Letture della preghiera notturna dei certosini

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Ciclo A

 

 

 

Tempo Ordinario

 

 

 

34°  Settimana

 

 

 Lunedì 

309 

Da “La fiamma viva d’amore” di san Giovanni della Croce.

….de amor viva. II, 34. Obras, Burgos, 1940, 683.  

Tutti i movimenti, le operazioni e le tendenze che l'anima aveva prima in forza della sua vita naturale, ora a motivo della sua unione con Dio, si cambiano in movimenti divini; dopo esser morti a ciò che avevano in sé di naturale, sono vivi in Dio. L'anima, come vera figlia di Dio, ora è mossa dallo Spirito Santo, come afferma san Paolo: Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio.

Ne segue che l'intelletto dell'anima è l’intelletto di Dio, la volontà dell'anima è la volontà di Dio, la memoria è memoria di Dio, la gioia gioia di Dio. La sostanza dell'anima, poi, quantunque non sia sostanza di Dio perché non può trasformarsi sostanzialmente in lui, però è Dio per partecipazione, dato che è unita e assorbita in lui. Ecco quanto avviene in questo stato perfetto della vita spirituale, anche se non a un punto tale come nell'altra vita. Così l'anima è morta a tutto ciò che era da se stessa, il che d'altronde era una morte per lei, ed ora vive di ciò che Dio è in se stesso.

Ecco perché, parlando fra di sé, ella esclama nel verset­to seguente: “Uccidendo, tu hai cambiato la morte in vita”. L'anima ha dunque piena ragione di ripetere la parola di san Paolo: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

 

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Martedì

310 

Da “La fiamma viva d’amore” di san Giovanni della Croce.

….de amor viva. III,33- 34. Obras, Burgos, 1940, 701.702.  

Quando Dio pone l’anima nello stato di contemplazione, ella deve andare a Dio soltanto con attenzione amorosa, senza emettere atti particolari. Deve, ripeto, comportar­si passivamente, senza fare nessuno sforzo da se stessa, conservando per Dio un'attenzione amorosa, semplice e pura, come chi apre gli occhi per guardare con amore.

Siccome allora Dio, nel suo modo di agire, tratta l'ani­ma con una conoscenza semplice e amorosa, l'anima, nel suo modo di ricevere, deve ugualmente trattare con lui con una conoscenza semplice e piena d'amore. In questo modo si uniranno la conoscenza e l'amore dell'uno con la conoscenza e l'amore dell'altro. Occorre che chi riceve si metta in sintonia con ciò che riceve e non agisca in altro modo, per poterlo ricevere e conservare così come gli viene donato.

Così l'anima non deve attaccarsi a niente: non a un esercizio di meditazione discorsiva, non a qualche gusto sensibile o spirituale, né a qualsiasi altra operazione. Tale stato esige che lo spirito sia talmente libero e ridotto al niente verso tutto, che qualunque pensiero, discorso o diletto a cui l'anima si volesse appoggiare le sarebbe d'impedimento e di inquietudine. Ciò farebbe soltanto rumore nel profondo silenzio che conviene regni sia nei sensi sia nello spirito, per ascoltare la parola così profonda e delicata che Dio le dice al cuore nella solitudine di cui parla Osea,  o per ascoltare, come Davide, in somma pace e tranquillità ciò che Dio le dice: in questa solitudine infatti il Signore pronunzia parole di pace.

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Mercoledì

311 

Da "La fiamma viva d'amore" di san Giovanni della Croce.

Llama de amor viva, III, 78-79. Obras, Burgos, 1940, 724-725. 

L’anima, diventata ombra di Dio grazie a questa tra­sformazione sostanziale, fa in Dio e per Dio ciò che egli fa in lei e per sé. L'anima lo fa nel medesimo modo di Dio, perché la volontà dei due è una e una è anche l’operazione di Dio e sua; sicché, se Dio si dona all'anima con volontà libera e gratuita, anche lei, avendo la volontà tanto più libera e generosa quanto più è unita a lui, dona a Dio Dio stesso in Dio. Questo dono che l'anima fa a Dio è reale e assoluto.

L'anima capisce allora che Dio è veramente suo e che lo possiede in eredità, come figlio adottivo, con tutti i diritti in forza della grazia che il Signore le ha fatto di donarsi a lei. Per il fatto stesso che egli è divenuto proprietà dell'anima, ella può darlo a chi vuole; così lo dà al suo amato che è lo stesso Dio che si è dato a lei. In tal modo paga a Dio quello che gli deve, poiché volontariamente gli dà quanto riceve da lui.

In questa donazione a Dio, l’anima gli offre lo Spirito Santo come bene proprio con volontà deliberata, perché egli si ami in lui come lo merita. In questo dono l'anima trova un inestimabile diletto, perché si accorge di dare al Signore un bene proprio che corrisponde all'infinito essere di lui.

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Giovedì

312 

Da “La fiamma viva d'amore” di san Giovanni della Croce.

Llama de amor viva, IV,11. 12-13. Obras, Burgos,1940, 731.732-733. 

Come può l'anima sopportare una comunicazione di Dio così forte nella carne, la quale non ha né capacità né forza per resistere a tanto senza venire meno? Lo può fare benissimo colui che sostenne Mosè con la sua destra perché potesse contemplare la sua gloria. E così l'anima trova in Dio tanta mansuetudine e amore quanto potere, maestà e gloria, poiché in lui tutto si identifica. Se le delizie sono forti, ella può sopportarle perché forte è l'aiuto che trova nella mansuetudine e nell'amore, e invece che disfatta ne esce forte e rinvigorita. Ester venne meno perché sulle prime il re non le si mostrò favorevole, ma come dice la Scrittura, alzo il viso splendente di maestà e guardò in un accesso di collera. Ma appena egli, in segno del suo fa­vore, la toccò con lo scettro e l'abbracciò, invitandola a non temere chi era suo fratello, ella subito si rianimò.

E così, poiché il Re del cielo ora si comporta amichevolmente con l'anima, come se fosse suo amico e fratello, ella non teme più. Senza terrorizzarla ma con mansuetudine, egli le mostra la forza del suo potere e l'amore della sua bontà; le comunica la forza e l’amore del suo petto, scendendo verso di lei dal trono che è nell'anima stessa, come lo sposo che esce dal talamo nuziale dove se ne stava nascosto; chino su di lei, la tocca con lo scettro della sua maestà e l'abbraccia come un fratello.  

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Venerdì

313 

Da "La fiamma viva d'amore» di san Giovanni della Croce.

Llama de amor viva, IV,14. Obras, Burgos,1940, 733-734. 

È bene notare che Dio dimora segreto e nascosto nella sostanza di tutte le anime, poiché altrimenti esse non potrebbero sussistere. Però vi è differenza tra i vari modi di dimorare, anzi una gran differenza. In alcune anime Dio dimora da solo, in altre no; in alcune vi sta contento, in altre scontento; in alcune si trova come in casa sua comandando e dirigendo tutto, in altre come un estraneo in casa altrui, dove non gli è permesso di comandare né di fare cosa alcuna.

L'anima in cui sì trovano meno voglie e tendenze proprie è quella dove Dio dimora più solo, più contento e più come in casa propria, governandola e dirigendola: e vi dimora tanto più segreto quanto più è solo.

Così in quest’anima che ormai non ha più nessun attaccamento o affetto per una qualsiasi creatura e non ne ha conservato né l'immagine né la forma, l'amato vi abita in maniera segretissima; lì egli l'abbraccia tanto più intimamente e strettamente quanto più ella è pura e lontana da tutto quello che non è Dio.

E Dio vi dimora in modo del tutto segreto, perché il demonio non può arrivare a conoscere questo luogo e questo abbraccio, né l’intelligenza dell'uomo può comprenderne la natura. Tuttavia, non è un segreto per l'anima giunta a tale perfezione, perché ella sente in sé questo intimo amplesso.                    

 

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Sabato

314 

Dai Discorsi di sant'Andrea di Creta.

In Nativitatem B. Mariae, oratio I. PG 97,812-813. 

Oggi il genere umano recupera il carisma della primiti­va creazione divina in tutto lo splendore della sua nobiltà e ritrova se stesso. L’abiezione del male l’aveva oscurato, ma ora che viene alla luce la madre del Bello, la nostra natura riceve di nuovo la sua nobiltà in una creatura perfetta e degna di Dio.

La creazione di un tempo diventa essenzialmente una creazione nuova, la creazione nuova una divinizzazione, e questa un'assimilazione al primo principio.

La prima formazione dell'uomo era stata fatta di terra pura e immacolata, ma il genere umano rovinò la grandezza che gli era congenita; fu quindi spogliato della grazia per la caduta della disobbedienza. A causa del nostro peccato siamo stati cacciati dalla terra che dona la vita.

La natura umana scambiò il godimento del paradiso con la vita corruttibile, la sola che poteva trasmetterci in eredità, vita da cui nacque la morte e la conseguente rovina della stirpe umana.

Tutti noi avevamo preferito il mondo di quaggiù a quello dell'alto, per cui fu tolta ogni speranza di salvezza e il nostro stato era tale da aver bisogno dell'aiuto supremo.

Per risanare il male dell'uomo non vi era legge, naturale o scritta, che ne fosse capace; nessuna parola ardente e conciliatrice di profeti poteva farlo. Nessuno era in grado di portare rimedio alla natura dell'uomo, nessuno che potes­se, con facilità e prontezza, riportarlo allo splendore primi­tivo.

Piacque allora a Dio, il buon artefice di ogni cosa, rivelare un altro mondo, tutto pieno di armonia e interamen­te nuovo, da cui sarebbe scacciata l'epidemia del peccato che da lungo tempo era proliferante e da cui era venuta la morte. A noi, ricreati dal battesimo della rigenerazione divina, Dio offrì nel suo amore, una vita nuova, libera e, per natura, immune dal peccato.

 

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©2004 Museo della Certosa