Letture della preghiera notturna dei certosini

prova favoriticiclo B della stessa lettura invia ad un amico stampa questa pagina

 

GIOVANNI DELLA CROCE

1542 - 1591

 

La Fiamma viva d’amore, scritta per assecondare il desiderio di donna Anna de Peñalosa, penitente del Santo, è un commento continuo, verso per verso, d'una poesia: ritorna qui lo stesso procedimento del Cantico spirituale. Tra metafore e splendidi paragoni, presi per lo più dalla natura, (raggi di sole, fuoco che avvampa, legno che arde), l'autore scopre in progressione ascendente la sublimità dell'amore divino nelle anime, dai gradi inferiori ai più alti (301. 302. 313). Stile immaginoso, quindi; eppure Giovanni della Croce, formato alla scuola di san Tommaso, ha un vocabolario essenzialmente ontologico e si vale non poco di un ragionamento rigoroso, che per ciò stesso convince (301, 311).

Nello stesso tempo siamo in clima di vertiginoso lirismo e d'immediatezza descrittiva. L'anima sembra incendiarsi dello stesso fuoco d'amore che arde in Dio, (311), amore che è lo Spirito Santo.

Il supremo stato mistico, possibile in terra (306), è qui analizzato e descritto con tanta verità di espressione da sembrare un racconto autobiografico, e del resto è tale da considerarsi, a parte ogni intenzione dell'autore.

La natura della contemplazione, a cui Giovanni della Croce invita il suo discepolo, fonda il carattere normale e per nulla straordinario di essa. Desideroso di tacitare gli scettici, in questa che è la più elevata delle sue opere, il Santo invoca il testo di Gv 14,23: “Se uno mi ama ... faremo dimora presso di lui” (303). Per il nostro autore la contemplazione è fondata sulla Scrittura (cf. 301. 305. 306), e merita il qualificativo di “cristiana”, per evitare di venir confusa con la contemplazione dei filosofi. Ne segue che ogni battezzato è normalmente chiamato alla contemplazione. Dio è il sole che brilla per tutti. In lui non esistono parzialità (303), ed egli arde dal desiderio di condurre tutte le anime all'unione con sé. Ecco lo scopo che attraversa ogni nostra gioia e ogni nostro dolore (304).

Tuttavia, Dio rispetta la libertà di ciascuno e sintonizza la sua azione con le disposizioni che incontra (304).

Qualora uno ricerchi la causa perché sono tanto pochi quelli che pervengono alla piena maturità spirituale, Giovan­ni della Croce non chiama mai in gioco non so quale arbitrio divino, ma sempre mette in conto la mancanza di libera corrispondenza dell'uomo, che non sa persistere fedelmente nell'amore in mezzo alle prove purificatrici (307. 308): di qui la grande preoccupazione del Santo che non cessa d'invitare le anime a “pagare lo scotto” che occorre. Tutti i mistici insistono su questo punto, ma Giovanni della Croce più di ogni altro.

Possiamo affermare in tutta verità che per il nostro mistico il fatto di giungere in vetta alla montagna sempli­cemente corrisponde al pieno compimento della grazia battesimale (303).

La vita spirituale viene infatti presentata come il cammino verso Dio che sceglie l'itinerario direttissimo della montagna impervia, via aspra che impone implacabil­mente tutte le rinunce. Per Giovanni della Croce lo spoglia­mento ascetico non è la semplice riforma morale della vita, che rende fedeli alla legge del Signore; si tratta lutto­sto e soprattutto di sottrarre progressivamente l'anima agli influssi multiformi delle creature per renderla sempre più aperta alla grazia e ai doni divini (305).

Eppure questa riplasmazione integrale non è nelle possibilità puramente ascetiche dell'anima: soltanto Iddio può giungere con azione efficace nelle profondità più intime dell'essere umano (304. 310).

Ma riplasmata nel tremendo crogiolo della prova, l'ani­ma ha una capacità nuova a ricevere Dio e a effondersi in lui (309. 313). L'unione che ne segue non è un semplice atteggiamento affettivo, ma una realtà così piena e ricca che raggiunge il centro più intimo dell'anima, ne invade le facoltà, diventando principio esclusivo di azione (310) ed esperienza di unione indivisibile (312. 309).

Questo proporzionamento a divinamente amare (302) rende l’anima non soltanto capace di gesti quanto mai fecon­di per l'avvento del Regno, ma, costituendola in una ineffabile eguaglianza di amore con Dio stesso, fa sì che ella “doni a Dio Dio stesso" e compia per Dio e in Dio quello che Dio fa in lei e per lei (311).

È  davvero pregustare fin d'ora la vita eterna (306), partecipando anche sperimentalmente alla vita trinitaria nelle sue infinite espressioni di carità (311).

   

bibliografia:

Opere - Giovanni della Croce (san) ; OCD  

 

top

©2004 Museo della Certosa