Letture della preghiera notturna dei certosini

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Ciclo A

 

 

San Martino


pastore monaco  

 

 

11 novembre

 

Titolo

bibliografia.  

1

 Dai Discorsi di san Bernardo.

In festo s. Martini episcopi sermo, 12-18.  PL 183, 495.499.

       San Martino era una lampada che arde e risplende: non ci spiaccia di imitarlo, in quello però che è imitabile e non in quello che è ammirabile. Oggi tu sei seduto alla mensa di un ricco: considera bene che cosa hai davanti.[1] Distingui i cibi dai loro contenitori, perché sei invitato a prendere quelli e non questi. Martino è ricco, ricco in meriti, miracoli, virtù e poteri soprannaturali. Considera bene che cosa hai davanti: distingui quello che è ammirabile da quello che è imitabile. Nel versetto del libro dei Proverbi che segue quello appena citato sta scritto: Pensa che dovrai preparare a tua volta le medesime cose.[2]

      Considera dunque quello che ti sta davanti. San Martino risuscitò tre morti, quanti il Salvatore nel Vangelo: ridonò la vista ai ciechi, l'udito ai sordi, la parola ai muti, l'agilità agli zoppi, la salute agli infermi. Lui stesso sfuggì a grandi pericoli grazie alla potenza divina. Quei prodigi e tanti altri che egli compì non posso forse chiamarli le coppe del ricco, coppe di oro intarsiate di gemme, preziose per il materiale e per l'opera dell'artista? Non cercarvi il gusto, ma ammira lo splendore.

      In tali meraviglie il santo ci sia come lampada alla cui luce vediamo la Luce che non possiamo ancora contemplare in tutta la sua purezza. Neppure Martino infatti è la luce, ma rende testimonianza alla luce. Che il Dio della gloria  possa apparirci nei suoi santi, finché non possiamo sostenere direttamente il fulgore della gloria divina.

2

      Non credere che le lampade di Martino siano belle, ma vuote. Egli non è una vergine stolta e ha l'olio nei suoi vasi. Le sue coppe sono colme di vino, i suoi piatti di cibi abbondanti, cioè di delizie spirituali. I poveri non dovranno limitarsi a guardarli e ammirarli, ma potranno mangiarne e saziarsene, per cui loderanno il Signore e vivrà il loro cuore.

      Come, infatti, potrebbero lodarti i morti, Signore? Perciò si rianimino, imitino san Martino e la loro ammirazione si esprimerà in un dolce lodare Dio come a lui conviene. E per gustare più avidamente quelle delizie, esaminino con cura tutte quelle ricchezze. San Martino era una lampada che arde e risplende. Passiamo dal suo splendore al suo ardore attraverso i moti del nostro animo e questi sentimenti si illumineranno e si rafforzeranno a vicenda dentro di noi.

      San Martino era umile e aveva un cuore di povero; lo provano i doni ch'egli ricevette dal cielo, perché ci voleva una ben grande umiltà per ricevere grazie così grandi.

3

      Martino sopportava ogni oltraggio con una tale pazienza che persino da vescovo si lasciava ingiuriare dall'ultimo ecclesiastico senza con ciò mai rimuoverlo dal posto o privarlo del suo affetto, per quanto dipendeva da lui.

      Penso che ricordate tutti la storia del presbitero Brizio che Martino si era scelto come successore e a cui aveva profetizzato grandi prove in futuro. Brizio oggi è sugli altari, tanto che si può dire che Martino lo santificò con la sua fedeltà e la sua mansuetudine. Una volta, infatti, in cui Martino poteva udirlo, Brizio rispose a chi lo interrogava: "Se cerchi quell'allucinato, alza gli occhi: eccolo che cammina laggiù come un folle, guardando il cielo secondo il suo solito". Tale era davvero l'abitudine dell’uomo di Dio che, sprezzando la terra, si volgeva verso il cielo; anzi, riteneva che appunto per questo aveva ricevuto un'alta statura. Sapeva che era lassù il suo tesoro, che lassù, alla destra del Padre, sedeva Cristo suo Signore e che non si sarebbe mai sentito appagato finché non l'avesse raggiunto. Perciò non fece caso di essere chiamato pazzo sulla terra, dal momento che la sua patria era nei cieli e i suoi occhi in fronte come quelli del saggio.[3] Il pensiero del cielo gli faceva versare abbondanti lacrime, tanto più copiose in quanto piangeva anche per i peccati di chi lo denigrava.

4

      Martino era affamato di giustizia: lo attestano tutte le sue azioni, specialmente il suo zelo nel combattere l'idolatria, nel demolire i templi pagani, nel distruggere le statue e abbattere i legni sacri. Non esitava ad esporsi al pericolo per eliminare quelle cause di gravi scelleratezze in mezzo al popolo. Il Salvatore stesso si gloriava con gli angeli di aver messo alla prova la carità di Martino verso i poveri, mostrando la metà del mantello con cui l'aveva rivestito.

      Ora che san Martino è entrato nella gloria chiediamogli di esercitare davanti al sommo giudice anche per noi miseri quella compassione che gli fece strappare alla morte e ai supplizi vari condannati. Per costoro talvolta passò la notte steso davanti alla porta del giudice terreno. Come Dio, che allora gli concesse di essere ascoltato, non lo esaudirà?

      La purezza del suo cuore si rivela bene nell'ultimo episodio della sua vita, quando alle soglie della morte non si lasciò disorientare dal demonio, dicendogli: "Non troverai nulla in me da accusarmi; Abramo mi riceve nel suo seno". Terminò infatti i suoi giorni con un'opera di riconciliazione: pur sapendo che si avvicinava la sua fine, si recò da alcuni membri del clero in discordia tra loro e quando vi ebbe riportato la pace, entrò nella quiete eterna.   

5

      Sarebbe troppo lungo enumerare le persecuzioni che Martino subì per la giustizia. Specialmente quando l'ariano Aussenzio a Milano, dopo averlo attaccato e coperto di ingiurie riuscì a farlo espellere dalla città. In altra circostanza, aveva combattuto con energia la perfidia di alcuni presbiteri: condannato al supplizio e battuto pubblicamente con le verghe, fu analogamente espulso.

      Mentre faceva abbattere un tempio, un pagano si gettò su di lui, con la spada sguainata; Martino chinò il capo per ricevere il fendente, ma fu l'assassino a cadere riverso nell'istante in cui stava per colpire. Un altro disgraziato voleva pugnalarlo, ma si vide sparire all'improvviso l'arma di mano. Tutto questo certamente valse al nostro santo numerose corone di gloria; anche se non consumò il martirio con una morte violenta, in ognuna di quelle occasioni fu martire per il desiderio fortissimo di offrire la vita.

      Mangiate, amici, bevete; inebriatevi, o cari.[4] Così vivrete la vera vita, quella dello spirito. La parola divina, infatti, non proclama beato chi risuscita i morti, chi ridona la vista ai ciechi, che risana infermi, paralitici, lebbrosi, chi comanda ai demoni, predice il futuro o brilla per altri miracoli. Invece dichiara beati i poveri in spirito, i miti, gli afflitti, chi ha fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia.[5]

6

      Perdonatemi, fratelli, se ho tralasciato gli esempi di obbedienza offerti da Martino: da soli sarebbero bastati per il mio discorso e conviene metterli in luce. Soffermiamoci su di essi, perché penso che è bello per noi restare qui!

      "Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non rifiuto il lavoro: sia fatta la tua volontà!" Così si esprimeva questa santissima anima dalla carità eccezionale e dall'obbedienza ineguagliabile. O Martino, tu hai combattuto la buona battaglia, hai terminato la corsa, hai conservato la fede. Non ti rimane che la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, oggi ti consegnerà. Eppure tu dici: "Non rifiuto il lavoro, sia fatta la tua volontà". È davvero il sacrificio di Isacco, l'immolazione di ciò che in te amavi come si ama un figlio unico. Per amore sacrifichi la tua sola gioia, pronto a ritornare in mezzo ai pericoli, a ricominciare le lotte, a sostenere nuove fatiche e nuove tribolazioni, a prolungare la prova; sei disposto a differire ancora la felicità tanto agognata nella compagnia degli spiriti beati e a far ritorno, dalla soglia della gloria, alle angustie di questa vita mortale.

7

      Infine, ed è il massimo, tu sei pronto, Martino, ad essere in esilio lontano da Cristo, se è sua volontà.

      Colui che si mostra pronto ad obbedire prevenendo il comando ha certo più merito di chi si affretta una volta che l'ordine è dato. Grande è la vostra obbedienza, santi angeli, ma lasciatemi di dire: dubito che uno solo tra di voi sarebbe stato pronto a partire per una missione che avesse richiesto di non vedere il volto di Dio. Grande è la tua obbedienza, Pietro, perché abbandonasti tutto per seguire il Signore, ma ti ho ascoltato dire sul monte della Trasfigurazione: Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende.[6] Martino non parla così, ma : "Se sono ancora necessario al tuo popolo, non rifiuto il lavoro". Il tuo cuore era pronto, Martino, davvero pronto sia a rimanere nel corpo sia a venirne sciolto per essere con Cristo.

8

      È grande fortezza non temere la morte; desiderare con ardore speciale la visione di Cristo è grande perfezione; ma, pur non temendo la morte, anzi anelando con estremo desiderio ad essere con il Signore, non rifiutare la vita terrena e la prospettiva di una fatica assai molesta, ecco ciò che vale molto di più. Ci poteva essere qualcosa a cui non avrebbe obbedito colui che davanti a una tale scelta esclamava con tanto amore. "Sia fatta la tua volontà"?

      Ecco, fratelli, la parte che dobbiamo considerare come nostra alla tavola del povero, o meglio alla tavola del ricco, a cui siamo invitati oggi. Rendiamoci conto che questa è l'obbedienza che ci viene chiesta, questa la parte a cui dobbiamo tenerci pronti, in modo che ciascuno di noi possa dire: Sono pronto e non voglio tardare a custodire i tuoi precetti.[7] Non una volta soltanto o in parte, ma saldo è il mio cuore, o Dio, saldo è il mio cuore[8] ad accogliere ogni evenienza, senza eccezione alcuna. Potrò forse desiderare altro, e desiderarlo con speciale veemenza, ma non rifiuto di obbedire. Come il Cielo avrà stabilito, così avvenga. Bramo il riposo, ma non rifiuto la fatica, sia fatta la tua volontà.

9

Dal vangelo secondo Giovanni. 13, 1. 4. 12-15. 34-35

      Gesù disse ai suoi discepoli: “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”.

Dal trattato "Ai sacerdoti" di Baldovino di Canterbury.

Tractatus XII, Exhortatio ad Sacerdotes.  PL 204, 533-536.

       Voi, capi e pastori di anime, tra le altre cose da fare, riflettete soprattutto quanto sia difficile reggere le anime, adattarsi all'indole di ciascuna, conformarsi a tutte in modo tale che non ci sia nessuna differenza tra voi e i servi, anche se siete a capo di tutti. Per questo, colui che è più grande tra voi, per adattarsi al più piccolo, non esita a farsi chiamare servo dei servi di Dio.

      L'Apostolo ci mostra il dovere di questo servizio quando dice: Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero.[9] Come bisogna fare lo vediamo anche in quello che sta scritto: Quanto più sei grande, tanto più umiliati.[10] La misura dell'umiltà deve essere proporzionale alla grandezza della dignità. Ogni dignità non è degna di tal nome se disdegna le cose umili. L'umiltà è fonte e custodia dell'autorità.

10

      Coloro che esercitano l'autorità cerchino di mostrarsi umili in ogni cosa, a esempio di Cristo, maestro di umiltà: egli da Signore si fece servo e, pur essendo il primo, volle mostrarsi l'ultimo, al punto di inginocchiarsi ai piedi dei discepoli. Col forte esempio della sua umiltà, Cristo vi spinge alle cose umili, fino a essere servi anche dei servi.

      Perciò abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo.[11] E anche se siete dèi,[12] umiliatevi e assumete la condizione di servi, divenendo intanto uomini per gli uomini, deboli per i deboli; e prendete su di voi le necessità e le infermità di tutti, come Paolo che dice: Chi è debole, che anch'io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?[13]

      Bisogna che voi vi affatichiate più di tutti, perché è per tutti che ve ne fate carico.

11

      Mediante la vostra giustizia e il vostro discernimento dovete adoperarvi a preparare la dimora di Dio in coloro che ancora non si sono offerti come trono su cui Dio possa assidersi: questi sono coloro che non hanno ancora cominciato a stare sottomessi in obbedienza a Dio

      Ma anche in ordine a coloro che già hanno cominciato è richiesto da parte vostra lo stesso aiuto, perché non vengano meno nell’impegno, ma anzi continuino a progredire fino al compimento del buon camino intrapreso. Anche per coloro che sono caduti non deve mancare lo stesso sostegno vostro, perché si risollevino con l’aiuto di Dio che li rialza con la sua mano.

      Sulla giustizia che testimoniate e sulle vostre capacità di giudizio sono volti gli sguardi di tutti. La vostra vita sia dunque specchio di santità, esempio di onestà, emblema di giustizia. Nei molti comportamenti presenti nella comunità ecclesiale la gente scorge riflesso ora il dono della propria bellezza ora l’onta della propria turpitudine. In voi contemplano quello che dovrebbero imitare e ciò a cui desidererebbero conformarsi. Infatti la vita del popolo può essere designata come una cera molle su cui il sigillo deve imprimere la forma della santità. Amate dunque la giustizia.

12

                Se amate Cristo, amate anche la giustizia. Egli infatti per opera di Dio è diventato per noi sapienza e giustizia[14] quando, pur non conoscendo peccato, si fece per noi peccato, perché noi diventassimo in lui grazia di Dio. Cristo si è fatto vittima per il peccato, e, come buon pastore, ha dato la vita per le sue pecore lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme.[15] Col suo sangue Cristo si acquistò la Chiesa e, per mostrare l'eccesso dell'amore con cui l'amava, lo sparse per lei e così diffuse la carità. Pagata a tal prezzo, così cara, così amata, l'ha raccomandata a voi, a voi l'ha affidata, fidandosi di voi, affinché per mezzo vostro possa confidare in lei il cuore del suo sposo.

      Perciò, nella stessa misura in cui amate Cristo ed egli può confidare in voi, custodite la sua sposa nella fede, gelosi di lei, non per voi ma per lui, per presentarla quale vergine casta[16] al suo sposo Cristo, nostro Signore, che al di sopra di tutto è Dio benedetto nei secoli.

 



[1]Pro 23,1

[2]Pro 23,2  LXX

[3]Cf Qo 2,14

[4]Ct 5,1

[5]Cf Mt 5,3-10

[6]Mt 17,4

[7]Sal 118,60

[8]Sal 56,8

[9]1 Cor 9,19

[10]Sir 3,18

[11]Fil 2,5-7

[12]Cf  Sal 81,6

[13]2 Cor 11,29

[14]1 Cor 1,30

[15]1 Pt 2,21

[16]2 Cor 11,2

 

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