Letture della preghiera notturna dei certosini

 

 
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Ciclo A

28 agosto

Sant’Agostino

dottore e pastore

1

Dalle "Confessioni" di sant'Agostino.

Confessiones X, 6. 8-7. 11; 25. 36-27. 38; XIII, 14.15; 35.50-38.53.  PL 32, 782-784. 794-795. 851. 867-868.

      Lo so con indubbia consapevolezza: Signore, io ti amo. Tu hai folgorato il mio cuore con la tua parola, e io ti ho amato. Anche il cielo e la terra e tutte le cose in essi contenute da ogni parte mi dicono di amarti, come lo dicono senza posa a tutti gli uomini, affinché non abbiano scuse. Ma più profonda sarà la tua misericordia verso di chi tu hai avuto compassione e hai fatto grazia: altrimenti cielo e terra ripeterebbero ai sordi le tue lodi.

      Che cosa amo, quando amo te? Non una bellezza corporea o caduca: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie d'ogni specie di canti, non la fragranza dei fiori, dei profumi e degli aromi, non la manna e il miele, né le delizie delle voluttà. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell'amare il mio Dio: la luce, la voce, l'odore, il cibo, l'amplesso dell'uomo interiore che è in me. Lì splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, lì risuona una voce non travolta dal tempo, olezza un profumo non disperso dal vento, lì è colto un sapore non attenuato dalla voracità e si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio.

 

2

      Che è ciò? Interrogai sul mio Dio la terra, e mi rispose: "Non sono io". La medesima confessione fecero tutte le cose che si trovano in essa. Interrogai il mare, i suoi abissi  che brulicano di esseri viventi[1], e mi risposero: "Non siamo noi il tuo Dio, cerca sopra di noi". Interrogai i venti, e tutta l'aria con i suoi abitanti mi rispose: "Erra Anassimene, io non sono Dio". Interrogai il cielo, il sole, la luna, le stelle. "Neppure noi siamo il Dio che cerchi", rispondono. E dissi a tutti gli esseri che circondano le porte del mio corpo: "Parlatemi del mio Dio; se non lo siete, ditemi qualcosa di lui"; ed essi esclamarono a gran voce: Egli ci ha fatti.[2]

      Le mie domande erano la mia contemplazione; le loro risposte, la loro bellezza. Allora mi rivolsi a me stesso. Mi chiesi: "Tu chi sei?"; e risposi: "Un uomo". Dunque, eccomi fatto di un corpo e di un'anima, l'uno esteriore, l'altra interiore. A quali dei due domandare del mio Dio, già cercato col corpo dalla terra fino al cielo, fino a dove potei inviare messaggeri, i raggi dei miei occhi? Più prezioso l'elemento interiore. A lui tutti i messaggeri del corpo riferivano, come a chi governi e giudichi, le risposte del cielo e della terra e di tutte le cose là esistenti, concordi nel dire: "Non siamo noi Dio, è lui che ci fece".

      L'uomo interiore apprese queste cose con l'ausilio dell'esteriore; io, l'interiore, le appresi per mezzo dei sensi del mio corpo. Ho chiesto del mio Dio all'universo e mi rispose: "Non sono io, ma è lui che mi fece".

 

3

      Questa bellezza non appare forse a chiunque è dotato compiutamente di sensi? Perchè non parla a tutti nella stessa maniera? Gli animali piccoli e grandi la vedono, ma sono incapaci di fare domande, poiché in essi non è preposta ai messaggi dei sensi una ragione giudicante. Gli uomini però sono capaci di fare domande, per scorgere le sue perfezioni invisibili e la sua eterna potenza e divinità.[3] Ma il loro amore li asservisce alle cose create, e i servi non possono giudicare. Ora queste cose rispondono soltanto a chi le interroga sapendo giudicare: non mutano la loro voce, ossia la loro bellezza, se uno vede soltanto, mentre l'altro vede e interroga, così da presentarsi all'uno e all'altro sotto aspetti diversi. Ma, pur presentandosi a entrambi sotto il medesimo aspetto, questa bellezza per l'uno è muta, per l'altro parla; o meglio, parla a tutti, ma la capiscono solo coloro che confrontano questa voce ricevuta dall'esterno con la verità dell'interno.

      Mi dice la verità: "Il tuo Dio non è la terra, né il cielo, né alcun altro corpo". Lo afferma la loro natura, lo si vede, perché ogni massa è minore nelle sue parti che nel tutto. Tu stessa, anima mia, sei certo più preziosa del tuo corpo, poiché ne vivifichi la massa, prestandogli quella vita che nessun corpo può fornire a un altro corpo. Ma il tuo Dio è anche per te vita della tua vita.

      Che amo dunque, allorché amo il mio Dio? Chi è colui che sta sopra il vertice della mia anima? Proprio con l'aiuto della mia anima salirò fino a lui.

4

      Dove dimori nella mia memoria, Signore, dove vi dimori? Quale stanza ti sei fabbricato, quale santuario ti sei costruito? Hai concesso alla mia memoria l'onore di abitarvi, ma in quale parte vi dimori? A ciò sto pensando. Cercandoti col ricordo, ho superato le zone della mia memoria che possiedono anche le bestie, poiché non ti trovavo fra le immagini di cose corporee. Passai alle zone ove ho depositato i sentimenti del mio spirito, ma neppure lì ti trovai. Entrai nella sede che il mio spirito stesso possiede nella mia memoria, perché lo spirito si ricorda di sé, ma neppure là tu eri. Come non sei immagine corporea né sentimento di spirito vivo, — cioè gioia, tristezza, desiderio, timore, ricordo, oblio e ogni altro — così non sei neppure lo spirito stesso. Sei infatti il Signore e Dio dello spirito e mentre tutte queste cose mutano, tu rimani immutabile sopra di tutto.

      E ti sei degnato di abitare nella mia memoria dal giorno in cui ti conobbi! Perché cercare in quale luogo vi abiti? Come se colà vi fossero luoghi. Vi abiti certamente, poiché io ti ricordo dal giorno in cui ti conobbi e ti trovo nella memoria ogni volta che mi ricordo di te.

 

5

      Dove ti ho trovato per conoscerti? Sicuramente non eri presente nella mia memoria prima che ti conoscessi. Dove dunque ti ho trovato per conoscerti se non in te al di sopra di me? Ma tale sede non è per nulla un luogo. Ci allontaniamo e ci avviciniamo ad essa, è vero, ma, pur tuttavia non è assolutamente un luogo. Dovunque ti trovi, o Verità, tu sei al di sopra di tutti quelli che ti interrogano e contemporaneamente rispondi a quanti ti interpellano sulle cose più diverse.

      Tu rispondi con chiarezza, ma non tutti ti comprendono con chiarezza. Tutti ti interrogano su ciò che cercano, ma non sempre ascoltano quanto cercano. Si dimostra tuo servo migliore non colui che pretende di sentire da te quello che egli vuole, ma che piuttosto vuole quello che ha udito da te.

      Tardi ti ho amato, o bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me e io stavo fuori e lì ti cercavo. Deforme come ero, mi gettavo su queste cose belle che hai creato. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, che non esisterebbero se non fossero in te. Mi hai chiamato, hai gridato, e hai vinto la mia sordità. Hai mandato bagliori, hai brillato, e hai dissipato la mia cecità. Hai diffuso la tua fragranza, io l'ho respinta, e ora anelo a te. Ti ho assaporato, e ho fame e sete. Mi hai toccato, e aspiro ardentemente alla tua pace.

6

      Io dico. "Mio Dio dove sei?". Ecco dove sei! Respiro in te un poco, quando in me l'anima si effonde in un grido di esultanza e di lode, in celebrazione festosa. Eppure l'anima è ancora triste, poiché ricade e torna abisso, o piuttosto sente di essere ancora abisso. La mia fede, da te accesa nella notte dinanzi ai miei passi, le dice: Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio.[4] Lampada per i tuoi passi è la sua parola.[5] Spera e persevera finché sia passata la notte, madre degli empi, finché sia passata la collera del Signore, collera di cui fummo figli anche noi, un tempo tenebre. Ci trasciniamo dietro i residui di quelle tenebre nel nostro corpo morto per colpa del peccato, nell'attesa che spiri la brezza del giorno e si disperdano le ombre.[6] Spera nel Signore. Fin dal mattino sto in attesa[7] senza cessare di cantare le sue lodi, fin dal mattino starò in attesa per contemplarlo lui, salvezza del mio volto e mio Dio,[8] lui che vita ai nostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in noi,[9] e plana misericordiosamente sui nostri abissi di miseria. Da lui abbiamo ricevuto in questo pellegrinaggio il pegno di essere luce.[10] Ormai nella speranza siamo stati salvati,[11] e siamo figli della luce e figli di Dio, non figli della notte, delle tenebre.[12]

 

7

      Signore Dio, donaci la pace. Ti ci hai dato tutto, domaci la pace della tua quiete, la pace del tuo sabato, del sabato senza sera. Tutto quest'ordine bellissimo di cose molto buone, compiuta la loro funzione dovrà passare: in esse c'è un mattino e c'è una sera.

      Ma il settimo giorno non ha sera né tramonto, perché tu lo hai santificato per essere un giorno eterno. Tu, dopo aver creato senza uscire dal tuo riposo le tue opere meravigliose, nel settimo giorno ti sei riposato, come dice la parola del tuo libro,[13] per preannunciarci che noi pure, dopo le nostre opere, anch'esse per tua grazia molto buone, riposeremo in te, nel sabato della vita eterna.

      E anche tu allora riposerai in noi, come ora in noi operi; il tuo riposo allora sarà nostro, come queste opere nostre sono tue. Tu, o Signore, sempre operi e sempre riposi; non vedi nel tempo, né ti muovi o riposi nel tempo; eppure sei tu che operi ciò che si vede nel tempo, e crei lo stesso tempo e il riposo temporale.

8

      Noi vediamo le tue opere, perché esistono; tu invece, perché le vedi, le fai essere. Noi vediamo esteriormente che esistono, tu le vedi all'interno che sono buone. Tu le vedesti fatte nello stesso istante in cui vedesti che erano da fare.

      Noi invece ci moviamo a compiere il bene in un tempo successivo, dopo che il nostro cuore ha concepito dal tuo Spirito: prima invece ci eravamo dati a operare il male, abbandonando te. Ma tu, o Dio, che sei l'unico buono, non hai cessato di operare il bene. Ci sono alcune opere nostre che sono buone, ma per tuo dono; però non sono eterne; dopo di esse speriamo di trovare riposo nella tua infinita santità. Tu invece sei il bene che non ha bisogno di altro bene,  perciò sei sempre nel tuo riposo.

      Qual uomo potrà far comprendere questo all'uomo? Qual angelo all'angelo? Qual angelo all'uomo? A te si chieda, in te si cerchi, a te si bussi: così, così si riceve, così si trova, così ci sarà aperto.

9

Dal vangelo secondo Matteo.             23, 8-12

      Gesù disse ai suoi discepoli: “Non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo”.

Dai Trattati di sant'Agostino sulla prima lettera di Giovanni.

In Epist. Jo. ad Parthos, III, 13.  PL 35, 2005.

      Ecco un grande mistero sul quale occorre riflettere, fratelli. Il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro. Non crediate di poter apprendere qualcosa da un uomo. Noi possiamo esortare con lo strepito della voce ma se dentro non vi è chi insegna, inutile diviene il nostro strepito.

      Ne volete una prova, fratelli? Ebbene, non è forse vero che tutti avete udito questa mia predica? Quanti saranno quelli che usciranno di qui senza aver nulla appreso? Per quel che mi compete, io ho parlato a tutti; ma coloro dentro i quali non parla l'unzione menzionata da san Giovanni,[14] quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso.

      L'insegnamento esterno è soltanto un monito, un aiuto. Colui che ammaestra i cuori ha la sua cattedra in cielo. Egli perciò dice nel Vangelo Non fatevi chiamaremaestri”, perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo.

      Sia lui dunque a parlare dentro di voi, perché lì non può esservi alcun maestro umano. Se qualcuno può mettersi al tuo fianco, nessuno può stare nel tuo cuore. Nessuno dunque vi stia; Cristo invece rimanga nel tuo cuore; vi resti la sua unzione, perché il tuo cuore non soffra la sete nella solitudine e manchi delle sorgenti necessarie ad irrigarlo.

10

      È interiore il maestro che veramente istruisce; è Cristo, è la sua ispirazione ad istruire. Quando non vi possiede né la sua ispirazione né la sua unzione, le parole esterne fanno soltanto un inutile strepito.

      Le parole che noi facciamo risuonare di fuori, fratelli, sono come l’agricoltore rispetto a un albero. L'agricoltore lavora l'albero dall'esterno: vi porta l'acqua, lo cura con attenzione; ma qualunque sia lo strumento esterno che egli usa, potrà mai dare forma ai frutti dell'albero? È lui che riveste i rami nudi dell'ombra delle foglie? Potrà forse compiere qualcosa di simile nell'interno dell'albero? Chi invece agisce nell'interno? Udite l'apostolo che si paragona a un giardiniere e considerate che cosa siamo, onde possiate ascoltare il maestro interiore: Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora chi pianta, chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere.[15]

      Ecco ciò che vi diciamo: noi quando piantiamo e irrighiamo istruendovi con la nostra parola, non siamo niente; è Dio che procura la crescita, è la sua unzione che di tutto vi istruisce.

11

Dai Discorsi di sant'Agostino.

Sermo XXIII, 1-2.  PL 38, 155-156.

      Siamo chiamati dottori, ma in molte cose noi cerchiammo chi ci possa insegnare né vogliamo essere reputati maestri. Ciò è rischioso ed è anche stato proibito dal Signore quando disse: Non fatevi chiamaremaestri”, perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo. La condizione di maestro è rischiosa, mentre la condizione di discepolo è sicura. Perciò il salmo dice:  Fammi sentire gioia e letizia.[16] Si trova più sicuro l'ascoltatore di colui che parla; perciò chi l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo.[17]

      E poiché l'Apostolo, per la necessità di dispensare la parola di Dio, aveva assunto la figura di dottore, osservate che cosa dice: Io venni in mezzo a voi con molto timore e trepidazione.[18] È più prudente, perciò, sia per noi che parliamo sia per voi che ascoltate, riconoscerci condiscepoli dell'unico Maestro.

 

12

      È certamente più prudente ed è meglio che voi ci ascoltiate non come vostri maestri ma come vostri condiscepoli. Infatti ci ha messo una certa ansietà il passo che dice: Fratelli miei, non vi fate maestri in molti, poiché tutti quanti manchiamo in molte cose.[19] Chi non trema, quando l'Apostolo dice. Tutti? E continua: Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto.[20] Ma chi osa dire di essere perfetto? Chi sta e ascolta, non manca nel parlare. Ma colui che parla, anche se — cosa ben difficile — non mancasse, quanto soffre per il timore di mancare? È necessario pertanto che voi non solamente ascoltiate le parole che vi diciamo, ma anche che partecipiate al timore che abbiamo nel parlarvi. Perciò per quanto vi diciamo di vero — dato che ogni cosa vera viene dalla Verità — lodate non noi, ma lui; dove invece in quanto uomini manchiamo, pregate lui per noi.

 



[1]Cf Gn 1,20

[2]Sal 99,3

[3]Rm 1,20

[4]Sal 41,6

[5]Sal 118,105

[6]Ct 2 17

[7]Sal 5,5

[8]Sal 41,5

[9]Rm 8,11

[10]Cf Ef 5,8

[11]Rm 8,24

[12]1 Ts 5,5

[13]Cf Gn 2,3

[14]Cf 1 Gv 2,27

[15]1 Cor 3,6-7

[16]Sal 50,10

[17]Gv 3,29

[18]1 Cor 2,3

[19]Gc 3,2

[20]Gc 3,2

 

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Ciclo B

 

28 agosto

SANT’AGOSTINO

dottore pastore

1

Dalle Confessioni di sant’Agostino.

Confessiones IX, 23-26.  PL 32, 773-775.

      Era ormai vicino il giorno in cui mia madre sareb­be uscita da questa vita, giorno che tu, Signore, cono­scevi, mentre noi lo ignoravamo. Secondo i tuoi misteriosi ordinamenti accadde che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati al davanzale di una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava; là, presso Ostia Tiberina, lontani dal frastuono della gente, dopo la fatica di un lungo viaggio, ci stavamo preparando ad imbarcarci.

      Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi del passato ci protendevamo verso il futu­ro, cercando di conoscere alla luce della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo.[1] Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto della tua fonte, la fonte della vita che è presso di te, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà tanto alta.

 

2

      Eravamo giunti a questa conclusione: di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nel più vivo splendore, non ne sostiene il confronto, anzi neppure la menzione.

      Elevandoci con più ardente impeto d’amore verso l’Essere stesso, percorremmo su su tutte le cose corpo­ree e il cielo medesimo, onde il sole, la luna e le stelle brillano sulla terra. E ascendendo ancora più in alto nei nostri pensieri, nell’esaltazione e nell’ammi­razione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime; e anch’esse superammo per attingere la regione del­l’abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, principio di tutto ciò che è, fu e sarà; o meglio, l’esse­re stato e l’essere futuro non sono nella Sapienza divina, ma solo l’essere in quanto ella è eterna; e l’essere passato e quello futuro non sono l’eterno.

 

3

      Mentre parlavamo della Sapienza e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente e sospirando, vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito,[2] per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos’è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa?

      Si diceva dunque: “Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell’acqua e dell’aria, tacessero i cieli e l’anima stessa tacesse e si superasse non pensandosi; se taces­sero i sogni e le rivelazioni della fantasia; se ogni lingua e segno e tutto ciò che nasce per sparire tacesse completamente per un uomo — sì, perché, a chi la ascolta, tutte le cose dicono: “Non ci siamo fatte da noi ma ci fece chi permane in eterno”. Se, ciò detto, ammutolissero, per aver levato l’orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, allora po­tremmo udire lui direttamente, da noi amato in queste cose.

4

      Se non udissimo più la parola del Creatore attra­verso lingua di carne o voce d’angelo o fragore di nube, o enigma di parabola, ma lui direttamente udis­simo senza queste cose, accadrebbe come or ora quando, protesi con un pensiero fulmineo, cogliemmo l’eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa.

      E se tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità ben inferiore, scomparissero: se quest’unica visione nel contemplarla ci rapisse e affer­rasse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo il compimen­to della parola evangelica: Prendi parte alla gioia del tuo padrone?[3]

      E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgeremo, ma non tutti saremo mutati?

      Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore tu lo sai, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parla­re, che mia madre mi disse: “Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, perché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui?”.

5

Dai Discorsi di sant’Agostino.

Sermo CIII, 5; CIV, 3. 4.  PL 38, 615. 617-618.

      Buone sono le opere fatte a favore dei poveri, e soprattutto i servigi dovuti e le cure religiose per i fedeli servi di Dio. Sono servizi che si rendono per un dovere, non per un favore, poiché l’Apostolo affer­ma: Se noi abbiamo seminato in voi le cose spirituali, è forse gran cosa se raccoglieremo beni materiali?[4]

      Sono occupazioni buone, vi esortiamo a compierle e con la parola di Dio cerchiamo di farvi crescere nella carità: non siate riluttanti a ospitare i fedeli servi di Dio. Alle volte alcuni, senza sapere chi acco­glievano, ospitarono gli angeli.[5]

      Buone sono queste occupazioni; migliore però quella scelta da Maria. Le prime comportano l’affa­cendarsi per necessità, la seconda apporta la dolcez­za derivante dall’amore. Quando uno vuoI rendere un servizio, desidera far fronte all’impegno, ma alle volte non ci riesce; si va a cercare ciò che manca, si prepara ciò che si ha a portata di mano; ma l’animo è diviso e inquieto.

      Se Marta avesse potuto bastare alla bisogna, non avrebbe chiesto l’aiuto della sorella. Le occupa­zioni sono molte e svariate, poiché sono materiali e temporali: anche se sono buone, sono transitorie.

      Che dice il Signore a Marta? Maria ha scelto la parte migliore.[6] Tu hai scelto la parte che non è cattiva, ma lei ha scelto quella migliore. Ascolta perché è mi­gliore: perché non le sarà tolta. 6 A te sarà portato via un giorno il peso della necessità, mentre eterna è la dolcezza della verità. Non le sarà tolta la parte che si è scelta; non le sarà tolta ma accresciuta. In questa vita le sarà aumentata, le sarà resa perfetta nell’altra vita, ma non le sarà mai tolta.

 

6

      Alla molteplicità è superiore l’unità, poiché non è l’unità che deriva dalla molteplicità, ma la moltepli­cità dall’unità.

      Molte sono le cose create, ma uno solo è il loro Creatore. Il cielo; la terra, il mare e tutte le cose contenute in essi quanto sono numerose! Chi potrebbe contarle? Chi potrebbe immaginarne la moltitudine? Chi le ha fatte? Le ha fatte Dio; ed ecco: tutte le cose sono molto buone. Se sono molto buone le cose ch’egli ha fatto, quanto migliore sarà lui che le ha fatte?

      Esaminiamo le nostre occupazioni relative a molte faccende. È necessario il servizio per coloro che intendono ristorare il corpo. E perché? Perché si ha fame e sete.

      È necessario fare opere di misericordia per i miseri. Si spezza il pane all’affamato perché si è incontrato uno che ha fame; se puoi, elimina la fame:     per chi spezzerai il pane? Se si elimina il soggiorno in un paese straniero, a chi si offre ospitalità? Se si sopprime la nudità, a chi si procura un vesti­to? Se non ci fosse la malattia, chi si andrebbe a visitare? Supponiamo che non ci sia la prigionia, chi potreb­be essere riscattato? Se non ci fossero litigi, chi potremmo mettere d’accordo? Qualora non ci fosse la morte, chi potremmo seppellire? Nella vita futura questi mali non ci saranno e per conseguenza neppure queste occupazioni.

7

      Faceva bene Marta ad occuparsi della — non so come chiamarla — necessità o volontà oppure volontà della necessità, che aveva il corpo mortale del Signore. Marta rendeva un servizio a una carne mortale. Ma chi era nella carne mortale? In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio:[7] ecco chi era colui che Maria ascoltava. Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi: [8]ecco chi era colui che Marta serviva.

      Maria ha scelto la parte migliore che non le verrà tolta. Ha scelto, infatti, ciò che durerà in eterno; ecco perché non le verrà tolta. Ha voluto occuparsi di una sola cosa: già posse­deva il suo bene: Il mio bene è stare vicino a Dio.[9] Stava seduta ai piedi del nostro capo; quanto più in basso sedeva, tanto più riceveva, poiché l’acqua affluisce verso il fondo delle valli, ma scorre via dalle alture dei colli.

      Il Signore non biasimò l’azione, ma distinse le due occupazioni. Dice Gesù a Marta: Tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno.[10] È questa la cosa che Maria si è scelta.

      Passa la fatica della molteplicità, ma rimane la carità dell’unità. Ciò che dunque ha scelto Maria non le sarà tolto. A te, al contrario, ciò che hai scelto — questa è la conclusione che naturalmente ne consegue ed è certo sottintesa — ciò che hai scelto ti sarà tolto ma per il tuo bene, perché ti sia dato ciò ch’è meglio. A te, infatti, verrà tolta la tribolazione per darti il riposo. Tu sei ancora in viaggio sul mare, Maria è già nel porto.

8

      In quella casa che aveva accolto il Signore, rima­sero dunque due vite rappresentate da due donne, entrambe innocenti, entrambe lodevoli, ma una vissuta nei travagli e l’altra nella quiete. Ma nessuna delle due è turbolenta, tale da dover essere evitata da quella laboriosa; nessuna delle due oziosa, tale da dover essere evitata dalla vita dedita alla quiete.

      Vi erano dunque in quella casa queste due vite e c’era la sorgente della vita in persona Marta è la prefigurazione delle realtà presenti, Maria quella delle future. Noi siamo adesso nell’attività svolta da Marta, mentre speriamo quella in cui era occupata Maria. Facciamo bene la prima per avere pienamente la seconda.

      Che cosa abbiamo adesso dei beni futuri? in realtà ne abbiamo un anticipo in qualche modo. Lonta­ni dalle faccende, lasciate da parte le preoccupazioni familiari, voi vi siete riuniti qui, state attenti ed ascoltate; in quanto fate ciò, siete simili a Maria.

      E voi fate più facilmente ciò che faceva Maria che non io quel che faceva Cristo. Se tuttavia io vi dico qualche parola di Cristo, essa nutre il vostro spirito perché è di Cristo. È il pane comune di cui vivo anch’io se pure ne vivo. Ora ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore,[11] non in noi, ma nel Signo­re. Poiché né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere.[12]

9

Dal vangelo secondo Matteo.  23,8-12

Gesù disse ai suoi discepoli: “Non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il Vostro Maestro, il Cristo”.

Dalla Lettera a Fiorentina di sant’Agostino.

Epistola CCLXVI, 1-4.  PL 33, 1089-1091.

      Desidero che tu esponga da te gli eventuali quesiti che credi opportuno pormi. O io so quel che tu mi domandi, e allora te lo dirò di buon grado; oppure non lo so, e in caso si tratti di cose che si possono ignorare senza scapito della fede e della salvezza, cercherò di rassicurare anche te, adducendone il motivo. Se invece si tratta di cose che io non so ma sono necessarie, con la preghiera otterrà dal Signore la capacità di aiutarti - poiché spesso il dovere di dare è merito per ottenere. Oppure ti risponderò per farti sapere a chi dobbiamo ambedue rivolgerci, per conoscere quanto entrambi ignoriamo.

      Ho voluto fare questa premessa perché tu non nutra la speranza d’avere da me una risposta a tutti i tuoi quesiti; poi, perché, qualora la tua attesa resti delusa, tu non creda ch’io abbia agito con più audacia che prudenza nel darti la possibilità di pormi qualsiasi quesito tu vorrai.

Questa proposta l’ho fatta in realtà non come un maestro perfetto, ma come uno che ha bisogno di perfezionarsi con quelli che deve istruire.

      Anche nelle cose che io conosco più o meno, desidero piuttosto che le sappia anche tu, anziché lasciarti nella condizione d’aver bisogno della mia scienza.

10

      Non dobbiamo desiderare che gli altri siano igno­ranti per insegnare loro ciò che sappiamo noi; sarebbe invece assai meglio che fossimo tutti ammaestrati da Dio. Questo avverrà certamente nella patria cele­ste, allorché in noi si compirà quanto è stato promes­so, sicché nessuno avrà più ragione di ripetere al suo prossimo: Conosci il Signore, poiché, come sta scritto, lo conosceranno tutti, dal più piccolo al più grande.[13]

      Colui che insegna deve inoltre evitare con ogni cura il vizio della superbia, vizio che non si trova in chi impara. Ecco perché la Scrittura ci ammonisce dicendo: Sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parla­re.[14] Il Salmista inoltre esclama: Fammi sentire gioia e letizia, soggiungendo subito dopo; Esulteranno le ossa che hai spezzato.[15] Egli aveva compreso ch’è assai facile conservare l’umiltà nell’ascoltare, mentre essa è difficile nell’in­segnare, poiché è necessario che il maestro occupi un posto più alto, là dove è arduo non si insinui la superbia.

11

      Vedi ora quali rischi corriamo noi, dai quali si attende non solo la scienza ma anche l’insegnamento delle verità che riguardano Dio: eppure siamo solo poveri esseri umani. Per queste fatiche e pericoli cui andiamo incontro, riceviamo peraltro una ricom­pensa speciale; appunto quando voi fate tali progressi da giungere là dove non avrete più bisogno di nessun uomo per maestro.

      A correre però un simile pericolo non siamo soltanto noi - a confronto di colui del quale sto per parlare che cosa siamo noi? Dichiara infatti d’avere corso tale pericolo anche il Dottore delle nazioni, quando afferma: Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne.[16]

      Per questo motivo, lo stesso nostro Signore, mirabile medico del tumore della superbia, dice: Non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo  èil vostro Maestro, il Cristo. Si ricordò di questa verità colui che, quanto era più grande tra i nati di donna,[17] tanto più si umiliava fra tutti, affermando di essere indegno di portare i calzari a Cristo.[18]

12

      Sappi che della tua fede, speranza e carità io provo una gioia tanto più sicura, piena e schietta, quanto meno tu avrai bisogno di imparare non solo da me ma da chiunque altro. Tuttavia, quando mi trovavo costi e tu ti vergognavi a causa della tua età, i tuoi premurosi genitori, assai condiscendenti nell’assecondare i tuoi buoni desideri, si degnarono di farmi sapere quanto grande fosse l’ardore di cui eri infiammata per la pietà e la vera sapienza; con molta gentilezza essi mi chiesero di non rifiutarti il mio modesto aiuto nell’istruirti in ciò che fosse necessario.

      Ecco perché assecondando quelle preghiere ho ritenuto opportuno incoraggiarti con la presente a rivolgermi i quesiti che desideri; così non farò un lavoro inutile sforzandomi a insegnarti verità che già sai. A un patto, tuttavia: che tu ritenga con la massima sicurezza che, pur potendo imparare da me qualcosa d’utile alla salvezza, ti sarà maestro solo colui che è il maestro interiore dell’uomo interio­re. E’ lui che nella tua mente ti mostra vero ciò che viene insegnato, poiché né chi pianta, né chi irriga e qualche cosa, ma Dio che fa crescere.[19]

 


[1] 1 Cor 2, 9

[2] Rm 8, 23

[3] Mt 25, 21

[4] 1 Cor 9, 11

[5] Cf Eb 13, 2

[6] Lc 10, 42

[7] Gv 1, 1

[8] Gv 1, 14

[9] Sal 72, 28  Volgata

[10] Lc 10, 41

[11] 1 Ts 3, 8

[12] 1 Cor 3, 7

[13] Cf Ger 31, 34

[14] Gc 1, 19

[15] Sal 50, 10

[16] 2 Cor 12, 7

[17] Cf Mt 11, 11

[18] Cf Mt 3, 11

[19] 1 Cor 3, 7

 

Letture della preghiera notturna dei certosini
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  Ciclo C

 

28 agosto

 

SANT'AGOSTINO dottore pastore

 

Dal Discorsi di sant'Agostino.

 

Sermo 120,1-3. PL 38,676-678.

 

San Giovanni inizia il suo vangelo con queste parole: In principio era il Verbo (Gv 1,1).

 L'evangelista stesso lo vide, elevandosi sopra ogni creatura, oltre i monti, l'aria, i cieli, gli astri, i troni, le dominazioni, i principati, le potestà, gli angeli e gli arcangeli; trascendendo tutto, vide il Verbo che era in principio e da lui bevve.

Giovanni contemplò il Verbo superiore a tutto, attinse dal petto stesso del Signore quello che di lui ci ha raccontato.

Fra tutti i discepoli, l'evangelista era il prediletto di Gesù, al punto che poteva reclinarsi sul petto del Signore. Là si celava il mistero che cosi egli attinse per rivelarlo di getto nel vangelo.

Felici coloro che ascoltano e comprendono. Beati quelli che se non capiscono, però credono. Che cosa di più grande del vedere il Verbo di Dio? Quali parole umane potrebbero esprimerlo?

 

 

 

2

 

Innalzate i cuori, fratelli miei, levateli in alto quanto potete e respingete ogni immagine corporea che si affacci alla vostra mente.

Se ti rappresenterai il Verbo di Dio come una luce simile a quella del sole, per quanto tu la dilati e la espandi fino a non assegnarle alcun limite, sarà un nulla rispetto al Verbo di Dio.