meno a te stesso, ma sei completamente
trasformato in Dio, per cui le tue opere diventano sante e divine” (299).
Un
altro opuscolo di Lanspergio, l'Enchiridion militiae christianae, tratterà
un pò i medesimi temi; tuttavia il tono è meno contemplativo e non c'è più
la vivezza e la densità che brillano nello Speculum.
bibliografia:
Una lettera di Gesù Cristo, ed Città Nuova - Esaurito
©2004 Museo della Certosa