Letture della preghiera notturna dei certosini

 

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Ciclo A

24 agosto

San Bartolomeo

apostolo

1

Dai Discorsi di Giovanni Giusto Lanspergio.

In festo s. Matthæi Apostoli et evangelistæ. Opera omnia, Monsterolii, 1889, t.II, 550-551.553-554.

      Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo.[1] Con queste parole per due volte nella medesima lettera, l'apostolo Paolo esorta i Corinzi ad imitarlo e non teme affatto di essere tacciato di arroganza nel proporsi agli altri come modello di vita evangelica. È pienamente consapevole che la grazia divina lo ha arricchito di tanti e splendidi doni, per cui i Corinzi dovrebbero giustamente imitarlo. Anche un'altra volta con audacia scrive di sé e degli altri Apostoli: Noi che possediamo le primizie dello Spirito,[2] cioè i principali carismi spirituali.

      Il Signore Gesù volle infatti costituire gli Apostoli come guide e maestri di tutti i credenti o, per dirla con il profeta, capi di tutta la terra.[3] Perciò era opportuno che essi fossero investiti di più abbondanti doni dello Spirito Santo, dotati di privilegi più eccellenti, e ricevessero ogni genere di perfezione, grazia e virtù per una speciale partecipazione alle proprietà divine.

      In breve, bisognava che fossero colmati di una così grande pienezza dei doni divini da poterli diffondere e comunicare al mondo intero.

2

      Gli Apostoli sono quei dodici frutti primari e particolari che l'Albero della vita ha prodotto come cibo e guida di tutta la sua famiglia. Le loro salutari istituzioni e la vivificante dottrina nutrono e consolidano tutto il Corpo della Chiesa. Non di solo pane vivrà luomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio[4] attraverso i canali trasparenti dei santi Apostoli.

      Questi frutti sono gioia stupenda per lo Sposo della Chiesa, il Cristo Gesù; anche il Padre onnipotente ne gode perché li vede come la propaggine del Figlio suo diletto. Da questi dodici frutti provengono tutti gli altri come se fossero le fondamenta di ogni costruzione. E come questi dodici pilastri affondano le basi su quell'unico e primo fondamento che è Gesù Cristo, così tutti i frutti, cioè tutti gli eletti, traggono origine dall'unico Albero della vita, che è il nostro Signore Gesù Cristo.

   3

      Ognuno degli Apostoli ha il diritto di ripetere per suo conto quello che diceva Paolo ai Corinzi: Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo.[5] Ci sono soprattutto tre punti su cui imitare i beati Apostoli: la completa rottura con il mondo, l'abnegazione radicale e un amore di fuoco per Dio e i fratelli.

      Quando infatti il Signore li chiamava, essi lo seguivano lasciando tutto senza indugio: si sentivano attratti da lui come da vincoli che non riuscivano a spezzare. Incuranti del domani, non li sconcertava il fatto che seguendo chi era tanto povero avrebbero dovuto sopportare con lui i disagi della povertà. Non si ripromettevano una vita lunga e felice come forse sarebbe stato se fossero rimasti a godere delle possibilità inerenti all'esistenza comune. Invece rifiutano tutti i beni di questa terra come pesi e lacci di morte, felici di seguire, poveri, Cristo povero.

4

      Stupisce davvero che gli Apostoli siano stati così facilmente attratti a seguire uno sconosciuto. Essi non dubitarono che fosse davvero il Figlio di Dio, pur scorgendo in lui molti tratti indegni della grandezza divina: lo vedevano sottoposto alle comuni miserie dei mortali, alle nostre disgrazie, anzi dappertutto, giorno dopo giorno, rilevavano che era irriso, disprezzato e trattato male.

      Ma la potenza divina in segreto operava nei loro cuori. Ricevendo la forza per seguire intrepidi Cristo, potevano riconoscere il Dio nascosto nell'uomo. Come avrebbero potuto sospettare che il Signore li ingannava? In Gesù notano soltanto la più schietta semplicità, la verità, la giustizia, la modestia e la rettitudine. In realtà, la semplicità di Cristo era così trasparente che non poteva camuffarsi, la verità non sapeva ingannare né la giustizia ammettere la malvagità; la modestia di Cristo non conosceva nessuna sconvenienza e la sua somma rettitudine nessuna perversità

      E così gli Apostoli, all'invito di Cristo,  subito, con tutto il cuore, rompono col mondo, perché la grazia estingue in loro ogni affetto per esso e apre i loro occhi interiori perché scorgano la vanità di quello che il mondo ammira.

5

      Fratelli, abbiamo il dovere di camminare sulle tracce dei nostri santissimi Padri che ci indicano la via: distogliere il cuore dal mondo e dalla sue vanità. Se uno ama il mondo ci dice san Giovanni — lamore del Padre non è in lui.[6] Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura.[7] Giobbe ci presenta l'uomo, nato di donna, breve di giorni,[8] perché si rammenti che è esule e viandante su questa terra. Molte miserie infatti lo opprimono, perché le sofferenze lo rendano persuaso di questa verità, in modo che egli non alieni se stesso gettandosi stoltamente in braccio ai beni di quaggiù. Può usarne, ma non trovarvi il proprio fine, perché il Signore Dio li volle di nostro aiuto non di impedimento e con essi fossimo in grado di protenderci più in fretta verso di lui, anziché esserne allontanati. Usiamo i mezzi di trasporto ai fini di percorrere la strada più velocemente, non per gustare qualche ebbrezza. Allo stesso  modo, le comodità e i beni della vita sono legittimi nella misura in cui ci conducono più rapidamente a Dio.

6

      Per cara che ci sia, qualunque realtà che ci distrae o ci separa dal Signore deve essere respinta, perché nulla sia anteposto all'amore di Cristo. Egli ha consegnato se stesso alla morte per noi, perché a nostra volta fossimo pronti ad abbandonare per lui quello che più ci sta a cuore.

      Cristo ci ha insegnato il cammino soprattutto quando fu crocifisso. Se con viva attenzione sapremo contemplarlo appeso a quel legno, non sarà difficile contrarre disprezzo, avversione e orrore per le realtà mondane. La lezione che ci viene dalla nudità di Cristo in croce, dai suoi indicibili tormenti fino alla morte più atroce, è questa: non desiderare nulla delle cose della terra per essere crocifissi al mondo come il mondo a noi. Significa essere definitivamente morti a tutto quello che la terra possiede e offre ai suoi stolti amici.

7

      Gli Apostoli propongono alla nostra imitazione anche l'intero rinnegamento di sé. Fino a qual punto essi ne siano stati capaci lo impariamo leggendo nel libro degli Atti che se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù.[9] Non è possibile gloriarsi santamente di soffrire ingiurie e vessazioni finché non sia stata estinta ogni forma di amor proprio. Ma estirpare dalle radici l'amore di sé equivale a una abnegazione incondizionata. Dove però l'egoismo non ha più nessuna presa, risplende perfetto l'amore per Dio. Quale traccia di questo funesto amore poteva essere rimasta negli Apostoli per i quali vivere era Cristo e il morire un guadagno? La loro vita si era condensata nella pazienza e nel desiderio di lasciare la terra.

 

8

Infine, dobbiamo imitare gli Apostoli nell'amore verso Dio e i fratelli. Essi l'hanno raggiunto in pieno quando lo Spirito Santo è disceso su di loro e li ha resi incandescenti investendoli con la fiamma della sua indicibile carità, per cui ogni loro pensiero e desiderio si concentrava nell'onore di Dio e nella salvezza degli uomini. Ecco gli Apostoli percorrere il mondo intero con intrepido coraggio per diffondere sempre più lontano la fede e il nome di Dio, conquistando i cuori al Vangelo. Dovunque essi annunziarono il vero Dio e smascherarono la superstizione di idoli vani. Quasi tutti perirono di morte violenta, dopo averla accolta con gran desiderio per amore di Dio.

      È molto difficile cogliere fino a che punto essi lavorarono su di sé per conformarsi a Cristo crocifisso. L'amore per il Padre li spinse a digiunare, a pregare, a vegliare, mentre faticarono di giorno e di notte, consumandosi anima e corpo in lavori e travagli di ogni genere, oltre che a dedicarsi a innumerevoli altre opere di amore concreto.

9

Dal vangelo secondo Matteo.           19, 27-29

      Pietro disse à Gesù: “Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?”.

Dai "Capitoli gnostici" di Diadoco di Fòtica.

Cent chapitres gnostiques, 65-67. SC 5ter, 125ss.

      È molto conveniente e in tutto utile che appena abbiamo conosciuto la via dell'amore, vendiamo subito tutti i nostri beni e ne distribuiamo il ricavato, secondo il precetto del Signore.[10] Badiamo di non disobbedire a quel consiglio di salvezza con la scusa di voler osservare punto per punto i comandamenti. Quell'atto ci varrà prima di tutto la bella libertà da affanni e, di conseguenza, la povertà al riparo da ogni insidia: quella povertà cioè che si solleva al di sopra di ogni ingiustizia e di ogni contesa, per il fatto che non abbiamo più il ceppo che attizza il fuoco della cupidigia.

       Ci riscalderà allora, più delle altre virtù, l'umiltà che ci farà riposare — quasi fossimo realmente nudi — sul proprio seno, come una madre riscalda il suo piccino stringendoselo fra le braccia, quando nella sua semplicità infantile egli ha gettato chissà dove gli indumenti che si è tolto di dosso: eccolo più felice nella sua grande innocenza di stare in assoluta nudità che in un bel vestito colorato. Sta scritto infatti: Il Signore protegge gli umili: ero misero ed egli mi ha salvato.[11]

10

      Il Signore ci chiederà conto dell'elemosina in proporzione di quel che possediamo, non secondo quel che non possediamo. È bene dunque, rigettare in retto spirito di servizio l'assurda presunzione che deriva dalla ricchezza detestando le proprie voglie, che è poi odiare la propria anima; così non avendo più la soddisfazione di distribuire i nostri averi, disprezzeremo la nostra anima come quella di chi non opera alcun bene.

      Finché prosperiamo per le ricchezze, proviamo una grande gioia nel distribuirle — se veramente il bene esercita su di noi qualche attrattiva — felici al pensiero di obbedire al precetto divino. Ma dopo che abbiamo esaurito ogni nostro avere, subentra in noi una vaga tristezza e depressione all'idea di non far nulla degno di giustizia.

11

      Allora l'anima in grande umiliazione ritorna a se stessa per cercare di ottenere dalla perseveranza nella preghiera, dalla pazienza e dall’umiltà quanto non può acquistare giorno per giorno con l'elemosina. Sta scritto infatti: Lafflitto e il povero lodino il tuo nome, o Signore.[12]

      Dio infatti non appresta a nessuno il carisma della contemplazione, se egli non se lo appresta da sé, fino a spogliarsi di ogni suo avere per la gloria del Vangelo di Dio, allo scopo di annunziare in povertà cara a Dio la ricchezza del regno divino. Questo significa chiaramente l'espressione del Salmista che dice: Nel tuo amore, o Dio, hai preparato i beni per il povero, e aggiunge: Il Signore darà la parola a quelli che con grande forza annunziano il vangelo.[13]

12

      Tutti i doni del nostro Dio sono eccellenti e procurano ogni bene; nessuno, però, infiamma e muove tanto il nostro cuore ad amare la sua bontà, quanto la familiarità con la parola di Dio. Come primo germoglio della grazia divina, questa conoscenza concede all'anima i doni che sono primi in assoluto. Da principio infatti essa ci dispone a disprezzare con gioia ogni attaccamento alla vita, al pensiero che abbiamo la ricchezza indicibile della Parola di Dio al posto di desideri caduchi. Poi con il fuoco trasformante illumina il nostro intelletto, per cui lo accomuna agli spiriti che servono il Signore.

      Dunque, carissimi, noi che siamo stati preparati a ciò, desideriamo sinceramente questa splendida virtù della contemplazione che ci rende liberi da ogni affanno; nel fulgore di una luce ineffabile essa nutre lo spirito delle parole di Dio, una volta che — per dirla in breve — ha collegato la parola di Dio con la parola dell'anima per mezzo dei santi profeti. Questa divina iniziatrice vuole armonizzare anche tra gli uomini — cosa meravigliosa — le voci che cantano le opere potenti del Signore.[14]

     


[1]1 Cor 11,1

[2]Rn 8,10

[3]Sal 44,17

[4]Mt 4,4

[5]1 Cor 11,1

[6]1 Gv 2,13

[7]Eb 13,14

[8]Gb 14,1

[9]At 5,41

[10]Cf Mt 19,21 e par.

[11]Sal 114,6

[12]Sal 73,21

[13]Sal 67,11-12 Volgata

[14]Cf Sal 20,14

 

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Ciclo B

 

24 agosto

SAN BARTOLOMEO

apostolo

1

Dall’Esortazione apostolica di papa Paolo VI “L’evange­lizzazione nel mondo contemporaneo”.

Evangelii Nuntiandi, 12-15. 27-28. 69. 75. AAS LXVIII (1976), 12-65.

 

      Il Gesù che dichiarava: Bisogna che io annunzi il regno di Dio[1] è lo stesso Gesù, di cui Giovanni Evan­gelista diceva che era venuto e doveva morire per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.[2] Cosi egli compie la rivelazione; la completa e la conferma con ogni manifestazione che fa di sé medesimo, me­diante le parole e le opere, i segni e i miracoli, e più particolarmente mediante la sua morte, la sua risurrezione e l’invio dello Spirito di verità.

      Coloro che accolgono con sincerità la buona novella, proprio in virtù di questo accoglimento e della fede partecipata, si riuniscono nel nome di Gesù per cercare insieme il Regno, costruirlo, viverlo. L’ordine dato agli Apostoli: “Andate e predicate il vangelo” vale anche, sebbene in modo differente, per tutti i cristiani.

2

             Proprio per questo Pietro chiama i cristiani popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui,[3] quelle medesime meraviglie che o­gnuno ha potuto ascoltare nella propria lingua.

      Del resto, la buona novella del Regno, che viene e che è iniziato, è per tutti gli uomini di tutti i tempi. Quelli che l’hanno ricevuta e quelli che essa raccoglie nella comunità della salvezza, possono e devono comu­nicarla e diffonderla.

      La Chiesa lo sa. Essa ha una viva consapevolezza che la parola del Salvatore: Bisogna che io annunzi il regno di Dio,1 si applica in tutta verità a lei stessa. E volentieri aggiunge con san Paolo: Non è per me un van­to predicare il vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il vangelo![4]

 

3

      La Chiesa nasce dall’azione evangelizzatrice di Gesù e dei Dodici. Ne è il frutto normale, voluto, più immediato e più visibile. Andate dunque e ammae­strate tutte le nazioni.[5] Allora quelli che accolsero la sua parola furono battezzati e si unirono a loro circa tremila persone. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.[6]

      Nata, di conseguenza, dalla missione, la Chiesa è, a sua volta, inviata da Gesù. La Chiesa resta nel mondo, mentre il Signore della gloria ritorna al Padre. Essa resta come un segno insieme opaco e luminoso di una nuova presenza di Gesù, della sua dipartita e della sua permanenza. Essa lo prolunga e lo continua.

      Ed è appunto la sua missione e la sua condizione di evangelizzatore che anzitutto è chiamata a continuare.

4

      La comunità dei cristiani non è mai chiusa in se stessa. In lei la vita intima,  la vita di preghiera, l’ascolto della parola e dell’insegnamento degli Apostoli, la carità fraterna vissuta, il pane spezzato - non acquista tutto il suo significato se non quando essa diventa testimonianza, provoca lo stupore ammirato e la conversione, si fa predicazione e annuncio della buona novella. Così tutta la Chiesa riceve la missione di evangelizzare, e l’opera di ciascuno è importante per il tutto.

      Evangelizzatrice, la Chiesa comincia con l’evan­gelizzare se stessa. Comunità di credenti, comunità di speranza vissuta e partecipata, comunità d’amore fraterno, essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore.

      Popolo di Dio immerso nel mondo, e spesso tentato dagli idoli, essa ha sempre bisogno di sentir proclamare le grandi opere di Dio, che l’hanno convertita al Signore, e d’essere nuovamente convocata e riunita da lui.

      Ciò vuol dire, in una parola, che la Chiesa ha sempre bisogno d’essere evangelizzata, se vuol conser­vare freschezza, slancio e forza per annunciare il vangelo.

5

      L’evangelizzazione conterrà sempre anche — come base, centro e insieme vertice del suo dinamismo — una chiara proclamazione che, in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, morto e risuscitato, la salvezza è offerta ad ogni uomo, come dono di grazia e misericordia di Dio stesso. E non già una salvezza immanen­te, a misura dei bisogni materiali o anche spirituali che si esauriscono nel quadro dell’esistenza temporale e si identificano totalmente con i desideri, le speranze, le occupazioni, le lotte temporali; ma è altresì una salvezza che oltrepassa tutti questi limiti per attuarsi in una comunione con l’unico Assoluto, quello di Dio: salvezza trascendente, escatologica, che ha certamente il suo inizio in questa vita, ma che si compie nell’eternità.

      L’evangelizzazione, di conseguenza, non può non contenere l’annuncio profetico di un al di là, in continuità e insieme in discontinuità con la situazione presente: un al di là del tempo e della storia> un al di là della realtà di questo mondo la cui figura passa, e delle cose di questo mondo, del quale un giorno si manifesterà una dimensione nascosta; al di là dell’uomo stesso, il cui vero destino non si esaurisce nel suo aspetto temporale, ma sarà rivelato nella vita futura.

 

6

      L’evangelizzazione contiene anche la predicazione della speranza nelle promesse fatte da Dio nella nuova Alleanza in Gesù Cristo; la predicazione dell’amore dì Dio verso di noi e del nostro amore verso Dio; la predicazione dell’amore fraterno per tutti gli uomini - capacità di dono e di perdono, di abnegazione, di aiuto ai fratelli - che, derivando dall’amore di Dio, è il nucleo del Vangelo; la predicazione del mistero del male e della ricerca attiva del bene.

      Predicazione altresì — e questa è sempre urgente — della ricerca di Dio stesso attraverso la preghiera soprattutto adorante e riconoscente, ma anche attra­verso la comunione con quel segno visibile dell’incontro con Dio che è la Chiesa di Gesù Cristo. E questa comunione si esprime a sua volta mediante il compiersi di quegli altri segni di Cristo, vivente e operante nella Chiesa, quali sono i sacramenti.

7

      I religiosi, a loro volta, trovano nella vita consacrata un mezzo privilegiato per una evangelizzazione efficace. Con la stessa intima natura del loro essere si collocano nel dinamismo della Chiesa, assetata dell’Assoluto di Dio, chiamata alla santità.

      Di questa santità essi sono testimoni. Incarnano la Chiesa in quando desiderosa di abbandonarsi al radicalismo delle beatitudini. Con la loro vita sono il segno della totale disponibilità verso Dio, verso la Chiesa, verso i fratelli.

      In questo essi rivestono un’importanza speciale nel contesto di una testimonianza che è primordiale nell’evangelizzazione.

      Questa silenziosa testimonianza di povertà e di distacco, di purezza e di trasparenza, di abbandono nell’obbedienza non è soltanto una provocazione al mondo e alla Chiesa stessa; può diventare una predi­cazione eloquente, capace di impressionare anche i non cristiani di buona volontà, sensibili a certi valori.

      In questa prospettiva si intuisce il ruolo svolto nell’evangelizzazione da religiosi e religiose consacrati alla preghiera, al silenzio, alla penitenza, al sacrificio.

8

      L’evangelizzazione non sarà mai possibile senza l’azione dello Spirito Santo. Di fatto soltanto dopo la discesa dello Spirito Santo, nel giorno della Pentecoste, gli Apostoli partono verso tutte le direzioni del mondo per cominciare la grande opera di evangelizzazione della Chiesa, e Pietro spiega l’evento come realizzazione della profezia di Gioele: Effonderò il mio spirito.[7] Pietro è ricolmato di Spirito Santo per parlare al popolo su Gesù, Figlio di Dio.[8] Paolo, a sua volta, è riempito di Spirito[9] prima di dedicarsi al suo ministero apostolico; pure lo è Stefano, quando è scelto per esercitare la diaconia, e più tardi per la testimonianza del martirio.[10]

      Lo stesso Spirito che fa parlare Pietro, Paolo o gli altri Apostoli, ispirando loro le parole da dire, discende anche sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso.[11]

      Colma del conforto dello Spirito Santo, la Chiesa cresce.[12] Lo Spirito è l’anima di questa Chiesa. È lui che spiega ai fedeli il significato profondo dell’insegnamento di Gesù e del suo mistero.

9

Dal vangelo secondo Matteo. 19,27-29

      Pietro disse a Gesù: “Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?”.

Dalle Declamazioni dell’abate Goffredo d’Auxerre.

Declamationes 2. 29. 35. 36. 38. 57. 58. 68. 70.  PL 184, 438. 454. 456. 458. 467. 473-474.

      Pietro disse a Gesù: Ecco, noi abbiamo lasciato tutto.

      Bene, benissimo, tu non hai commesso una stoltezza. Passa la scena di questo mondo con il corteo dei suoi desideri. È meglio privarsi di tutto piuttosto che esserne privati.

      Pietro specifica di aver lasciato tutto per seguire Gesù. Poiché il Signore si slancia come prode che percorre la via, non avresti potuto seguirlo se tu fossi stato carico di bagagli.

      Peraltro non è cosa inutile abbandonare tutto per colui che sta sopra tutto e che ci donerà insieme con lui ogni altra cosa. Il Signore sarà tutto in tutti coloro che tutto hanno lasciato per lui. Ci conquisterà! Non a caso dico “tutto”: non soltanto i beni, ma anche e soprattutto i desideri. Struggersi di voglia per ciò che è del mondo è peggio che possederlo di fatto. E il motivo per cui dobbiamo fuggire la ricchezza sta nel fatto che è difficilissimo, se non impossibile, possederla senza adorarla. Le nostre sostanze, sia interiori sia esteriori, assomigliano alla melma, sono pari alla colla: basta che il cuore umano le sfiori, che vi rimane impegolato.

      È nota la domanda ricorrente in questo punto:

      Come mai Pietro che — si sa — possedeva proprio pochino, può vantarsi, così spavaldo, di aver abbando­nato tutto? San Gregorio Magno dà la risposta: “Molto abbandonò chi rinunciò a voler possedere”. E poi: “Chi ha seguito il Signore ha lasciato tutti i beni che può bramare chi non lo segue”.[13] Risposta azzeccata!

10

      In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria... E l’Apostolo fa eco: Aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso.[14] Riposa in questa speranza, povera carne! Colui che venne per la tua anima, verrà anche per te. Colui che l’ha trasformata, non ti scorderà indefinitamente. Prima però, occorre che la tua anima sia rigenerata; il Padre, che l’ha conosciuta e predesti­nata, vuole che divenga conforme al Figlio suo, cioè mite e umile di cuore. Poi, sempre grazie a lui — non lo dimenticare — anche tu, povero corpo, sarai rigenerato ad immagine del suo corpo glorioso.

      Quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni. Beata rigenerazione! Quando rinascerò per poter finalmente mettermi a sedere, pover’uomo che sono, nato per lavorare? Se mai potessi starmene tutto quanto seduto io in cui nulla è mai seduto, nulla è mai quieto, nulla è mai tranquillo e in riposo, nulla mai si ferma.

      Siederete anche voi, dice invece il Signore.

11

      È assai sorprendente. Di colui che è la verità siamo più inclini a credere alle grandi promesse che a quelle di poco conto. Può aver difficoltà a dare il centuplo in questa vita colui che darà la vita eterna nel secolo futuro? Non potrà forse versarci il centuplo chi ci donerà quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo?[15]

      Mi dirai: Come è possibile? In che modo riceve il centuplo chi non ha trattenuto nulla per sé di quanto       possedeva? La spiegazione la dà il noto versetto evangelico: Prendete il mio giogo sopra di voi e troverete ristoro.[16] Novità stupenda, novità di colui che fa nuove tutte le cose.

      Ti carichi del giogo e trovi riposo. Lasci tutto e hai il centuplo. L’aveva già sperimentato quell’uomo secondo il cuore di Dio che gli diceva in un salmo: Può essere tuo alleato un tribunale iniquo quando ai tuoi comanda menti tu dài solo un’apparenza di rigore?[17]

      Peso leggero, giogo soave, morbida croce sono precetti faticosi unicamente all’apparenza.

      Riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna .Il centuplo per via, la vita eterna in patria. O meglio, il centuplo è la via, la vita definitiva è la patria. Quello serve a confortare per la fatica che incombe, questa è il compimento della felicità futura.

12

      Tutto concorre al mio bene, quindi tutto è in mio possesso. Ricevere il centuplo non è forse essere pieni di Spirito Santo, avere Cristo in cuore?

      Ma il rapporto non regge. La venuta dello Spirito Consolatore e la presenza di Cristo sono tanto più preziosi di beni centuplicati.

      Quanto grande è la tua bontà, Signore. La riservi per coloro che ti temono, ne ricolmi chi in te si rifu­gia.[18] Osserva come l’anima santa cerca di cantare il ricordo della sovrabbondante tenerezza divina: ella moltiplica le parole nel tentativo di esprimersi, ma non le resta che esclamare: Quanto è grande. 18

      La ricompensa al centuplo è dunque la filiazione adottiva, la libertà e la caparra dello Spirito Santo, le delizie dell’amore, l’ebbrezza dell’intimità, il regno di Dio in noi: questo regno di Dio che non è cibo o be­vanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo.[19]



[1] Lc 4, 43

[2] Gv 11, 52

[3] 1 Pt 2, 9

[4] 1 Cor 9, 16

[5] Mt 28, 19

[6] At 2, 41. 48

[7] At 2, 17

[8] Cf At 4, 8

[9] Cf At 9, 17

[10] Cf At 6, 5. 10; 7, 55

[11] At 10, 44

[12] Cf At 9, 31

[13] GREGORIO MAGNO, Hom. V in Evang.

[14] Fil 3, 20-21

[15] 1 Cor 2, 9

[16] Mt 11, 29

[17] Sal 93, 20  Volgata

[18] Sal 30, 20

[19] Rm 14, 17

 

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  Ciclo C

 

24 agosto

 

SAN BARTOLOMEO apostolo

 

1

 

Dal Commento sul salmi di sant'Agostino.

Enarrationes In Psalmos 96,7-8. 10. PL 36,1242-1244.

 

Gli uomini, che credettero in Cristo, divennero come fuoco e la loro fiamma fu la carità. Per questo, lo Spirito Santo, quando fu inviato agli apostoli, apparve in forma di fuoco. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro! (At 2,3)

Infiammati da un tale fuoco, gli apostoli si sparsero per il mondo e incendiarono tutto all'intorno i nemici di Dio. Tutto quello che è contrario alla predicazione apostolica è allora incenerito sotto gli occhi dell'intero universo dalle folgori di Dio.

Perché dalle folgori? Per condurre alla fede. Donde provenivano queste folgori? Dalle nubi. E chi sono queste nubi di Dio? Gli evangelizzatori della verità.

Vedi in cielo quella nube? E' opaca, scura, eppure ha dentro un non so che di nascosto. Se esso guizza fuori dalla nube, un bagliore ti abbacina e si sprigiona il terrore da quello che prima andavi deridendo.

 

2

 

Il nostro Signore Gesù Cristo inviò i suoi apostoli, che possono essere paragonati alle nubi. Essi si presentavano come semplici uomini, e nessuno li apprezzava, come quando si vedono le nubi e non ci fa caso, finché non sprigionino qualcosa che ti lascia ammirato.

Gli apostoli erano uomini di carne come noi, ignoranti, gente di bassa condizione. Ma c'era in loro la forza della folgore, destinata a brillare e tuonare.

Ecco Pietro, un pover'uomo, un pescatore. Si mette a pregare e risuscita un morto. L'aspetto umano di Pietro è simboleggiato dalla nube, lo splendore del prodigio dal guizzo del fulmine.

Le folgori del Signore illuminano cosi l'universo nelle parole e nelle opere degli apostoli, quando essi raccontano e compiono le meraviglie di Dio. Le sue folgori rischiarano il mondo: vede e sussulta la terra (Sal 96,4).

 

3

 

I cieli annunziano la sua giustizia e tutti i popoli contemplano la sua gloria (Sal 96,6).

Chi sono questi cieli, che cosa rappresentano? Essi narrano la gloria di Dio, (Sal 18,1) sono il suo trono. Dio infatti ha per trono i cieli, cioè gli apostoli e i predicatori del vangelo.

Se lo vuoi, anche tu sarai un cielo. Vuoi esserlo? Elimina dal tuo cuore la 'terra. Se non nutri bramosie terrene, se non menti affermando di avere in alto il cuore, sei un cielo.

L'apostolo Paolo si rivolge ai fedeli dicendo. Se siete risorti con Cristo. cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra (Col 3,1 2). Se hai cominciato ad assaporare il gusto delle realtà dell'alto e a perdere il gusto di quelle terrene, non sei forse diventato un cielo?

Sei ancora rivestito di carne, ma con il cuore già sei in cielo, perché vivi in comunione intima con colui che dimora nei cieli. Annunzi cosi Cristo, giacché è impossibile per un fedele di tacerlo.  

 

4

Credete voi che Cristo lo annunzi io solo che sto qui a parlarvi, e non siate anche voi suoi araldi?

Ci sono persone che non abbiamo mai vedute né incontrate e a cui non abbiamo mai parlato. Vengono da noi e ci manifestano l'intenzione di farsi cristiani. Come si spiega questo? Hanno forse potuto credere senza che alcuno annunziasse loro il Vangelo?

Tuttavia l'Apostolo scrive: -Come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? (Rm 10. 14). Ciò significa che tutta la Chiesa predica Cristo e in tal modo i cieli annunziano la giustizia di lui. I cieli raffigurano tutti gli uomini che per carità hanno a cuore di annunziare Cristo a quelli che non credono ancora. Tramite questi uomini Dio fa esplodere il tuono dei suoi giudizi. L'infedele s'intimorisce e spaventato abbraccia la fede.

Attira gli uomini all'amore di Cristo, mostrando loro l'opera del Redentore nel mondo intero. Invoglia, attrai quanti ti sarà possibile. Non temere di condurli a Cristo, perché tu li porti a uno che non deluderà quanti lo vedranno. Prega Dio che li illumini e loro riescano finalmente a vederlo. I cieli annunziano la sua giustizia e tutti i popoli contemplano la sua gloria (Sal 96,6).

 

 

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Dai Trattati di Baldovino di Ford.

Tractatus VI, PL 204,451-454.

 

La parola di Dio e viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio (Eb 4,12).

Ecco quanto è grande la potenza e la sapienza racchiusa nella parola di Dio! Il testo è altamente significativo per chi cerca Cristo, che è appunto la parola, la potenza e la sapienza di Dio.

Questa parola, fin dal principio coeterna col Padre, a suo tempo fu rivelata agli apostoli, e per mezzo di essi fu annunziata e accolta con umile fede dai popoli credenti.

Per meravigliosa condiscendenza, Cristo, parola di Dio, Dio nel cuore del Padre, scende nel cuore dell'uomo, per esservi concepito e formato, secondo un modo nuovo. Come ciò avvenga lo spiega