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3 settembre SAN GREGORIO MAGNO dottore
pastore 1 Dal
Commento sul libro di Giobbe di san Gregorio Magno. Moralia
in Iob V,61-64;XVIII,88-89;IV,45-46.PL 75,712-714; PL 76, 92-93; 75,659-660. L'anima
umana fu espulsa dalla gioia del paradiso per il peccato dei progenitori e
da allora, perduta la luce delle realtà invisibili, si è votata ad amare
quelle visibili. Quanto essa malamente si disperde all'esterno,
altrettanto rimane cieca per la contemplazione interiore. Perciò non è
capace di conoscere se non quello che viene come palpando con gli occhi
del corpo. L'uomo
sarebbe rimasto spirituale anche nella carne se avesse voluto osservare i
precetti di Dio; ma commettendo il peccato, è divenuto carnale anche
nella mente. Non può infatti concepire i pensieri se non per mezzo di
immagini che trae dalle realtà corporee, cielo, terra, animali e quanto
è visibile. In continuazione egli ha davanti agli occhi
tutte queste realtà e quando la mente ci trova gusto e si immerge in
esse, perde la finezza dell'intelligenza interiore. Impotente ad elevarsi
verso le somme realtà, si compiace e languisce in quelle inferiori. 2 Quando l'anima con sforzi straordinari
cerca di emergere dal suo misero stato, è già molto se arriva a una
conoscenza di sé scevra da immagini materiali; questa però e la
condizione necessaria per aprire l'intelligenza alla considerazione della
sostanza eterna. Quando
l'anima può concepire sé stessa senza far ricorso alle immagini
terrestri, si serve di questa pura conoscenza come di una scala per
elevarsi fino al suo Creatore. La mente, la quale ha abbandonato ogni
immagine corporea per rientrare in sé stessa, ha davvero compiuto un bel
cammino. Benché
l'anima sia incorporea, dipende tuttavia dal luogo, perché è unita a un
corpo situato nel tempo e nello spazio. Quando essa dimentica quel che
sapeva, conosce cose nuove, ricorda quelle dimenticate, passa dalla
tristezza alla serenità e dalla letizia all'avvilimento, allora si rende
conto quanto sia lontana dalla sostanza immutabile ed eterna di Dio. Tutte quelle
fluttuazioni indicano che la natura dell'anima è ben diversa dalla
sostanza di Dio, sempre uguale a sé stesso, presente interamente
dovunque, invisibile e incomprensibile. Ecco perché la mente che anela a
Dio, lo contempla senza che egli abbia figure visibili, lo ode senza che
abbia voce, lo riceve senza che abbia movimento, lo tocca senza che abbia
corpo, lo trattiene senza che sia in qualche luogo. 3 Quando la
mente, avvezza alle cose materiali, vuole pensare alla sostanza invisibile
di Dio, è assediata da un cumulo di immagini concrete. Se però con la
mano del discernimento riesce a scacciare. queste immagini dai suoi occhi
spirituali, e tutto pospone al pensiero dell'essenza divina, allora in
qualche modo riesce a contemplarla. A questo
livello la mente non è ancora capace di cogliere ciò che è Dio, ma
almeno conosce con certezza ciò che non è. Pensieri nuovi e inconsueti
sorgono allora dalla mente, che si sforza di penetrare in Dio. In Giobbe sta
scritto: Stava ritto uno, di cui non riconobbi
l'aspetto.1 .( Gb 4,16 )Quello "star ritto" esprime bene la
stabilità e l'immutabilità di Dio. Le creature
irrazionali hanno un'esistenza mutevole ed effimera, perché vengono dal
nulla e ad esso tendono di nuovo. La creatura ragionevole, al contrario,
ha una stabilità che le impedisce di tornare nel nulla, perché è creata
a immagine dei Creatore. Le creature
irrazionali non hanno l'essere fisso e stabile, ma il loro corso
passeggero è soltanto rallentato, finché la loro manifestazione serve a
completare la bellezza dell'universo. Il cielo e la terra sussisteranno si
in eterno. tuttavia adesso corrono al nulla, compiendo la loro funzione
specifica, fino a che siano rinnovati e ricreati in uno stato migliore. 4 Solo il
Creatore è immutabile: tutte le altre realtà passano, regolate da lui
che non passa e ne trattiene alcune perché non siano destinate a passare. Quando perciò
il nostro Redentore vide che la mente umana era incapace di concepire la
divinità che non muta, volle venire da noi come un essere che passa. Si
degnò scendere sulla terra, nascervi, morirvi, esservi sepolto, risorgere
e ritornare in cielo. Questo è ben
espresso nel passo dove Gesù ridà la vista a un cieco. 2 ( Mt 9,27;
20,30 )Il Signore lo udì gridare mentre stava passando, ma lo guarì
quando si fermò. Gesù passa come uomo, ma si ferma secondo la sua natura
divina che è dappertutto. Il vangelo
sottolinea che Gesù, passando, ode le grida del nostro accecamento, perché
come uomo ha compassione della nostra miseria. Invece quando si ferma,
restituisce la luce al cieco, perché mediante la sua divinità immutabile
illumina le tenebre della nostra infermità. Perciò in
Giobbe a ragione sta scritto: Uno
spirito mi passo davanti alla faccia. Stava ritto la uno,
di cui non riconobbi l'aspetto 3.( Gb 4,15.16 Ciò significa: Ho sentito passare colui che non passa e che
sta. Passa, perché con la nostra conoscenza non possiamo trattenerlo;
sta, perché si rivela immutabile, per quanto lo conosciamo. 5 Se in Giobbe
si dice che Dio "sta ritto ciò significa che egli non muta, secondo
quanto fu annunziato a Mosè: lo
sono colui che sono! 4.( Es 3,14 )
San Giacomo lo intende come: Il Padre
della luce, nel quale non c'è variazione né ombra di cambiamento .
5( Gc 1,17 ) Se
uno comprende qualcosa dell'eternità di Dio, l'ha capito grazie alla sua
immagine coeterna. Ecco perché il testo di a Giobbe prosegue: L'immagine
stava davanti ai miei occhi.6.( Gb 4,16 )
Infatti il Figlio è l'immagine dei Padre. La Genesi lo suggerisce
parlando della creazione dell'uomo e il sapiente lo esprime dicendo della
Sapienza, cioè del Figlio di Dio: E'
un riflesso della luce perenne.7.( Sap 7,26 ) Quando
si vede l'eternità di Dio, per quanto è possibile alla debolezza umana,
i nostri occhi spirituali percepiscono anzitutto l'immagine del Padre, cioè
il Figlio. Quando tendiamo davvero verso il Padre, tutto quello che siamo
capaci di scorgerne passa attraverso la sua immagine. Questa
immagine è nata da lui da tutta l'eternità e per essa noi ci sforziamo
in qualche modo di arrivare a vedere colui che non ha né inizio né fine.
Per questo Gesù, la verità eterna del Padre, dice nel vangelo: Nessuno
viene al Padre se non per mezzo di me.8.( Gv 14,6 ) 6 La Sapienza,
che è Dio stesso, è nascosta agli occhi dei viventi; anche se qualche
mortale potè intravederla sotto forma di immagini circoscritte, nessuno mai la potè contemplare nella luce della sua essenza
eterna, perché questa non è contenuta entro alcun limite. Si dice
tuttavia che certi santi si innalzarono
a una perfezione cosi sublime che penetrarono in quella luce eterna
grazie alla forza della loro contemplazione. Ciò si collega alle parole
di Giobbe: La sapienza e nascosta
agli occhi di ogni vivente.9.( Gb 28,21 ) Infatti, per
contemplare la Sapienza,che è Dio stesso, occorre morire radicalmente
all'amore di questo mondo. Nessuno di quelli che vivono ancora
un'esistenza guidata dalla natura, ha mai visto Dio, perché è
impossibile abbracciare Dio e il mondo insieme. Infatti chi vede Dio muore
davvero di una morte spirituale, in quanto sa recidersi da tutte le gioie
di questa vita con la realtà dei fatti, o almeno con l'intenzione del
cuore. 7 Spesso
l'anima, pur vivendo ancora in un corpo mortale, avvampa di fuoco celeste;
allora la mente che ha soggiogato ogni pensiero materiale, è rapita in
Dio. Eppure non può contemplarlo cosi com'egli è in sé stesso, perché
geme ancora in una carne corruttibile sotto il peso della condanna
originaria. Talvolta
capita che l'anima vorrebbe essere aspirata interamente in Dio, tanto da
raggiungere direttamente la vita eterna, senza passare per la morte del
corpo. Anche san Paolo
anelava vivamente verso la luce interiore, sebbene trepidasse per il
disfacimento del corpo. Scrisse perciò: Quanti
siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire
spogliati ma sopravestiti, perché ciò che e mortale venga assorbito
dalla vita.10.( 2 Cor 5,4 ) I santi
bramano di pervenire al vero mattino dell'eternità e, se potessero,
vorrebbero entrare nel secreto di quella intima luce senza lasciare il
corpo. Tuttavia, per quanto si sforzino di elevarsi fino a Dio, restano
sempre aggravati dalla notte della condizione mortale. Infatti il
giudice giusto e supremo ha chiuso gli occhi spirituali della nostra carne
corruttibile, privandoli di scorgere il fulgore della divinità, poiché
un tempo il nemico dell'uomo li apri alla concupiscenza peccaminosa. 8 Giobbe dice: Speri
la luce e non venga; non veda schiudersi le palpebre dell'aurora."11.(
Gb 3,9 ) Durante il
pellegrinaggio terreno, nonostante l'ardore impiegato, invano l'anima si
sforza di contemplare la luce eterna come è in sé stessa, perché gliela
nasconde l'accecamento dovuto alla sua prima condanna. Lo spuntare
dell'aurora rappresenta la nuova nascita della risurrezione, in cui la
Chiesa risusciterà anche nella carne e sorgerà per contemplare la gloria
dell'eternità. Se la
risurrezione della nostra carne non fosse come una nuova nascita, la Verità
in persona non avrebbe annunziato quella nuova
creazione. quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua
gloria. 12.( Mt 19,28 ) Con
queste parole il Signore vide bene che si trattava del sorgere
dell'aurora, poiché parlò di rigenerazione. Per quanto
gli eletti splendano ora per le loro virtù, non possono concepire quale
sarà la gloria di quella nuova nascita, allorché sorgeranno con la carne
per contemplare la luce dell'eternità. 9 Dal vangelo secondo Luca. 5,1-11 Gesù salì in una barca che era di
Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad
ammaestrare le folle dalla barca. Dalla costituzione dogmatica Lumen gentium del
concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa Lumen
gentium, III,19.20.23.25. AAS 57(1965)22-24.27-31. Il
Signore Gesù, dopo aver pregato il Padre, chiamò a sé quelli che egli
voleva, e ne costitui dodici perché stessero con lui, e per mandarli a
predicare il Regno di Dio; e questi apostoli li costitui a modo di
collegio o ceto stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo a
loro. Li mandò
prima ai figli d'Israele e poi a tutte le genti affinché, partecipi della
sua potestà, rendessero tutti i popoli discepoli di lui, li
santificassero e governassero, e cosi diffondessero la Chiesa e, sotto la
guida del Signore, ne fossero i ministri e i pastori, tutti i giorni sino
alla fine del mondo. E in questa
missione furono pienamente confermati il giorno di Pentecoste, secondo la
promessa del Signore: Avrete forza
dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a
Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini
della terra.1.( At 1,8 2 ) Gli apostoli, quindi, predicando
dovunque il vangelo, accolto dagli uditori per mozione dello Spirito
Santo, radunano la Chiesa universale, che il Signore ha fondato sugli
apostoli e ha edificato sul beato Pietro, loro capo, con Gesù Cristo
stesso come pietra maestra angolare. 10 La
missione divina, affidata da Cristo agli apostoli, durerà sino alla fine
dei secoli, poiché il vangelo, che essi devono predicare, è per la
Chiesa il principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli
apostoli, in questa società gerarchicamente ordinata, ebbero cura di
costituirsi dei successori. Infatti, non
solo ebbero vari collaboratori nel ministero, ma perché la missione loro
affidata venisse continuata dopo la loro morte, lasciarono quasi in
testamento ai loro immediati cooperatori l'ufficio di completare e consolidare l'opera da essi incominciata: raccomandarono loro cioè,
di attendere a tutto il gregge, nel quale lo Spirito Santo li aveva posti
a pascere la Chiesa di Dio. Perciò
si scelsero di questi uomini e in seguito diedero disposizione che, quando
essi fossero morti, altri uomini esimi subentrassero al loro posto. Fra i
vari ministeri che fin dai primi tempi si esercitano nella Chiesa, secondo
la testimonianza della tradizione tiene il primo posto l'ufficio di quelli
che costituiti nell'episcopato, per successione che decorre ininterrotta
dall'origine, possiedono il tralcio del seme apostolico. Cosi, come
attesta sant'Ireneo, 2 per mezzo di coloro che gli apostoli costituirono
vescovi e dei loro successori fino a noi, la tradizione apostolica in
tutto il mondo è manifestata e custodita. I singoli
vescovi, che sono preposti a Chiese particolari, esercitano il loro
pastorale governo sopra la porzione del popolo di Dio che è stata loro
affidata, non sopra le altre Chiese né sopra la Chiesa universale. Ma in quanto
membri del Collegio episcopale e legittimi successori degli apostoli, per
istituzione e precetto di Cristo sono tenuti ad avere per tutta la Chiesa
una sollecitudine che, sebbene non sia esercitata con atti di
giurisdizione, sommamente contribuisce al bene della Chiesa universale. Tutti i
vescovi, infatti, devono promuovere e difendere l'unità della fede e la
disciplina comune a tutta la Chiesa, istruire i fedeli all'amore di tutto
il Corpo mistico di Cristo, specialmente delle membra povere, sofferenti e
di quelle che sono perseguitate a causa della giustizia; devono infine
promuovere ogni attività comune alla Chiesa, specialmente nel procurare
che la fede cresca e sorga per tutti gli uomini la luce della piena verità. Del resto è
certo che, reggendo bene la propria Chiesa come porzione della Chiesa
universale, contribuiscono essi stessi efficacemente al bene di tutto il
Corpo mistico, che è pure il corpo delle Chiese. 12 Tra i
principali doveri dei vescovi eccelle la predicazione del vangelo. I
vescovi, infatti, sono gli araldi della fede che portano a Cristo nuovi
discepoli, sono dottori autentici, cioè rivestiti della autorità di
Cristo, che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da
applicare nella pratica della vita. Essi illustrano questa fede alla luce
dello Spirito Santo, traendo fuori dal tesoro della rivelazione cose nuove
e vecchie, la fanno fruttificare e vegliano per tenere lontano dal loro
gregge gli errori che lo minacciano. I vescovi,
quando insegnano in comunione col romano Pontefice, devono essere da tutti
ascoltati con venerazione, quali testimoni della divina e cattolica verità.
E i fedeli devono accettare il giudizio del loro vescovo dato a nome di
Cristo in cose di fede e morale, e aderirvi con religioso rispetto. Ma questo
religioso rispetto di volontà e di intelligenza lo si deve
particolarmente prestare al magistero autentico del romano Pontefice,
anche quando non parla "ex cathedra cosi che il suo supremo magistero
sia con riverenza accettato, e con sincerità si aderisca alle sentenze da
lui date, secondo l'intenzione e la volontà che egli ha manifestato. Essa
si palesa specialmente sia dalla natura dei documenti, sia dal frequente
riproporre la stessa dottrina, sia dal tenore della espressione verbale. |
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