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6 agosto TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE
I
Dalle Prediche di san Tommaso da Villanova. Concio I in dom. II Quadrag. Opera omnia, Mi1ano, 1760, t. I, 321-325.
E' un gran mistero il fatto che Dio abbia voluto vivere tra noi una vita mortale, povera e derisa. Lui stesso ci descrive questa sua esistenza attraverso un salmo: Sono infelice e morente dall'infanzia (Sal 87,16). Tuttavia, l'apparizione glorio sa di Cristo alla trasfigurazione non è meno densa di mistero. Un atto così nuovo e straordinario doveva avere una sua ragione. Indaghiamo perciò quale necessità, quale motivo, quale causa spinsero il Signore a svelare oggi la sua maestà. E' difficile penetrare nei disegni di Dio, ma non impossibile; se stiamo a quanto dicono i santi, l'evento che oggi celebriamo ha tre motivi principali. Anzitutto il Signore voleva rafforzare la nostra fede. Egli aveva già molte volte provato la sua divinità con la grandezza dei suoi miracoli, il loro numero, il modo di attuarli; altre prove ne erano venute dal compimento delle Scritture, dalla perfezione delle sue virtù e dalla purezza della sua vita. D'altronde Gesù stesso aveva affermato di se: Quelle stesse opere che io sto facendo testimoniano di me (Gv 5,36 ). Tuttavia, per convincere il mondo di un così grande mistero, ci voleva una prova più decisiva, un segno più lampante. E fra tutte le testimonianze che persuadono la gente, la più forte e la più efficace è la testimonianza della vista. In genere, un testimone oculare è considerato il più attendibile e autorevole. Ecco perché occorreva che la divinità di Cristo si manifestasse visibilmente.
2
Senza la prova tangibile della divinità di Cristo, i pagani avrebbero potuto obiettare: "Se Cristo fosse stato Dio, certo l'avrebbe manifestato qualche volta davanti agli occhi degli uomini; egli l'avrebbe mostrato apertamente, perché credessero in lui". Anche Filippo aveva detto a Gesù: Signore. mostraci il Padre e ci basta (Gv 14,8 ). Egli intendeva dire: "Perché moltiplicare le testimonianze su di te? Mostraci la divinità, di cui ci parli, e ci basta. Sicché Cristo oggi opera il prodigio della trasfigurazione. Egli non voleva che nessun segno mancasse alla pienezza della fede nella sua divinità e nella sua gloria. Pensate a quanta forza la fede ha ricavato da questo mistero! Come ne è uscita confermata e avvalorata! Oso affermare che tocchiamo qui la massima prova della divinità di Cristo. E' vero che un numero molto più cospicuo di discepoli videro il Signore risorto, ma la trasfigurazione manifesta la sua divinità con evidenza e chiarezza inequivocabili. Inoltre, una volta che Cristo ha svelato la sua gloria a testimoni degni di fede, non rimane più spazio per i dubbi e le incertezze. Oltre tutto, il massimo dei misteri, quello della divinità di Cristo, andava confermato dalla testimonianza più grande. Da allora chi è incredulo non ha più scuse.
3
Ascoltiamo Giovanni parlarci dei mistero della trasfigurazione: Noi vedemmo la sua gloria, gloria come dì unigenito dal Padre. pieno di grazia e di verità (Gv 1, 14). Questo medesimo testimone dice altrove: Ciò che noi abbiamo udito.. ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, noi lo annunziamo anche a voi (1 Gv 1, l. 3). Esprimendosi cosi, Giovanni intende affermare: "Non vi raccontiamo delle storie, dei sogni o vacue fantasticherie, ma un evento visibile e notorio, che si è manifestato a noi attraverso non uno, ma più sensi". Un altro testimone, Pietro, cosi afferma in una sua lettera : Non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza (2 Pt 1, 16). Dopo simili dichiarazioni, sarà ancora possibile il dubbio, anche nel cuore più indurito? Eppure alcuni potrebbero obiettare: "Perché Cristo non si trasfigurò sulle pubbliche piazze di Gerusalemme? I testimoni sarebbero stati più numerosi. 0 almeno perché non ha mostrato. all'intera comunità apostolica la gloria della trasfigurazione?".
La risposta è semplice: una prova cosi pubblica, ben lungi dal confermare la fede, sarebbe valsa soltanto a distruggerla, giacché la gente non si sarebbe persuasa grazie alla testimonianza interna della fede, ma grazie all'evidenza.
4
Che spazio rimane alla fede la dove i sensi provano tutto? Che merito ci sarebbe a credere in un fatto di pubblico dominio? Quanto più una testimonianza riposa su elementi visibili, tanto più conviene che il numero dei suoi spettatori sia esiguo, affinché il merito della fede non sia distrutto dall'evidenza e da una folla di testimoni. Alcuni mi controbattono che gli apostoli non videro in modo vero e proprio la divinità di Cristo. Certo i loro occhi non la contemplarono direttamente, ma da quel che videro, gli apostoli ne ricavarono una certezza assoluta. Quante cose si rivelano a noi tramite la vista, senza che le scorgiamo direttamente! Il fumo mi indica il fuoco, la luce mi garantisce la presenza del sole, la vita mi prova che esiste l'anima. Certamente non vedo la tua anima con questi miei occhi di carne, ma potrò dubitare che in te ci sia un principio vitale? Come l'anima si rivela in un corpo vivo, cosi Dio si mostra in un corpo glorificato. Non si svela in se stesso, ma in un effetto inequivocabile della sua presenza.
5
E' incontestabile che alla trasfigurazione gli apostoli riconobbero chiaramente la presenza della divinità, anche se non avvertirono In modo sensibile che Gesù fosse Dio. Non potevano infatti vedere la divinità che non è percepibile di per se. Ne abbiamo una prova nella parola del Padre: perché mai egli avrebbe enunciato una verità che balzava ovvia davanti agli occhi? A che sarebbe servito confermarlo a parole, se la divinità del Figlio fosse stata visibile? Si direbbe invece che la voce veniva a supplire mediante l'udito quanto difettava alla vista. L'evangelista san Giovanni sembra però insinuare che gli apostoli contemplarono la gloria della divinità. Infatti egli scrive: Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito del Padre. Forse bisognerà intendere così le sue parole: "Noi vedemmo la gloria corporea di Gesù e comprendemmo che si trattava della gloria dell'unigenito del Padre". Comunque sia, penso che gli apostoli in quell'occasione ricevettero al massimo grado la conoscenza di questo articolo di fede e la massima testimonianza concessa a un mortale circa la divinità di Cristo.
6
In una sua lettera, accennando alla trasfigurazione, Pietro ricorda che abbiamo anche la parola dei profeti, la quale è quanto mai salda (2 Pt 1,19). Egli però non intende metterla a confronto con la testimonianza della trasfigurazione, quasi quest'ultima sia più ambigua; intende solo dire che un profeta non può mai cadere nell'errore, mentre i sensi possono ingannare. Anche se quanto attestano gli occhi ha il massimo valore per l'opinione comune, tuttavia e meno certo di quanto afferma la profezia. Il mondo infatti non conosce altro modo di vedere se non quello degli occhi e considera la testimonianza di questi come la più sicura. Gli apostoli non sostennero di aver visto in spirito, poiché la gente non li avrebbe creduti, sebbene la visione spirituale sia più veridica di quella dei sensi. Concludendo, io penso che il motivo prioritario della trasfigurazione sia di provare la divinità di Cristo e confermare la nostra fede.
7
Mi sembra che la trasfigurazione abbia anche un secondo motivo, non meno importante del primo. Questa manifestazione gloriosa di Cristo scuote la nostra inerzia e ci sprona al bene; in realtà nulla come il pensiero della retribuzione sospinge a lavorare. Sappiamo bene che la vista della ricompensa ci impressiona molto più della sua descrizione. Certo sentimmo spesso che la Scrittura ci diceva: Quelle cose che occhio non vide, ne orecchio udì, ne mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano(1 Cor 2,9 ). Tuttavia, per accendere il nostro desiderio, per invogliarci alla ricerca attiva di quella gloria futura, era quanto mai indovinato farla brillare ai nostri occhi. E poi perché la dottrina evangelica, inaudita quanto severa per la mentalità comune, possa essere accettata da tutti, bisogna che proponga una ricompensa altrettanto bella e gloriosa. Chi mai rinunzierebbe ai beni presenti per ipotetici beni futuri? C'è un detto di sant'Ambrogio che suona pressappoco cosi: "A stento si persuaderebbe l'uomo di acquistare una semplice speranza a prezzo di reali pericoli".
8
Come avremmo potuto convincere questo mondo carnale a sganciarsi dai piaceri del secolo presente, senza dargli la prova tangibile che esistono godimenti molto superiori nel mondo futuro? I consigli proposti dal vangelo non sono facili da mettere in pratica; occorre rinunziare a se stessi, prendere la propria croce, strapparsi dalle cose, sdegnare onori e piaceri, calpestare le minacce degli uomini e accettarne i tormenti; occorre insomma abbandonare ciò che siamo, forti solo della speranza di essere quello che ancora non siamo. Nessuno si lascerebbe coinvolgere dall'assoluto evangelico se non possedesse la prova irrefutabile che i beni futuri sono mille volte superiori a quelli presenti. Il contadino non spargerebbe il frumento nel solchi se gli occhi non gli garantissero che al tempo della mietitura la zolla gli restituirà la semente largamente moltiplicata.
9
Dal vangelo secondo Luca. 9,28b-36 Gesù prese con se Pietro, Giovanni e Giacomo e sali sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.
Dai Discorsi del beato Pietro Il venerabile. Sermo I de Transfiguratione Domini. PL 189,959-960.966.970‑971.
Perché meravigliarci se il vangelo ci dice di Gesù che il suo volto brillò come il sole? (Mt 17,2) Cristo non è lui stesso il sole? Finora quel sole era nascosto dietro una nube, ma oggi la nube è rimossa e per un momento egli risplende. Di che nube si tratta? Del simbolo raffigurante non la carne, ma la debolezza della carne che per un momento scompare. Isaia l'aveva profetizzato dicendo: Ecco, il Signore cavalca una nube leggera (Is 19,1). La nube significa la carne che ricopre la divinità di Cristo e cela lo splendore divino. Di questa nube si parla anche nel Cantico dei cantici: Alle sua ombra, cui anelavo..mi siedo ( Ct 2,3). Questa nube, però, è leggera, perché la carne di Cristo non è appesantita da colpa, ma è assunta anch'essa agli eterni splendori. Questa carne è leggera, perché è la carne dell'Agnello che toglie i peccati del mondo. Sollevato dal peso dei suoi crimini, il mondo può innalzarsi fino al cielo. Il sole velato dalla carne di Cristo non è l'astro che sorge per i buoni e per i cattivi, ma il sole di giustizia che spunta per quelli che temono Dio. Oggi la luce,che illumina ogni uomo, risplende sebbene coperta da questa nube di carne. Oggi il sole di giustizia glorifica l'umanità di Cristo e la mostra deificata agli apostoli, perché questi la rivelino al mondo intero.
10
Anche tu, città beata, godrai in eterno della contemplazione del sole eterno, quando scenderai dal cielo, preparata da Dio, come una sposa ornata per il suo sposo. Questo sole non conoscerà più tramonto, perché stenderà per te un eterno mattino sereno. Questo sole non sarà più offuscato da nessuna nube, perché i suoi raggi ti rallegreranno di una luce senza declino. Esso non abbaglierà più il tuo occhio, ma, rendendoti capace di fissarlo, ti lascerà godere il fascino del suo divino splendore. Questo sole non conoscerà alcuna eclissi, perché il suo fulgore non viene interrotto da nessuna tua pena; perché non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno (Ap 21,4) che possano oscurare lo splendore a te dato da Dio. Isaia predice questo sole, quando scrive: Il sole non sarà più la tua luce di giorno. ne ti illuminerà più il chiarore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna ( Is 60,19). Questa luce eterna risplenderà per te sul volto del Signore.
11
Udendo la voce del Signore e contemplando il suo volto trasfigurato, diventi tu stesso un sole. Sappiamo infatti che si riconosce qualcuno guardando il suo volto, come se si fosse illuminati dalla sua presenza. In cielo riconoscerai totalmente colui nel quale in terra ora credi. Qui comprendi con l'intelligenza, lassù lo vedrai in se stesso. Qui scorgi un'immagine oscura in uno specchio, lassù lo contemplerai a faccia a faccia. Irraggiato per sempre dal fulgore del sole eterno, lo conoscerai cosi come è e la gioia ti illuminerà. Allora il volto di Dio splenderà su di te per cui verrà esaudito il desiderio del profeta: Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto ( Sal 66,2). E Pietro, perché chiedi una tenda sulla terra? Perché aneli a trattenere il Signore quaggiù, se egli è solo di passaggio? Perché procurare una dimora caduca a colui che abita nel cielo? Dio non è venuto sulla terra per possedere una casa, lui che non volle avere dove posare il capo. Non è sceso tra noi perché tu gli costruissi una dimora, ma per preparare a noi un posto nei cieli.
12
Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto ( Mt 17.5). Egli è mio Figlio, non per adozione, ma per natura, non nel tempo, ma nell'eternità. Non inferiore a me, ma mio eguale, non uscito da un principio estraneo ma consostanziale a me. E' il mio prediletto fin dal principio, perché mio unigenito. Egli raduna in se una moltitudine di figli, e io metto in lui tutto il mio amore a causa della mia giustizia e della mia grazia sovrabbondante. O uomini, vi avevo finora rigettati per i vostri delitti, vi avevo detestato per i vostri incalcolabili crimini, rifiutando d'intrattenermi con voi. Ora invece ascoltate il mio Figlio, credete in lui e fate tutto quello che vi dirà. Ti rendiamo grazie, somma Trinità, ti rendiamo grazie, vera unità, ti rendiamo grazie, bontà unica, ti rendiamo grazie, soavissima divinità. Ti renda grazie l'uomo, tua umile creatura e tua sublime immagine. Ti renda grazie, perché non lo abbandonasti alla morte, ma l'hai strappato dall'abisso della perdizione ed effondi a torrenti su di lui la tua misericordia. Egli ti immoli il sacrificio di lode, ti offra l'incenso della sua dedizione, ti consacri olocausti di giubilo. O Padre, ci hai mandato il Figlio; o Figlio, ti sei incarnato nel mondo; o Spirito Santo, eri presente nella Vergine che concepiva, eri presente al Giordano, nella colomba, sei oggi sul Tabor, nella nube. Trinità intera, Dio invisibile, tu cooperi alla salvezza degli uomini perché essi si riconoscano salvati dalla tua divina potenza.
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Letture della preghiera notturna dei certosini
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6 agosto TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE
1 Dalle
Omelie di san Gregorio Pálamas. Hom.
xxxv. PG 151, 437-438. 441-442. 445-450.
Gesù
prese
con
sé
Pietro,
Giacomo
e
Giovanni
suo
fratello
e
li
condusse
in
disparte,
su
un
alto
monte.
E
fu
trasfigurato
davanti
a
loro;
il
suo
volto
brillò
come
il
sole.[1]
Ecco
ora
il
momento
favorevole,
ecco
ora
il
giorno
della
salvezza,[2]
fratelli, il giorno divino, nuovo ed eterno, non scandito da intervalli,
che non aumenta né diminuisce, e che la notte non interrompe. È il
giorno del Sole di giustizia, nel quale
non
c'è
variazione
né
ombra
di
cambiamento.[3]
Egli, dal giorno in cui, per la bontà del Padre e la cooperazione dello
Spirito Santo, brillò benevolo su di noi, ci trasse dalla tenebra alla
sua ammirabile luce. Sole che non conosce tramonto, brilla e distende sul
nostro capo l'eternità. 2
Pietro
disse
a
Gesù:
“Maestro,
è
bello
per
noi
stare
qui.
Facciamo
tre
tende,
una
per
te,
una
per
Mosè
e
una
per
Elia”.
Egli
non
sapeva
quel
che
diceva.[4]
Mentre
Pietro così parlava senza sapere, ecco una nube luminosa
li
avvolse
con
la
sua
ombra,[5]
interrompendo il discorso di Pietro e mostrando qual era la tenda che si
addiceva a Cristo.
Ma cos'è questa nube, e come mai, pur essendo luminosa, li avvolse
con la sua ombra? Non è forse quella luce inaccessibile nella quale Dio
abita, e di cui è avvolto come da una veste?[6]
Sì, qui luce e tenebra sono identica cosa che, per lo splendore che tutto
trascende, avvolge con la sua ombra. Ma i santi teologi testimoniano che
anche quanto gli occhi degli Apostoli avevano contemplato in precedenza
era inaccessibile. "Oggi — essi dicono — oggi è l'abisso della
luce inaccessibile, oggi sul Tabor agli Apostoli risplende l'effusione
senza confini del fulgore divino".[7] 3
Non solo gli angeli, ma anche coloro che, tra gli uomini, vivono
santamente, hanno parte di questa gloria e di questo regno; ma il Padre e
il Figlio, in unione con lo Spirito Santo, possiedono questa gloria e il
regno per natura, mentre gli angeli santi e gli uomini ne partecipano per
grazia, da essa ricevendo illuminazione. Questo ci manifestarono anche Mosè
ed Elia, che furono visti nella gloria insieme con Cristo.[8]
Comune dunque e unica per Dio e per i suoi santi sono questa
gloria, il regno e lo splendore; perciò il profeta salmista canta: Lo splendore del
nostro
Dio
sia
su
di
noi.[9]
Questa
gloria e questo splendore tutti lo vedranno, quando il Signore apparirà
tra lampi di luce da oriente a occidente; anche ora l'hanno vista coloro
che con Gesù sono saliti sul monte. 4
Eleviamo l'occhio della mente verso il Verbo che ora siede con il
corpo sopra le volte del cielo; egli, seduto, come si conviene a Dio, alla
destra della Maestà, ci rivolge, dalla sua sede invisibile, queste
parole: "Se qualcuno vuole avvicinarsi a questa gloria, imiti, per
quanto gli è possibile, e segua la via e la condotta di vita che gli ho
mostrato io sulla terra".
Contempliamo dunque con i nostri occhi interiori questa grandiosa
visione: la nostra natura, che eternamente vive unita al fuoco immateriale
della divinità; e, deponendo le vesti di pelle, che abbiamo indossato in
seguito alla trasgressione, cioè i pensieri terreni e carnali, cerchiamo
la nostra stabilità nella terra santa e ciascuno mostri che la propria
terra è santa grazie alla virtù e alla tensione verso Dio. Abbiamo
dunque fiducia che Dio prende dimora tra noi nella luce, in modo che,
accorrendo verso di lui, ne siamo illuminati e viviamo per sempre nello
splendore, a gloria della luminosità di quel triplice e unico sole, ora e
sempre nei secoli dei secoli. Amen. 5 Dalla
"Difesa dei Santi Esicasti" di san Gregorio Pálamas. Défense
des saints Hésychastes, I Triade, 34-35. 38-39. 46. Trad.
Meyendorff, Louvain, 1959, pp. 186 s. 192s. 210.
Il grande Dionigi Areopagita dice che nel secolo futuro noi saremo
illuminati dalla
visibile
manifestazione
luminosa
di
Cristo,
come
i
discepoli
al
momento
della
trasfigurazione,
e
parteciperemo
a
questa
luce
intelligibile
con
la
nostra
mente
diventata
impassibile
e
immateriale;
entreremo
in
quell'unione
che
è
superiore
alla
mente
in
sempre
più
divina
imitazione
delle
menti
sovracelesti.[10]
La trasfigurazione del Signore sul Tabor fu un preludio della
futura manifestazione visibile di Dio e gli Apostoli furono resi degni di
percepirla con gli occhi del corpo; perché allora coloro che hanno
purificato il cuore non potranno percepire adesso nella loro mente con gli
occhi dell'anima il preludio e la caparra della sua manifestazione? 6
Il Figlio di Dio, nel suo incomparabile amore per gli uomini, non
solo ha unito la sua persona divina alla nostra natura e ha preso un corpo
animato e un'anima razionale per apparire sulla terra e vivere tra gli
uomini, ma anche si unisce — meraviglia che è oltre ogni misura —
alle stesse persone umane, confondendosi con ciascuno dei fedeli nella
comunione al suo santo corpo, e diviene un unico corpo con noi, rendendoci
tempio dell'intera divinità. Infatti nel stesso corpo di Cristo abita
corporalmente
tutta
la
pienezza
della
divinità.[11]
Come non
illuminerà allora, avvolgendole di luce, le anime di coloro che sono
degni di essere partecipi dello splendore divino del suo corpo, come
illuminò anche i corpi dei discepoli sul Tabor?
Allora quel corpo, che aveva la fonte della luce della grazia,
benché non fosse ancora unito ai nostri corpi, illuminava da fuori quelli
che ne erano degni tra quanti gli si avvicinavano e trasmetteva
l'illuminazione all'anima tramite gli occhi corporei; ma oggi, poiché è
unito a noi ed è in noi, giustamente illumina l'anima dal suo interno. 7
Che cosa rimane da dire? Nel secolo futuro non vedremo forse
l'Invisibile a faccia a faccia, secondo la parola della Scrittura?[12]
Perciò fin d'ora quelli che hanno il cuore purificato ne ricevono la
caparra e il preludio. Essi ne vedono sensibilmente la figura spirituale e
invisibile che abita nel loro intimo. Lo spirito infatti è immateriale
per natura e potremmo definirlo una luce apparentata con la Luce prima e
sublime, con cui tutti gli esseri comunicano, benché essa tutti li
trascenda.
Quando in una totale tensione verso la vera Luce, nella preghiera
immateriale, incessante e purificata, la mente s'innalza definitivamente
verso la stessa Deità, quando si trasforma per acquisire fin d'ora la
dignità angelica, illuminata dal Lume originale, come gli angeli, allora
la mente diventa per partecipazione quello che è l'Archetipo a titolo di
principio. Manifesta in sé stessa lo splendore della Bellezza occulta, il
suo fulgido chiarore inaccessibile.
Davide, il divino melode, percepì spiritualmente quella chiarità
nel suo intimo, se ne rallegrò e insegnava ai fedeli quel grande e
misterioso possesso. Egli cantava: Lo
splendore
del
nostro
Dio
è
sopra
di
noi.[13] 8
Colui che ama appassionatamente l'unione con Dio fugge la vita
soggetta al biasimo, sceglie la vita monastica e verginale, desidera
dimorare senza opere e senza preoccupazioni nel santuario della hesychia allontanandosi da ogni relazione. In quella santa
quiete scioglie la sua anima, per quanto gli è possibile, da ogni legame
materiale, congiunge la mente alla preghiera incessante rivolta a Dio e,
tramite essa, divenuto del tutto padrone di sé, trova un nuovo e
indicibile mezzo per salire in cielo: la tenebra impalpabile, come si
potrebbe definirla, del silenzio che inizia alle cose nascoste.
Avendo la sua mente rigorosamente applicata ad esso con un piacere
ineffabile, in una semplicissima, totale e dolcissima pace, vera hesychia e silenzio, si eleva al di sopra di tutte le
creature. Uscendo completamente di sé è diventato tutto di Dio, vede la
gloria di Dio e scorge la luce divina, che non cade sotto il senso in
quanto tale, in una amabile e sacra contemplazione delle anime e delle
menti immacolate. Senza questa luce nemmeno la mente, in quanto dotata di
senso intellettuale potrebbe vedere, quando è unita a ciò che è al di
sopra di lei, come l'occhio del corpo non può vedere senza la luce
sensibile. 9 Dal vangelo secondo Luca. 9,28-36
Gesù prese con sé Pietro,
Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Dalle
Omelie di Hervé di Bourg-Dieu. Homilia
IV. PL 158, 605. 607-609.
Il Signore si
trasfigurò
davanti
ai discepoli. Il suo volto cambiò d'aspetto nel senso che depose la forma
corporea umana, perché manifestò in modo profetico la gloria futura sua
e dei suoi quando brillò
come
il
sole.[14] Quel fulgido splendore spettava in modo speciale
alla natura umana che egli aveva assunto. Infatti, in nessun modo i
discepoli ancora rivestiti di carne mortale potevano contemplare la
visione della ineffabile e inaccessibile Deità, destinata a rendere beati
i puri di cuore nella vita eterna.
Con questa trasfigurazione il Signore manifestò in anticipo la
gloria che il suo corpo una volta risorto avrebbe irradiato come primo
annuncio della chiarità di cui risplenderanno tutti gli eletti alla
risurrezione finale. A questo il Signore aveva accennato un'altra volta
dicendo: Allora i giusti
risplenderanno
come
il
sole,[15]
nel regno
del Padre loro. E qui, come esempio della propria gloria futura, il
suo
volto
brillò
come
il
sole;[16]
non che il fulgore dei santi possa uguagliare quello del Signore, ma perché
non conosciamo nulla di più splendente del sole. 10
Pietro
disse
a
Gesù:
Maestro,
è
bene
per
noi
stare
qui.
Infatti, quanto più uno gusta la dolcezza della vita vera, tanto più
prova disgusto per le cose di quaggiù che prima gli piacevano. Per questo
Pietro, di fronte alla sfolgorante visione del Signore e dei suoi santi,
dimentica d'un tratto tutte le realtà della sua esperienza terrena,
proteso a bearsi unicamente di quanto i suoi occhi contemplano. Desidera
abitare con Gesù lì dove si manifesta la sua gloria che lo colma di
gioia; perciò esclama: Signore,
è
bello
per
noi
stare
qui.
Davvero, l'unica felicità dell'uomo consiste nel prendere parte
alla gioia del suo Signore, nello stare alla sua presenza, fisso in una
contemplazione senza termine. Perciò l'uomo che per i suoi peccati non può
fissare il volto del suo Creatore, non possederà assolutamente
nulla del vero bene. E se la
visione dell'umanità di Cristo immerse Pietro in una gioia così
grande che non poteva più staccarsene che cosa sarà di quelli che
contempleranno la Divinità stessa nella sua trascendenza? 11
Pietro credeva di aver raggiunta la somma felicità contemplando il
volto trasfigurato di Cristo e con lui di due santi in tutto: Mosè ed
Elia. Ma chi potrà dire, chi potrà comprendere la gloria dei giusti
quando si accosteranno al monte
Sion
e
alla
città
del
Dio
vivente,
alla
Gerusalemme
celeste
e
a
miriadi
di
angeli?[17]
Quando vedranno l'architetto in persona di quella città, il suo Creatore,
non come
in
uno
specchio,
in
maniera
confusa,
ma
a
faccia
a
faccia?
[18]
Pietro, però, che stimò bene di costruire tre tende per vivere la
vita celeste, non
sapeva
quel
che
diceva.
Nella
gloria del cielo non ci sarà bisogno di casa. La luce della visione
divina, diffondendo la sua pace dappertutto, non lascerà posto a venti
malefici. Ce lo afferma San Giovanni descrivendo così la Città santa: Non
vidi
alcun
tempio
in
essa,
perché
il
Signore
Dio,
l'Onnipotente,
e
l'Agnello
sono
il
suo
tempio.[19] 12
Dalla
nube
uscì
la voce
del Padre
che
diceva:
“Questi
è
il
Figlio
mio”.
Infatti dalle tenebre della Deità immensa e incomprensibile viene a noi
altissima notizia della generazione del Figlio eterno di Dio. Là il
generante non esiste prima del generato, né questi è prima del Padre. La
generazione, come la nascita, sono eterne. Tuttavia, la cima della mente
non riesce ancora ad afferrare quello splendore; anche Isaia dichiara: Chi narrerà
la
sua
generazione?[20]
Tuttavia, poiché gli Apostoli ardevano dal desiderio di vedere il
volto splendente del Figlio dell'uomo, ecco che
il Padre si fa udire e insegna loro che questi è il Figlio suo
diletto. Così avrebbero appreso dalla contemplazione dell'Umanità
splendente di Cristo a bramare la visione della sua Divinità, per la
quale Egli è uguale al Padre nell’unità della medesima natura.
La testimonianza a proposito del Figlio: in
lui
mi
sono
compiaciuto,[21]
ritorna in un altro passo sulle labbra di Gesù: Colui che
mi
ha
mandato
è
con
me
e
non
mi
ha
lasciato
solo,
perché
io
faccio
sempre
le
cose
che
gli
sono
gradite.[22] [1]Mt 17,1-2 [2]2 Cor 6,2 [3]Gc 1,17 [4]Lc 9,33. [5]Mt 17,5 [6]Cf Sal 103,3 [7]Cf Giovanni Damasceno, Omelia sulla Trasfigurazione del Signore, 2. PG 96, 545. [8]Cf Lc 9,31 [9]Sal 89,17 Volgata [10]De divinis nominibus I,4. PG 3,592. [11]Col 2,9 [12]1 Cor 13,12 [13]Cf Sal 89,17 Volgata [14]Mt 17,2 [15]Mt 13,43 [16]Mt 17,2 [17]Eb 12,22 |