Letture della preghiera notturna dei certosini

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Ciclo A

 

 

Tutti i Santi

 

1º novembre

1

   Dai Discorsi di san Bernardo.

In festo omnium Sanctorum sermo  V.2-3. 5-6. 9-11.   PL 183, 476. 477-482.

      In questa festa di Tutti i Santi dobbiamo onorare specialmente la santità di coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello.[1] Essi dopo molte lotte ora trionfano coronati nel cielo, perché hanno combattuto come si deve.

      C'è anche un'altra categoria di santi? C'è, ma occulta. Ci sono infatti dei santi che ancora combattono; corrono, ma non hanno ancora conquistato il premio.

      Forse sembrerà temerario presentare santi di questa specie; eppure so che uno di questi diceva arditamente a Dio: Custodisci l'anima mia, perché sono santo.[2] E l'Apostolo, che è stato messo a conoscenza dei segreti divini, dice più apertamente: Sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono chiamati santi secondo il suo disegno.[3]

      Ecco dunque con quale diverso significato viene nominata la santità: alcuni sono detti santi perché hanno già raggiunto la perfezione, altri invece solo nel senso che sono, almeno per il momento, chiamati ad esserlo.

2

      Una santità di questo genere è nascosta in Dio: è rinchiusa e viene celebrata nel segreto. Giacché non sa l'uomo se è degno d'amore o di odio[4] e il suo futuro è incerto. La celebrazione di questi santi resta dunque nel cuore di Dio poiché il Signore conosce i suoi e sa chi sono quelli che egli ha eletto fin dal principio. Siano oggi celebrati anche dagli spiriti che governano il cosmo e sono mandati al servizio di coloro che otterranno l'eredità della salvezza; ma a noi è vietato lodare chi è ancora in vita. E come potrebbe essere sicura la lode, se non lo è neanche la vita? Non riceve la corona se non chi ha lottato secondo le regole,[5] dice Paolo.

      Ascolta poi qual è la regola del combattimento dalla bocca dello stesso Legislatore: Chi persevererà sino alla fine sarà salvato.[6] Non sai chi persevererà, chi combatterà secondo le regole, non sai chi riceverà la corona. Loda la virtù di coloro la cui vittoria è certa; celebra con devozione gli uomini per le cui corone puoi congratularti.

3

      A che scopo la nostra lode per i santi, a che scopo la nostra glorificazione, a che scopo questa nostra stessa solennità? A qual fine i nostri elogi per loro? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. È chiaro che quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro.

      Da questa commemorazione, lo confesso, in me sento accendersi un ardente desiderio. C'è un proverbio che dice: Lontan dagli occhi, lontan dal cuore. L’occhio è la mia memoria, e pensare ai santi in certo modo significa vederli.

      Questa è la nostra sorte sulla terra dei viventi, sorte non mediocre, purché il ricordo sia accompagnato dall'amore. In tal modo noi siamo già concittadini del cielo, sebbene non allo stesso modo dei beati: loro lo sono realmente, noi tramite il desiderio.

4

      Quando saremo riuniti ai nostri padri? Quando li incontreremo personalmente? Il primo desiderio, infatti, che il ricordo dei santi suscita o stimola maggiormente in noi è quello di godere della loro compagnia così desiderabile, e di meritare d'essere concittadini e familiari degli spiriti beati, trovandoci insieme all'adunanza dei patriarchi, al gruppo dei profeti; ci sostiene la speranza di aver parte un giorno al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alle schiere dei testimoni della fede, ai cori delle vergini: in breve, di essere riuniti e felici nella comunione di tutti i santi..

      I ricordi di ciascuno di loro sono come altrettante scintille, anzi come fiaccole ardentissime che accendono nelle anime fervorose il bruciante desiderio di  vederli e di abbracciarli. Perciò spesso credono di trovarsi tra i cittadini del cielo e il cuore si slancia con ardore veemente ora verso uno di essi, ora verso l'altro, talvolta verso tutti. Peraltro, quale negligenza, quale pigrizia o quale vigliaccheria sarebbe mai la nostra se l'affetto e la nostalgia per il cielo non ci strappassero a questa misera terra proiettandoci in spirito verso la patria celeste!

5

      La Chiesa dei primi cristiani è pronta ad accoglierci e noi lo scordiamo; ci desiderano i santi, e noi l'apprezziamo poco; ci attendono i giusti, e noi lo ignoriamo volutamente. Destiamoci una buona volta, fratelli; risorgiamo con Cristo, cerchiamo, gustiamo le cose di lassù. Desideriamo quelli che ci desiderano, affettiamoci verso coloro che sono pronti ad accoglierci, preveniamo con gli aneliti del cuore la condizione di coloro che ci aspettano.

      Nella comunità che formiamo in questo mondo non vi è nessuna sicurezza, nessuna quiete, nessuna perfezione; e però non è forse tanto buono e soave vivere insieme come fratelli? Qualsiasi contrarietà esterna o intima che ci capiti si fa più tollerabile grazie alla comunione fraterna con quelli a cui in Dio siamo uniti al punto da formare un cuor solo e un'anima sola. Tanto più soave, gradita e beata sarà l'unione vissuta in cielo, ove non può sussistere alcuna diffidenza o materia di discordia; là ci unirà con vincolo indissolubile la carità perfetta, perché ad immagine del Padre e del Figlio saremo tutti una cosa sola in essi.

      Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l'aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Non è un'ambizione pericolosa, perché è tutt'altro che rischiosa la ricerca di quella gloria.

6

      Vi è un secondo desiderio che avvampa in noi nel commemorare i santi: che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, per apparire con lui nella gloria.

      Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come egli è, ma come è stato ridotto per salvarci, coronato non di gloria ma delle spine dei nostri peccati. Lo afferma la Scrittura dicendo: Uscite figlie di Sion, guardate il re Salomone con la corona che gli pose sua madre.[7] Quale re e quale diadema! Arrossite perciò di cercare la gloria voi che siete le membra di un capo umiliato fino a tal segno, senza apparenza né bellezza. Non c'è da stupirsi, poiché si chiama Salomone, che significa pacifico,[8] almeno per il momento in cui non è ancora il dispensatore della beatitudine e della gloria. Così si verifica esattamente il cantico degli angeli che annunziava pace in terra e gloria nel cielo.

      Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine e per il quale la porpora non è segno di onore ma di oltraggio.

7

      Un giorno Cristo verrà e la sua morte non sarà più oltre annunciata, perché sapremo che anche noi siamo morti e la nostra vita è nascosta con lui in Dio. Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui splenderanno le membra glorificate. Allora egli trasfigurerà il nostro corpo umiliato per configurarlo alla gloria del capo che è lui stesso. Nutriamo liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto, per non sentirci dire: Voi prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo.[9]

      Ma perché la speranza di una felicità così incomparabile abbia a diventare realtà, ci è necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremo mai pensare di giungere.

      Pietà, pietà di noi, almeno voi che siete nostri amici. Vi sono noti i nostri pericoli, sapete di quale argilla siamo impastati, conoscete la nostra ignoranza, gli inganni dell'avversario, la sua violenza e la nostra fragilità.

8

      Mi rivolgo a voi che avete attraversato la nostra medesima prova e ne siete usciti vittoriosi: la sofferenza vi ha insegnato la compassione. Confido anche che neppure gli angeli  disdegneranno visitare i loro fratelli di razza, poiché sta scritto. Visita la tua parentela e non peccherai.[10]

      Del resto, se oso contare sugli angeli, a motivo della somiglianza nella sostanza spirituale e nell'intelletto, tanto più ho fiducia in quelli che sono nostri compagni di umanità: questi devono provare una compassione più speciale e più intima per le ossa delle loro ossa e per la carne della loro carne.

      Colui che ha detto: Se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui, ha pure detto: Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme.[11] Il vincolo che ci unisce è tale che mentre noi ci rallegriamo con loro, essi hanno compassione di noi. Se noi regniamo con loro per la comunione della preghiera fervente, essi combattono in noi e per noi con amorosa sollecitudine.

      Non possiamo dubitare del loro vigile affetto poiché non arriveranno senza di noi alla pienezza della beatitudine e sono in attesa che anche noi riceviamo la ricompensa nel gran Giorno della festa. Allora tutte le membra riunite con il loro capo divino formeranno l'uomo perfetto e una medesima lode unirà la famiglia dei santi con Gesù Cristo nostro Signore, Dio benedetto, degno di lode e di gloria nei secoli. Amen.

            9

Dal vangelo secondo Matteo. 5, 1-12a

      Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”.

Dai Discorsi di san Leone Magno.

Sermo XCV, 2-8. PL 54, 461-462.

      Quale sia la dottrina di Cristo ce lo dichiarano le sue sante parole, che consentono a quanti desiderano di raggiungere l'eterna beatitudine di conoscere le tappe successive di tale felicissima ascesa. Egli dice anzitutto: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.  Poteva forse rimanere equivoco chi fossero i poveri di cui parlava la Verità, se dicendo Beati i poveri, non avesse aggiunto altro per individuarne la loro esatta natura. Poteva forse apparire sufficiente per meritare il regno dei cieli la semplice indigenza di cui molti soffrono per grave e dura necessità. Ma poiché il Signore dice Beati i poveri in spirito, dimostra chiaramente che il regno dei cieli spetta a coloro che si distinguono per l’umiltà dell'animo, più che per la penuria dei mezzi materiali.

      Non ci può essere dubbio che all'umiltà di spirito arrivino più facilmente i poveri che i ricchi, in quanto i primi nella modestia della loro condizione hanno amica la mansuetudine, mentre gli altri nella loro ricchezza hanno familiare il senso dell'orgoglio.

10

      Dopo l'annuncio della grande beatitudine della povertà, il Signore continuò dicendo: Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Questo pianto, miei cari, a cui viene promessa una consolazione eterna, non va confuso con l'afflizione di questo mondo; nessuno può diventare beato per tali lamenti, accompagnati magari dal compianto di tutto il genere umano!

      Ben altro è il motivo dei gemiti santi, ben altra la causa delle lacrime beate. La tristezza di natura religiosa o piange il peccato degli altri o piange il proprio peccato: essa non si duole per quello che compie la giustizia divina, ma si affligge per quello che commette la malvagità umana. A questo proposito è più degno di commiserazione chi fa il male che chi lo subisce, perché l'uomo ingiusto viene sprofondato dalla sua stessa malizia nella pena, mentre il giusto viene condotto dal suo spirito di sopportazione alla gloria.

      Dice anche il Signore: Beati i miti, perché erediteranno la terra. Agli uomini miti e mansueti, agli uomini umili ed equilibrati, a quanti sono pronti a sopportare tutte le ingiurie, egli promette una terra da possedere. Ora non bisogna considerare troppo piccola o di scarso valore tale eredità, come se fosse di per sé separata dalla dimora celeste; al contrario, è da intendere che solo quegli uomini entreranno nel regno dei cieli.

11

      Dopo questa beatitudine, il Signore continua, dicendo: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Non è certo qualcosa di corporeo l'oggetto di questa fame, come nulla di terreno è l'oggetto di questa sete: è la fame, è la sete che desidera saziarsi del bene della giustizia e che, nella sua capacità di penetrare le realtà più profonde, aspira a farsi appagare soltanto dal Signore. Beata l'anima che sa bramare questo cibo e ardentemente appetisce questa bevanda! Essa non li ricercherebbe se non ne avesse gustato la squisita bontà.

      Ma avendo sentito il Profeta ispirato che così le sussurra: Gustate e vedete quanto è buono il Signore,[12] essa ha già ricevuto come una piccola parte di questa celestiale dolcezza e si è accesa di amore per questo piacere purissimo. Di conseguenza, disprezzando tutti i beni temporali, attende con il più grande entusiasmo a nutrirsi e dissetarsi di giustizia, mentre intende nella sua vera portata il primo e più importante comandamento che dice: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.[13] Infatti amare Dio non vuol dire altro che aver cara la giustizia. E finalmente come là al precetto dell'amore di Dio si accompagna quello della sollecitudine per il prossimo, così anche qui al desiderio ardente della giustizia è congiunta la virtù della misericordia, perché si dice: Beati i misericordiosi, perché  troveranno misericordia.

12

      Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Miei cari, questa è una felicità ben grande, se le è promesso un premio così straordinario. Che significa avere il cuore puro, se non ambire al possesso di quelle virtù che abbiamo già detto? Quanto poi a vedere Dio, quale mente potrebbe immaginare  e quale lingua descrivere che grande beatitudine ciò rappresenti?

      Eppure la natura umana arriverà a questa meta, quando sarà trasformata, divenendo capace di vedere così come è, non già come in uno specchio, in maniera confusa, ma a faccia a faccia,[14] quella divinità che nessun uomo ha mai potuto vedere, e possedendo nella gioia ineffabile di questa eterna contemplazione quelle cose che occhio non vide, orecchio udì, mai entrarono in cuore di uomo.[15] È giusto, del resto, che tale beatitudine sia promessa a chi ha purezza di cuore, perché un occhio sudicio non potrebbe scorgere lo splendore della vera luce. Ciò che formerà la delizia delle anime limpide, sarà insieme il tormento delle anime insozzate dal peccato. Bisogna dunque evitare l'oscura caligine delle vanità terrene e purificare la vista interiore da ogni iniquità, perché il nostro limpido sguardo si nutra della visione inebriante di Dio.


[1]Ap 7,14

[2]Sal 85,2  Volgata

[3]Cf Rm 8,28  Volgata

[4]Qo 9,1 Volgata

[5]2 Tm 2,5

[6]Mt 10,22

[7]Ct 3,11

[8]Cf  1 Cr 22,9

[9]Gv 5,44

[10]Gb 5,24 Volgata

[11]1 Cor 12,26

[12]Sal 33,9

[13]Mt 22,37

[14]1 Cor 13,12

[15]1 Cor 2,9

 

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