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Letture della preghiera notturna dei certosini

 

4 ottobre

 

SAN FRANCESCO D'ASSISI santo

 

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Dalla "Vita di san Francesco" scritta da Tommaso da Celano.

 

Vita prima di san Francesco d'Assisi, II,capp.XV‑XVII,36‑42.45‑46. Fonti francescane, Padova, 1988,441‑444. 448‑449.

 

Come valorosissimo soldato di Cristo, Francesco passava per città e castelli annunciando il regno dei cieli, la pace, la via della salvezza, la penitenza in remissione dei peccati; non però con gli artifici della sapienza umana, ma con la virtù dello Spirito.

Poiché ne aveva ricevuto l'autorizzazione dalla Sede apostolica, egli operava fiducioso e sicuro, rifuggendo da adulazioni e lusinghe. Non era solito blandire i vizi, ma sferzarli con fermezza; non cercava scuse per la vita dei peccatori, ma li percuoteva con aspri rimproveri, dal momento che aveva piegato prima di tutto sé stesso a fare ciò che inculcava agli altri.

Non temendo quindi d'esser trovato incoerente, Francesco predicava la verità con franchezza, tanto che anche uomini dottissimi e celebri accoglievano ammirati le sue ispirate parole, e alla sua presenza erano invasi da un salutare timore. Uomini e donne, chierici e religiosi accorrevano gara a vedere e a sentire il Santo di Dio, che appariva tutti come un uomo di un altro mondo.

 

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Non pochi, lasciate le cure mondane, seguendo l'esempio e l'insegnamento di san Francesco, impararono a conoscere, amare e rispettare il loro Creatore. Molti, nobili e plebei, chierici e laici, docili alla divina ispirazione, si recavano dal Santo, bramosi di schierarsi per sempre con lui e sotto la sua guida.

E a tutti egli, come ricca sorgente di grazia celeste, dona le acque vivificanti che fanno sbocciare le virtù nel giardino del cuore. Artista e maestro di vita evangelica veramente glorioso: mediante il suo esempio, la sua Regola e il suo insegnamento si rinnova la Chiesa di Cristo nei suoi fedeli, uomini e donne, e trionfa la triplice milizia degli eletti.

A tutti Francesco dava una regola di vita, e indicava la via della salvezza a ciascuno secondo la propria condizione.

E' ora il momento di concentrare l'attenzione soprattutto sull'Ordine che Francesco suscitò col suo amore e vivificò con la sua professione.

Proprio lui infatti fondò l'Ordine dei frati minori, ed ecco in quale occasione gli diede tale nome. Mentre si scrivevano nella Regola quelle parole: "Siano minori appena l'ebbe udite esclamò: "Voglio che questa Fraternità sia chiamata Ordine dei frati minori".

 

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E realmente erano "minori"; sottomessi a tutti ricercavano l'ultimo posto e gli uffici cui fosse legata qualche umiliazione, per gettare cosi le solide fondamenta della vera umiltà, sulla quale si potesse svolgere l'edificio spirituale di tutte le virtù.

Davvero su questa solida base edificarono, splendida, la costruzione della carità. E come pietre vive, raccolte, per cosi dire, da ogni parte del mondo, crebbero in tempio dello Spirito Santo.

Com'era ardente l'amore fraterno dei nuovi discepoli di Cristo! Quanto era forte in essi l'amore per la loro famiglia religiosa! Ogni volta che in qualche luogo o per strada, come poteva accadere, si incontravano, era una vera esplosione del loro affetto spirituale, il solo amore che sopra ogni altro amore è fonte di vera carità fraterna. Ed erano casti abbracci, delicati sentimenti, santi baci, dolci colloqui; erano sorrisi modesti, aspetto lieto, occhio semplice, animo umile, parlare cortese, risposte gentili; vi era piena unanimità nel loro ideale, pronto ossequio e instancabile reciproco servizio.

 

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Avendo disprezzato tutte le cose terrene ed essendo immuni da qualsiasi amore egoistico, i discepoli di Francesco, dal momento che riversavano tutto l'affetto del cuore in seno alla comunità, cercavano con tutto l'impegno di donare persino sé stessi per venire incontro alle necessità dei fratelli.

Erano felici quando potevano riunirsi, più felici quando stavano insieme; ma era per tutti pesante il vivere separati, amaro il distacco, doloroso il momento dell'addio. Questi dolcissimi soldati non anteponevano comunque nulla ai comandi della santa obbedienza; vi si preparavano anzi in anticipo, e si precipitavano ad eseguire, senza discutere e rimosso ogni ostacolo, qualunque cosa veniva loro ordinata.

Da cultori fedeli della santissima povertà, poiché non possedevano nulla, non s'attaccavano a nessuna cosa, e niente temevano di perdere. Erano contenti di una sola tonaca, talvolta rammendata dentro e fuori, tanto povera e senza ricercatezze, da apparire in quella veste dei veri crocifissi per il mondo.

 

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I discepoli di san Francesco erano sempre sereni, liberi da ogni ansietà e pensiero, senza affanni per il futuro;non si angustiavano neppure di assicurarsi un ospizio per la notte, anche se pativano grandi disagi nel viaggio. Sovente, durante il freddo più intenso, non trovando ospitalità,si rannicchiavano in un forno, o pernottavano in qualche spelonca.

Di giorno, quelli che ne erano capaci, si impegnavano in lavori manuali, o nei ricoveri dei lebbrosi o in altri luoghi, servendo a tutti con umiltà e devozione. Non volevano esercitare nessun lavoro che potesse dar adito a scandalo, ma sempre si occupavano di cose sante e giuste, oneste e utili, dando esempio di umiltà e di pazienza a tutti coloro con i quali si trovavano.

Amavano talmente la pazienza, che preferivano stare dove c'era da soffrire persecuzioni che non dove, essendo nota la loro santità, potevano godere i favori dei mondo.

Ecco i principi con i quali Francesco educava i suoi nuovi figli, e non semplicemente a parole, ma soprattutto con le opere e l'esempio della sua vita.

 

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Il beato Francesco era solito raccogliersi con i suoi compagni in un luogo presso Assisi, detto Rivotorto; ed erano felici, quegli arditi dispregiatori delle case grandi e belle, di un tugurio abbandonato ove potevano trovare riparo dalle bufere, perché, al dire di un santo, c'è maggior speranza di salire più presto in cielo dalle baracche che dai palazzi. 1

Padri e figli se ne stavano cosi insieme, tra molti stenti e indigenze, non di raro privi anche del ristoro del pane, contenti di qualche rapa che andavano a mendicare per la pianura di Assisi. L'abitazione poi era tanto angusta, che a fatica vi potevano stare seduti o stesi a terra; tuttavia non si udiva mormorazione né lamento; ognuno manteneva la sua giocondità di spirito e tutta la sua pazienza.

San Francesco ogni giorno, anzi di continuo, esaminava diligentemente sé stesso e i suoi, perché non restasse in loro nulla di mondano e fosse evitata qualsiasi negligenza. Con sé stesso, poi, era particolarmente rigoroso e vigile.

 

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In quel tempo i frati chiesero con insistenza a Francesco che insegnasse loro a pregare, perché, comportandosi con semplicità di spirito, non conoscevano ancora l'ufficio liturgico. Ed egli rispose: Quando pregate, dite:" Padre nostro" e "Ti adoriamo, o Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo".

E questo gli stessi discepoli del pio maestro si impegnavano ad osservare con ogni diligenza, perché si proponevano di eseguire perfettamente non solo i consigli fraterni e i comandi di lui, ma perfino i suoi segreti pensieri, se riuscivano in qualche modo a intuirli.

Infatti il beato padre insegnava loro che la vera obbedienza riguarda i pensieri non meno che le parole espresse, i desideri non meno che i comandi.

 

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Fedeli all'esortazione di Francesco, i frati, ogni volta che passavano vicino a una chiesa, oppure anche la scorgevano da lontano, si inchinavano in quella direzione e, proni col corpo e con lo spirito, adoravano l'Onnipotente, dicendo:

"Ti adoriamo, o Cristo, qui e in tutte le chiese".

E, cosa non meno ammirevole, altrettanto facevano dovunque capitava loro di vedere una croce o una forma di croce, per terra, sulle pareti, tra gli alberi, nelle siepi.

Erano cosi pieni di santa semplicità, di innocenza, di purezza di cuore da ignorare ogni doppiezza. Come unica era la loro fede, cosi regnava in essi l'unità degli animi, la concordia degli intenti e dei costumi, la stessa carità, la pratica delle virtù, la pietà degli atti, l'armonia dei pensieri.

 

l. Petrus cantor, Verbum abbreviatum,86. PL 205,257.

 

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Dal vangelo secondo Luca.

9,57‑62

Mentre andavano per la strada, un tale disse a Gesù: "Ti seguirò dovunque tu vada".

Dalla Leggenda maggiore di san Bonaventura da Bagnoreggio.

 

Leggenda maggiore,II,capp.VII,l‑3.IX,3‑4. Fonti francescane, Padova, 1988,889‑891.913.

 

Tra gli altri doni e carismi che il generoso Datore concesse a Francesco, vi fu un privilegio singolare: quello di crescere nelle ricchezze della semplicità attraverso l'amore per l'altissima povertà.

Il Santo notando come la povertà, che era stata intima amica del Figlio di Dio, ormai veniva ripudiata da quasi tutto il mondo, volle farla sua sposa, amandola di eterno amore, e per lei non soltanto lasciò il padre e la madre, ma generosamente distribui tutto quanto poteva avere.

Nessuno fu cosi avido d'oro, quanto Francesco della povertà; nessuno fu più bramoso di tesori, quanto Francesco di questa perla evangelica

Niente offendeva il suo occhio più di questo: vedere nei frati qualche cosa che non fosse del tutto in armonia con la povertà.

Quanto a lui, dall'inizio della sua vita religiosa fino alla morte, ebbe queste ricchezze: una tonaca, una cordicella e le brache; e di questo fu contento.

 

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Spesso Francesco richiamava alla mente, piangendo, la povertà di Gesù Cristo e della Madre sua, e affermava che questa è la regina delle virtù, perché la si vede brillare cosi fulgidamente, più di‑tutte le altre, nel Re dei re e nella regina sua Madre.

Anche quando i frati, in Capitolo, gli domandarono qual è la virtù che, più delle altre, rende amici di Cristo, rispose, quasi aprendo il segreto del suo cuore: "Sappiate, fratelli, che la povertà è una via straordinaria di salvezza, giacché è alimento dell'umiltà, radice della perfezione. Molteplici sono i suoi frutti, benché nascosti. Difatti essa è il tesoro nascosto nel campo del vangelo: per comprarlo, si deve vendere tutto e, in confronto ad esso, si deve disprezzare tutto quello che non si può vendere".

"Chi brama raggiungere il vertice della povertà disse deve rinunciare non solo alla prudenza mondana, ma anche, in certo qual modo, al privilegio dell'istruzione, affinché, espropriato di questo possesso, possa entrare nella potenza del Signore e offrirsi, nudo, nelle braccia del Crocifisso. In nessun modo, infatti, rinuncia perfettamente al mondo colui che conserva nell'intimo del cuore lo scrigno dell'amor proprio".

 

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Spesso, discorrendo della povertà, Francesco applicava ai frati quell'espressione del vangelo: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo. 1.( Mt 8,20 )

Per questo motivo ammaestrava i frati a costruirsi casupole poverelle, alla maniera dei poveri, ad abitare in esse non come in casa propria, ma come in case altrui, da pellegrini e forestieri.

Diceva che il codice dei pellegrini è questo: raccogliersi sotto il tetto altrui, sentir sete della patria, passar via in pace.

Dava Ordine, talvolta, ai frati di demolire le case che avevano costruite o di lasciarle, quando notava in esse qualcosa che, o quanto alla proprietà o quanto al lusso, urtava contro la povertà evangelica.

Il Santo diceva che la povertà è il fondamento del suo Ordine, la base principale su cui poggia tutto l'edificio della sua Religione, in modo tale che, se essa è solida, tutto l'Ordine è solido; se essa si sfalda, tutto l'Ordine crolla.

Insegnava, avendolo appreso per rivelazione, che il primo passo nella santa religione, consiste nel realizzare quella parola del Vangelo: Se vuoi essere perfetto, va vendi quello che possiedi, dallo ai poveri. 2.( Mt 19,21 ) Perciò ammetteva nell'Ordine solo chi aveva rinunciato alla proprietà e non aveva tenuto assolutamente nulla per sé.

 

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Nient'altro possedeva, il povero di Cristo, se non due spiccioli, da poter elargire con liberale carità: il corpo e l'anima. Ma corpo e anima, per amore di Cristo, li offriva continuamente a Dio, poiché quasi in ogni istante immolava il corpo col rigore del digiuno e l'anima con la fiamma del desiderio: olocausto, il suo corpo, immolato all'esterno, nell'atrio del tempio; incenso, l'anima sua, effusa all'interno del tempio.

Ma, mentre quest'eccesso di devozione e di carità lo innalzava alle realtà divine, la sua bontà affettuosa si espandeva verso coloro che natura e grazia rendevano suoi consorti.

Non c'è da meravigliarsi: come la pietà del cuore lo aveva reso fratello di tutte le altre creature, cosi la carità di Cristo lo rendeva ancor più intensamente fratello di coloro che portano in sé l'immagine del Creatore e sono stati redenti dal sangue del Redentore.

Non si riteneva amico di Cristo, se non curava con amore le anime da Lui redente.

Niente, diceva, si deve anteporre alla salvezza delle anime, e confermava l'affermazione soprattutto con quest'argomento: l'Unigenito di Dio, per le anime, si era degnato salire sulla croce.

 

 

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