|
Letture della preghiera notturna dei certosini |
|
Sant’Ugo di Lincoln certosino
17
novembre
|
1
Dalle Conferenze di san Giovanni Cassiano.
Conlationes I, 5-6.
7-8. 12-13. PL 49, 486-492. 497.
Il fine della nostra professione monastica è la vita eterna. Voi avete per
frutto
la
santificazione
e
come
destino
avete
la
vita
eterna,[1]ci
dice san Paolo. La via che porta al fine è la purezza del cuore, che
l'Apostolo giustamente chiama santità. Senza di essa è impossibile
raggiungere il fine; in altri termini, il nostro scopo consiste nella purezza
del cuore, come mezzo per
conseguire la vita eterna.
Il beato Apostolo, parlando altrove della nostra meta, dice. Dimentico del
passato
e
proteso
verso
il
futuro,
corro
verso
la
meta
per
arrivare
al
premio
che
Dio
ci
chiama
a
ricevere
lassù,
in
Cristo
Gesù.[2]
Il testo greco è anche più chiaro, perché porta così: "Corro
facendomi guidare dal fine.". Come se l'Apostolo dicesse: "Nel
mirare al bersaglio, io dimentico ciò che sta dietro di me — cioè i vizi
dell'uomo vecchio — e cerco di raggiungere il mio fine che è il premio
celeste.
Abbracciamo perciò con tutta la nostra energia ciò che può condurci
alla purezza del cuore; evitiamo invece come funesto e nocivo quello che ce ne
distoglierebbe. Il bersaglio da raggiungere è il motivo del nostro agire e
patire. Per esso, per averlo sempre davanti chiaro e indimenticabile, abbiamo
abbandonato parenti, patria, onori, ricchezze, piaceri e delizie del mondo.
2
San Paolo scriveva: Se
anche
distribuissi
tutte
le
mie
sostanze
e
dessi
il
mio
corpo
per
esser
bruciato,
ma
non
avessi
la
carità,
niente
mi
giova.[3]
Prova evidente che la perfezione non si raggiunge d’un tratto, rinunciando
alle ricchezze e disprezzando gli onori. Prima dobbiamo arricchirci di quella
carità della quale l’Apostolo descrive i molteplici aspetti.
Ora la carità consiste nella purezza del cuore: non conoscere gelosia,
orgoglio, ira, arroganza, non cercare il proprio interesse, non godere
dell'ingiustizia, non tenere rancore e così via, altro non è se non offrire
continuamente a Dio un cuore perfetto e purissimo, e custodirlo intatto da
tutti i moti della passione.
Tute le nostre azioni e i nostri desideri devono dunque tendere
all'acquisto della purezza del cuore. Per essa dobbiamo abbracciare la
solitudine, tollerare i digiuni e le veglie, il lavoro e la povertà
effettiva, darci alla lettura delle sacre Scritture; con questo e mediante la
pratica delle altre virtù potremo rendere e conservare il cuore immune da
tutte le passioni malvagie, e con il loro sostegno salire, come per gradi,
fino alla perfezione della carità.
3
Una
sola
è
la
cosa
di
cui
c'è
bisogno.
Maria
si
è
scelta
la
parte
migliore,
che
non
le
sarà
tolta.[4]
Vedete che il Signore ripone il sommo bene nella sola contemplazione di
Dio. Ne segue che le altre virtù, per quanto utili e buone, sono da mettersi
in secondo ordine, perché vanno tutte praticate in vista della sola
contemplazione.
Tu ti
preoccupi
e
ti
agiti
per
molte
cose,
ma
una
sola
è
la
cosa
di
cui
c'è
bisogno.[5]
Con queste parole il Signore colloca il sommo bene non nell'azione, anche se
buona e ricca di frutti, ma nella contemplazione di lui stesso, la quale, in
verità, è semplice e una. Basta
poco, dice il Maestro divino, per la beatitudine perfetta; così parlando egli
intende additarci il primo grado della contemplazione, in cui l'animo è
intento a meditare gli esempi di un piccolo numero di santi. Chi è ancora
sulla via del progresso si eleverà da questa contemplazione per giungere a
quell'unico del vangelo, cioè alla contemplazione di Dio solo, mediante la
sua grazia. Superando allora gli atti e i mirabili inviti dei santi, l'anima
avrà per unico alimento la conoscenza di Dio e il gusto della sua bellezza.
4
Come può una creatura rivestita di una carne tanto fragile rimanere
continuamente assorta nella contemplazione, tanto da non staccarsene né per
l'arrivo di un fratello, né per la visita di un malato, né per i doveri
dell'ospitalità verso un forestiero o qualcun altro che arrivi? Chi potrà
non essere distratto dalla necessità di provvedere al sostentamento e alla
cura del corpo? Vorremmo imparare come e in quale misura l'anima si possa
unire a Dio invisibile e incomprensibile.
Aderire a Dio senza interruzione e rimanere inseparabilmente uniti a lui
nella contemplazione è davvero impossibile all'uomo, appesantito dalla
fragilità della carne. Dobbiamo però conoscere dove la nostra anima deve
fissarsi e dove dobbiamo continuamente ricondurre la nostra attenzione. Se ci
siamo riusciti, rallegriamocene! Piangiamo, invece, e sospiriamo, se ci siano
lasciati distrarre, convinti di esserci allontanati dal sommo Bene, ogni volta
che ci siamo trovati a pensare ad altro. Ogni allontanamento, anche
momentaneo, dalla contemplazione di Cristo va giudicato come un adulterio.
Quando la nostra attenzione si è un poco allontanata dal suo oggetto,
riportiamo verso di esso lo sguardo del cuore, richiamandolo come lungo una
linea retta.
5
II, 184-186. A
quelli che presiedono ai monasteri e ai loro discepoli. In DOROTEO DI GAZA,
“Scritti e insegnamenti spirituali”, Roma, 1980, 232-234.
Se presiedi ai fratelli, abbi cura di loro con cuore severo e viscere
di misericordia; insegna con parole e opere come debbano comportarsi, insegna
soprattutto con le opere, perché l'esempio è molto più efficace. Se ti è
possibile sii loro modello anche nelle fatiche del corpo; se invece sei
debole, sii loro modello per la bontà del cuore e per i frutti dello Spirito
enumerati dall'Apostolo: amore,
gioia,
pace,
pazienza,
benevolenza,
bontà,
fedeltà,
mitezza,
dominio
di
sé
su ogni passione.[6]
Non irritarti oltre misura di fronte ai peccati, ma fa vedere senza
turbarti, il danno che ne deriva e se devi rimproverare, fallo con un
atteggiamento conveniente e al momento opportuno. Non essere intransigente per
i peccati lievi, come se fossi un giudice supremo, non rimproverare in
continuazione: non sarebbe sopportabile e per di più l'abitudine a ricevere
rimproveri genera insensibilità e disprezzo.
Non essere autoritario nel dare ordini, ma in ogni cosa consigliati
umilmente con il fratello, perché questo modo di fare stimola i fratelli, li
convince più facilmente ed è fonte di pace per il prossimo.
6
Se un fratelli ti oppone resistenza e tu in quel momento sei irritato,
custodisci a lingua, per non dirgli nulla con ira, non lasciare che il tuo
cuore si ecciti contro di lui; ricordati che è tuo fratello, membro di
Cristo, immagine di Dio, ma essa alla prova dal nostro nemico comune. Abbi
pietà di quest'immagine di Dio, temi che il Divisore la riduca in schiavitù
per la ferita causata dalla collera e la metta a morte ispirandole rancore,
provocando così la rovina di un uomo, per il quale Cristo è morto a motivo
della nostra negligenza.
Ricordati che anche tu a motivo della tua ira sei sottoposto allo
stesso giudizio, e ricordandoti della tua debolezza, abbi compassione del tuo
fratello. Rendi grazie perché ti viene offerta un’occasione di perdonare,
affinché tu ottenga da Dio il perdono per i tuoi peccati più gravi e più
numerosi. Dice la Scrittura: Perdonate
e
vi
sarà
perdonato.[7]
Ma pensi di fare del male al tuo fratello se sei paziente con lui? L'Apostolo
ordina di vincere il male con il bene[8]e
non il male con il male. E anche i Padri dicono: Se rimproverando
un
altro,
ti
lasci
prendere
dall'ira,
soddisfi
una
tua
passione.[9]
Nessun uomo saggio distrugge la propria casa per costruire quella del
prossimo.
7
Se il tuo turbamento persiste, fa violenza al tuo cuore e prega con
queste parole: "O Dio, amico degli uomini e delle anime, tu che nella tua
ineffabile bontà ci hai guidato dal nulla all’esistenza per farci partecipi
dei tuoi beni, e che ci hai richiamato quando ci eravamo allontanati da tuoi
comandamenti, tramite il sangue del tuo unico Figlio, nostro salvatore, anche
ora vieni in aiuto della nostra debolezza; e come un tempo hai rimproverato il
mare in tempesta, così rimprovera anche ora il turbamento del nostro cuore;
non esser privato in uno stesso momento dei tuoi due figli messi a morte dal
peccato, non dirci: Quale
vantaggio
dalla
mia
morte,
dalla
mia
discesa
nella
tomba?[10]E:
In
verità
vi
dico:
non
vi
conosco,[11]
perché le nostre lampade prive di olio, si sono spente.
8
Dopo che avrai rappacificato il tuo cuore con questa preghiera, allora
potrai con avvedutezza e umiltà, secondo il precetto dell'Apostolo, ammonire,
rimproverare, esortare[12]
e curare e correggere il fratello, come un membro malato. Allora infatti il
fratello accetterà la correzione con fiducia, sarà lui stesso a condannarsi
per la sua durezza. Con la tua pace avrai dato pace al suo cuore. Nulla dunque
ti separi dai santi insegnamenti che Cristo ci ha consegnato: Imparate
da
me,
che
sono
mite
e
umile
di
cuore.[13]
Occorre infatti innanzitutto essere in pace, così che il nostro cuore non si
turbi neppure per giusti motivi o a proposito di un comandamento, certi che
compiamo tutti i comandamenti in vista dell'amore e della purezza di cuore.
Trattando così il tuo fratello, sentirai la voce che dice: Se
saprai
distinguere
ciò
che
è
prezioso
da
ciò
che
è
vile,
sarai
come
la
mia
bocca.[14]
9
Dal
vangelo secondo Giovanni. 17,
1-11
Prima di passare da questo mondo al Padre, alzati gli occhi al cielo,
Gesù disse: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio,
e colui che hai mandato, Gesù Cristo”.
Dagli Inni di Simeone il nuovo teologo.
Hymne XLVII. SC 196, 121-129.
Benedetto sei tu, Signore,
benedetto sei tu, Unico,
benedetto e più che benedetto, o Misericordioso,
la
luce dei tuoi comandamenti
e
hai piantato in me l'albero della vita.
Mi
hai reso come un paradiso
al
centro delle creature visibili,
quale
essere spirituale e consapevole,
perché
mi hai unito al tuo Spirito divino,
venuto
ad abitare nel più intimo di me.
È
lui davvero l'unico albero della vita,
in
qualsiasi terra sia piantato.
In
qualunque cuore metta radici
immediatamente
lo trasforma in splendido giardino,
ornato
d'ogni specie di piante, alberi, frutti,
costellato di mille fiori, di gigli profumati:
l'umiltà, la gioia, la pace,
la mitezza, la compassione,
il
pentimento e la rugiada delle lacrime
con
quello strano godimento che l'accompagna.
Ecco
lo splendore della tua grazia
che
illumina chiunque dimora nel tuo paradiso.
Sei
tu, Signore, la coppa che mi versa i fiotti di vita;
tu
mi procuri a profusione le parole
della
conoscenza divina.
Ma
quando me le rifiuti, quando me le ritiri,
eccomi inebetito, insensibile come sasso.
10
Se
il musicista non alita nello strumento,
la
tromba non potrà mai suonare;
così io, senza di te,
rimango inanimato.
Il corpo non potrà mai far qualcosa senza
l'anima;
tanto meno l'anima, senza lo Spirito Santo,
può agire e osservare i tuoi comandamenti:
non potrà vederti né starti vicino,
né cantare degnamente la tua gloria, o mio
Dio.
Ecco perché io grido a te, verso di te
esclamo:
Tu lassù sei col Padre e però sei con noi
— non, come si crede, mediante il tuo solo
volere
né con la tua sola potenza —
ma anche con la tua essenza,
se mai di te si possa pensare o parlare di
essenza,
o Immortale, o Sovressenziale, , o Unico!
Se davvero e totalmente sei inesprimibile,
invisibile, inaccessibile, incomprensibile
intoccabile, impalpabile, inafferrabile,
come potremo darti un nome,
fosse pur quello di essenza?
E che specie di essenza oseremo attribuirti?
Veramente tu non sei nessuno degli esseri,
perché tutti sono opera tua, tratti dal
nulla.
Tu solo increato, senza principio,
Salvatore, Trinità santa e adorata,
Dio di tutto quanto esiste.
Ci hai mostrato la luce della tua purissima
gloria:
donala
anche a me e più non mi abbandoni.
11
O
Verbo di Dio, concedimi
di contemplarti nella tua gloria,
di
cogliere in verità la tua inaccessibile bellezza.
Essa colpisce e folgora il mio intelletto,
trasfigura la mia mente,
incendia il cuore col fuoco del tuo amore.
Dispiegandosi in fiamma di desiderio divino
mi fa scorgere più luminosa la tua gloria:
fa' che io fin d’ora la possieda,
senza possibilità di perdita,
perché possa contemplarti per sempre, o mio
Dio.
Non voglio, Signore, la gloria fallace di
questo mondo
o la ricchezza caduca —
talenti d'oro e trono regale
—
né il potere su realtà fugaci.
Mettimi insieme con gli umili, i poveri, i
miti,
perché io pure divenga umile e mite.
Qualora io non ti serva compiendo il mio
ufficio,
in modo utile e a te gradito,
permetti che l'occupi un altro
e io non abbia che da piangere i miei peccati.
Mio unico assillo sia il tuo giusto giudizio
e la possibilità di evitarlo, anche se tanto
ti ho offeso!
12
Pastore
compassionevole e mansueto,
che
vuoi la salvezza di chi crede in te,
esaudisci questa mia preghiera.
Non corrucciarti, non distogliere il volto da
me,
ma insegnami a compiere la tua volontà,
giacché non la mia, ma la tua io cerco
al
fine di servirti, o Misericordioso!
Ti
supplico di aver pietà di me misero,
perché tu sei il Compassionevole.
Fa' di me quanto è utile e bene,
perché tu
solo sei il Dio amico dell'uomo,
tu
l'unico increato, infinito, onnipotente,
vita e luce di coloro che ti amano e da te sono amati.
Accoglimi in questa schiera, Signore,
rendimi partecipe e coerede della tua gloria divina,
perché a te, Padre, col Figlio e lo Spirito Santo,
appartengono la gloria nei secoli eterni. Amen!
[1]Cf Rm 6,22
[2]Fil 3,13-14
[3]1 Cor 13,3
[4]Lc 10,42
[5]Lc 10, 41-42
[6]Gal 5,22
[7]Lc 6,37
[8]Cf Rm 12,21
[9]Apoftegmi, Macario 17.
[10]Sal 29,10
[11]Mt 25,12
[12]Cf 2 Tm 4,2
[13]Mt 11,29
[14]Ger 15,19
©2004 Museo della Certosa