San Bruno
SAN BRUNO E I CERTOSINI
Cammini di contemplazione

Domenica fra l'ottava di Natale

SANTA FAMIGLIA DI GESU’, MARIA E GIUSEPPE

Immagine della Santa Famiglia che fugge in Egitto

12 lezioni

Dai “Discorsi” di Paolo VI, papa.

Durante la messa che celebrò nella cripta dell’Annunciazione, il papa Paolo VI pronunziò la seguente omelia:
A Nazareth il nostro primo pensiero sarà rivolto a Maria per porgerle il tributo della nostra pietà, per nutrire questa pietà dei motivi che devono renderla vera, unica come il disegno divino vuole che sia. Ella è la piena di grazia, l'immacolata, la sempre vergine, la Madre di Cristo e Madre perciò di Dio e Madre nostra; è l'assunta in cielo, la regina beatissima, modello della Chiesa e nostra speranza. Subito le offriamo l'umile e filiale proposito di volerla sempre venerare e celebrare con culto speciale, che riconosca le grandi cose operate in lei da Dio e metta in esercizio i nostri affetti più pii, più puri, più umani, più personali o più fiduciosi, e sollevi in alto, sul mondo, l'esempio della perfezione umana.

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Subito le presenteremo la preghiera per ciò che più ci sta a cuore, perché vogliamo onorare la sua bontà e la sua potenza d'amore e di intercessione. La preghiera, che ci conserva in cuore una sincera devozione per lei, la preghiera ci dia il concetto, il desiderio, la fiducia e il vigore della purezza dello spirito e delle membra, del sentimento e della parola, dell'arte e dell'amore; quella purezza che oggi il mondo non sa più come offendere e profanare, quella purezza a cui Cristo ha connesso una delle sue promesse, una delle sue beatitudini, quella dello sguardo penetrante nella visione di Dio. Presentiamo a Maria la preghiera di essere ammessi da lei, la Madre di Dio, la padrona di casa, insieme col mite e forte suo sposo, san Giuseppe, nell'intimità con Cristo, il suo umano e divino Figlio Gesù.

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La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio, tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare la cornice del suo soggiorno in mezzo a noi, cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo. Qui tutto ha una voce, ha un significato, tutto ha una duplice virtù d'impressione, l'una esteriore che i sensi e la percettività dei presenti possono ricevere dalla scena evangelica, quella di coloro che guardano il di fuori, che solo studiano e criticano la veste filologica o storica dei libri sacri, e che nel discorso biblico si chiama la “lettera”.

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Questo studio è prezioso e necessario, ma opaco per chi ad esso si ferma; è capace di infondere illusione ed orgoglio di scienza a chi non osserva con occhio limpido, con animo umile, con buona intenzione, con preghiera interiore, l'aspetto fenomenico del vangelo. Esso concede la sua impressione interiore, cioè la rivelazione della verità, della. realtà che insieme presenta e racchiude, solo a chi si mette nella fase della luce, risultante dalla rettitudine dello spirito, cioè del pensiero e del cuore. Condizione soggettiva e umana, che ciascuno dovrebbe dare a sé stesso, risultato insieme dall'imponderabile, libera, gratuita folgorazione della grazia. Essa, per il mistero di misericordia che regge le sorti dell'umanità, non manca, a date ore, in date forme, no, non manca ad ogni uomo di buona volontà. Questo è lo “spirito”.

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A questa scuola di Nazareth comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del vangelo e diventare discepoli di Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine. Raccogliamo almeno in modo furtivo alcuni brevi ammonimenti della casa di Nazareth.
In primo luogo, essa ci insegna il silenzio. Se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera meravigliosa e indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l'interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto.

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Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi che cosa è la famiglia, cosa è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile; ci faccia vedere com'è dolce ed insostituibile l'educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell'ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro. Oh! dimora di Nazareth, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto, desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo, ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a sé stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza non solo da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine.

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Grande motivo dell'operare dell'uomo è l'obbligazione, che mette in esercizio la sua libertà; era nel Vecchio Testamento il timore, e nella prassi di ogni tempo e nostra, l'istinto e l'interesse; è per Cristo, Lui stesso dato al mondo dal Padre per amore, l'amore. Egli insegnò ad obbedire per amore; è questa la sua liberazione. Dio - ci insegna sant'Agostino - dette comandamenti meno perfetti al popolo che doveva ancora essere tenuto sotto il timore; e comandamenti più perfetti con suo Figlio al popolo che ormai aveva deciso di liberare con l'amore. Cristo nel Vangelo ha recato al mondo lo scopo supremo, e la forza suprema dell'azione, e perciò della libertà e del progresso: l'amore. Nessuno lo può superare, nessuno vincerlo, nessuno sostituirlo. Il codice della vita è il suo vangelo. La persona umana raggiunge nella parola di Cristo il suo più alto livello: la società umana vi trova la sua più congeniale e la sua più forte coesione.

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Beati noi se non faremo dell’egoismo il criterio direttivo della vita e suo scopo il piacere, ma sapremo scoprire nella sobrietà un'energia, nel dolore una fonte di redenzione, nel sacrificio il vertice della grandezza. Beati noi se preferiremo essere oppressi che oppressori, se avremo fame di una progrediente giustizia; beati noi, se per il regno di Dio, nel tempo e oltre il tempo, sapremo perdonare e lottare, operare e servire, soffrire e amare. Cosi ci sembra di riudire la sua voce, oggi. Allora era più forte, più dolce e tremenda; era divina. Ma cercando di raccogliere qualche risonanza delle parole del Maestro, abbiamo l'impressione di diventare i suoi discepoli e di essere, non a torto, pieni di nuova sapienza e di coraggio.

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Dal vangelo secondo Giovanni:

1,9-14.16-18

A quanti l'hanno accolto,
il Verbo ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.

Dai “Trattati sul vangelo di Giovanni” di sant'Agostino.

Grande benevolenza, grande misericordia! Il Signore era l'unico Figlio di Dio e non volle rimanere solo. Molti uomini che non hanno avuto figli, quando per la loro età non possono averne, ne adottano qualcuno; e fanno per mezzo della volontà ciò che non poterono fare per mezzo della natura. Questo fanno gli uomini. Se però uno ha un figlio unico, concentra su di lui tutto il suo compiacimento, perché quel figlio solo dovrà possedere tutti i suoi beni e con nessun altro dividere la sua eredità: altrimenti si impoverirebbe. Non è così per Dio: l'unico Figlio, che egli aveva generato e per cui aveva creato tutte le cose, questo Figlio, lo inviò nel mondo perché non fosse solo ma avesse fratelli di adozione. Noi infatti non siamo nati da Dio come l'Unigenito, ma siamo stati adottati per grazia. Il Figlio unico venne per scioglierci dai peccati che ci impedivano l'adozione; egli stesso ha liberato coloro che voleva fare suoi fratelli, e li ha resi con sé stesso eredi.

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L'Apostolo proclama: Se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio; e: Eredi di Dio, coeredi di Cristo. Rm 8,17. Non ebbe paura lui, d'avere dei coeredi, perché la sua eredità non si impoverisce anche se sono in molti a possederla. Essi stessi diventano la sua eredità, in quanto sono da lui posseduti e lui a sua volta diviene l'eredità loro. Ascolta in che modo gli uomini diventano l'eredità divina: Dio mi ha detto: Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti. Sal 2,7-8. E lui a sua volta, come diventa l'eredità degli uomini? Dice il salmo: Il Signore è mia parte di eredità e mio calice. Sal 15,5. Che Dio sia dunque il nostro possesso e che egli possegga noi: egli noi da Signore e noi lui come la nostra salvezza, come la luce. Che cosa Dio diede a coloro che lo ricevettero? Il potere di diventare. figli di Dio, Gv 1,12. perché si tengano stretti alla croce, che farà loro attraversare il mare. E come essi nascono? Appunto se diventano figli di Dio e fratelli di Cristo.

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Siamo cristiani e credo che non abbiate bisogno di esserne persuasi. Se siamo cristiani, il vocabolo stesso dice che apparteniamo a Cristo. Portiamo in fronte il suo segno, del quale non arrossiremo se lo porteremo anche nel cuore. Il segno di Cristo è la sua umiltà. I Magi lo riconobbero per mezzo di una stella; era il segno dato per riconoscere il Signore, segno luminoso, venuto dal cielo. Non una stella, ma la croce egli volle come segno sulla fronte dei fedeli. Dalla croce fu umiliato e dalla croce fu glorificato; con essa ha risollevato gli umili dall'abisso dove era disceso egli stesso umiliandosi. Noi apparteniamo dunque al Vangelo, apparteniamo al Nuovo Testamento. Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Gv 1,17. Interroghiamo l'Apostolo, e lo ascoltiamo dirci che non siamo sotto la legge ma sotto la grazia. Mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. Ecco perché venne Cristo, per redimere quelli che erano sotto la legge, affinché passassero sotto la grazia. E chi fu a dare la legge? Lo stesso che ha dato la grazia; ma la legge la mandò per mezzo di un suo servo, con la grazia è sceso lui stesso. Come fu che gli uomini si ridussero sotto la legge? Perche' non l'avevano adempiuta. Chi infatti osserva fedelmente la legge, non è sotto, ma con la legge; chi invece sta sotto la legge non vi trova sollievo, ma ne è oppresso.

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Se desideri da Dio beni materiali, allora sei ancora sotto la legge e perciò neppure la adempirai. Quando vedi che di questi beni materiali abbondano uomini che offendono Dio, il tuo piede vacilla e dici a te stesso: Ecco, servo Dio fedelmente, mi affretto ogni giorno in chiesa, le mie ginocchia sono consunte dalle lunghe preghiere eppure sono sempre infermo. Altri invece che commettono assassinii, rapine, vivono nella gioia, nell'opulenza e tutto per loro riesce bene. Erano questi i beni che chiedevi a Dio? Eppure tu appartenevi alla grazia. Allora, se Dio ti ha donato quella che è detta grazia .. poiché te l'ha data gratuitamente, ama anche tu con gratuità. Guardati dall'amare Dio in vista di un premio; sia egli stesso la tua ricompensa. Il tuo cuore ripeta: Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella caso del Signore tutti i giorni della mia vita per gustare la dolcezza del Signore. Sal 26,4. E non temere che questo spettacolo alla lunga ti annoi. Tale sarà il godimento di quella bellezza, che ti sarà sempre presente e mai ti sazierà. O meglio ti sazierà sempre senza che tu sia mai sazio. Se io avessi detto: non ti sazierai mai, vuol dire che allora tu avresti fame; se avessi detto: ti sazierai, temo che penseresti di averne fastidio. Non so come esprimermi di fronte a qualcosa che mai annoierà e mai lascerà insoddisfatti. Ma Dio ha ciò che può soddisfare coloro che non sanno come esprimere ciò che riceveranno, ma vi credono lo stesso.

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