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Letture della preghiera notturna dei certosini

[Anno A] [Anno C]

 

 

Anno A

 

2 gennaio

SS. Basilio Magno, Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa

 dottori e pastori

 

1

Dalle Lettere di san Basilio Magno.

Epistola  II,  Basilius Gregorio.  PG 32, 224. 225-229.

 

     Bisogna cercare di tenere la mente nella quiete. Non è possibile scrivere sulla cera se prima non si sono spianati i caratteri che vi si trovavano impressi: allo stesso modo, non è possibile offrire all'anima gli insegnamenti divini, se prima non si tolgono via le idee preconcette derivanti dai costumi acquisiti. A questo scopo, ci è di grandissimo vantaggio il luogo solitario, poiché esso assopisce le nostre passioni e dà alla ragione lo spazio necessario per reciderle completamente dall'anima.

      Come infatti le belve possono essere facilmente vinte se vengono ammansite, così anche le brame, le collere, i timori, le tristezze, questi mali velenosi dell'anima, una volta che siano stati assopiti dalla quiete e non siano più esasperati dalla continua provocazione, vengono facilmente vinti dalla forza della ragione. Sia dunque tale luogo – com’è appunto il nostro - così libero dal commercio con gli uomini che la continuità dell’ascesi non venga interrotta da alcuno di quelli di fuori.

     C'è poi l'esercizio della pietà, che nutre l'anima con i pensieri divini.

 

2

 

     Che cosa vi è di più beato che imitare in terra il coro degli angeli? E subito, al principiare del giorno, accingersi alla preghiera e onorare il Creatore con inni e cantici? E poi, quando già il sole risplende puro, volgersi al lavoro, dovunque accompagnati dalla preghiera, e condire con inni, come con sale, le nostre opere? Poiché i conforti che vengono dagli inni donano all'anima disposizioni di letizia e immunità da tristezza.

     La quiete, dunque, è per l'anima il principio della purificazione, quando la lingua non parla le cose degli uomini, né gli occhi considerano i bei colori e le belle proporzioni dei corpi; in solitudine l'udito non dissolve il vigore dell'anima con l'ascolto di melodie fatte per la voluttà, né si odono parole volgari e facete da parte degli uomini: tali cose, infatti, massimamente dissolvono il vigore dell'anima. Poiché la mente, quando non è più dispersa nelle cose esteriori e non è effusa sul mondo dei sensi, ritorna in se stessa e, mediante sé, si eleva al pensiero di Dio e, illuminata da quella bellezza, giunge all'oblio della stessa natura.

 

3

 

     Nella quiete della solitudine l'anima non è più tratta in basso né dalla cura per il nutrimento, né dalla sollecitudine per l'abito; libera dalle cure terrene, trasferisce tutto il suo studio verso l'acquisizione dei beni eterni e impara come essa debba realizzare la temperanza e la fortezza, oltre alla giustizia, alla prudenza e alle altre virtù che si specificano sotto queste categorie generali e che indicano all'uomo come può agire bene nelle diverse circostanze della sua vita.

     Ma la via ottima per trovare ciò che conviene è la meditazione delle Scritture ispirate. Esse contengono anche i suggerimenti per le cose da compiere e trasmettono per iscritto le vite degli uomini beati, quasi viventi icone del vivere conforme a  Dio, a noi proposte perché ne imitiamo le opere buone.

 

4

 

     I pittori, quando dipingono immagini copiandole da altre, guardando spesso al modello, si danno cura di trasportarne i caratteri nella loro opera d'arte. Allo stesso modo, anche chi si studia di diventare perfetto in tutti gli ambiti della virtù, bisogna che guardi alle vite dei santi come a immagini vive ed efficaci, e faccia proprio il bene che vi si trova mediante l'imitazione.

     Le preghiere succedono poi alle letture, che fanno l'anima più fresca e fiorente e la muovono all'amore per Dio. È preghiera buona quella che imprime chiaro nell'animo il pensiero di Dio. E questo è l'inabitazione di Dio, l'avere cioè Dio che risiede in noi mediante la memoria di lui. Così diventiamo tempio di Dio.

 

5

 

Dalle Omelie sulle Beatitudini di san Gregorio di Nissa.

De Beatitudinibus, hom. VI, 3-4.  PG 44, 1270-1271.

 

     La natura di Dio in sé stessa, nella sua propria sostanza, supera ogni rappresentazione. Nessuno può in qualche modo rendersela familiare, giacché sfugge a ogni tentativo di formulazione. L'uomo non ha in sé la facoltà adeguata per comprendere ciò che è incomprensibile, non dispone cioè di strumenti che trasformino le realtà inconcepibili in nozioni chiare. Anche il grande Apostolo parlando delle vie di Dio le definisce inaccessibili [Rm 11,33], per indicare che alla nostra mente è bloccata la strada che conduce alla conoscenza divina. In breve: nessuno di coloro che ci hanno preceduto ha lasciato traccia di una rappresentazione o di una riflessione che dia l'idea di quello che supera la capacità intellettiva.

     Dio trascende ogni essere, quindi vanno scelte altre maniere di vedere e di cogliere colui che non si lascia vedere e cogliere. I sentieri infatti per giungere a conoscerlo sono molto diversi. Già la sapienza che appare nell'universo ci offre qualche possibilità per rappresentarci colui che tutto ha creato nella sapienza [Cf Sap 9,9]. I capolavori non offrono forse un'idea del loro artefice? Nell'opera non traluce uno stile? Noi non scorgiamo la persona dell'artista, ma ammiriamo l'arte presente nella sua opera. Allo stesso modo, quando contempliamo l'ordine della creazione, ci facciamo un'idea non della persona dell'altissimo Creatore, ma della sua sapienza.

 

6

 

     Perché esistiamo? Dio non era obbligato a creare l'uomo, lo ha fatto in uno slancio d'amore. In questo senso possiamo affermare che vediamo Dio: non cogliamo la sua sostanza, ma la prova della sua bontà. E tutti gli altri elementi che istradano il nostro pensiero verso la perfezione e la trascendenza costituiscono un modo per avvicinarci a Dio, dato che ognuno di questi attributi in qualche modo lo delinea. La potenza, la purezza, l'immutabilità, l'assenza di male, sono tutte forme che imprimono nei nostri cuori l'immagine della trascendenza divina.

     Queste considerazioni dimostrano che il Signore dice la verità quando promette di manifestarsi a chi ha puro il cuore [Cf Mt 5,8]; e san Paolo non si inganna dichiarando in una sua lettera che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere Dio [1 Tm 6,16]. Invisibile nella sostanza, Dio si manifesta nelle sue energie, tralucendo nella sfera delle sue operazioni.

 

7

 

     La beatitudine dei cuori puri, i quali vedranno Dio, non afferma soltanto che noi possiamo rappresentarci l'Altissimo a partire dalle azioni che egli opera. Altrimenti anche i sapienti del mondo saprebbero scorgere nell'ordine dell'universo la sapienza e la potenza trascendenti. Si tratta invece di una beatitudine ben più affascinante per colui che sa cogliere e comprendere quanto sta cercando. Mi varrò di un esempio.

     Nella vita dell'uomo la salute del corpo rappresenta un bene, ma la felicità non consiste nel conoscere la ragione della salute, bensì nel vivere in salute. Se uno dopo aver celebrato le lodi della salute, prende cibi che gli causano malattie, che cosa gli possono giovare le lodi della salute? Allo stesso modo dobbiamo intendere questo discorso, quando il Signore dice che la felicità non consiste nel conoscere qualche verità su Dio, ma nell'avere Dio in se stesso: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio [Mt 5,8]. Mi sembra proprio che Dio voglia mostrarsi a faccia a faccia a colui che ha l'occhio dell'anima ben purificato, però nel senso di queste parole del Signore: Il regno di Dio è dentro di voi [Cf Lc 17,21]. Chi ha purificato il suo cuore può contemplare l'immagine della divina natura nella sua stessa anima.

     Se dunque laverai le brutture che hanno coperto il tuo cuore, risplenderà in te la divina bellezza. Come il ferro, liberato dalla ruggine, splende al sole, così anche l'uomo interiore, quando avrà rimosso da sé la ruggine del male, ricupererà la somiglianza con la forma originale e primitiva e sarà buono.

     Infatti, ciò che è simile al bene è senz'altro buono. Chi vede quindi se stesso, contempla ciò che desidera in se stesso. In tal modo diviene beato chi ha il cuore puro, perché, mentre guarda la sua purità, scorge, attraverso quest’ immagine, la sua prima e principale forma, il suo Modello.

 

8

 

Dai Discorsi di san Gregorio Nazianzeno.

Sermo XXVIII, 17.  PG 36, 47.

 

     Che cosa sia Dio nella sua natura e nella sua sostanza, nessuno l’ha mai scoperto né mai lo scoprirà. Se dovrà capitare che sia scoperto un giorno, lascio investigare e discutere questo a coloro che ne hanno voglia.

     A mio parere, l'uomo lo potrà scoprire allorché questa nostra sostanza di aspetto e di natura divina (intendo dire la nostra mente e la nostra ragione) si sarà unita all'essere che a lei è imparentato; quando cioè l'immagine sarà risalita al suo modello, del quale ora essa ha brama.

     Questo mi sembra il punto su cui si sta indagando con tanto impegno, cioè che noi conosceremo un giorno tanto quanto siamo stati conosciuti. Per ora, invece, è soltanto un esiguo rivolo quello che giunge fino a noi; è una specie di piccolo lampo che proviene da una gran luce.

     Anche se uno ha conosciuto Dio, come affermano certi passi della Scrittura, lo ha conosciuto tanto da apparire più luminoso di un altro che non ha ricevuto un'uguale illuminazione. E chi è stato più grande di un altro, è stato creduto perfetto, perché commisurato non alla realtà ma solo in confronto di ciò che i suoi simili hanno raggiunto.

 

9

 

Dal vangelo secondo Matteo.                                    

     Gesù ammaestrava le folle dicendo: "Voi siete la luce del mondo".

Dai Trattati sull'ideale del perfetto cristiano di san Gregorio di Nissa.

 

De Instituto christiano. PG 46, 291. De professione christiana. PG 46, 242-246.

     Come mai il Signore dice: Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli? Perché egli  ordina a chi obbedisce ai comandamenti di Dio di pensare a lui in ogni sua azione e di cercare di piacere soltanto a lui, senza andare a caccia della gloria umana. Occorre rifuggire dalle lodi degli uomini e dall'ostentazione, però farsi riconoscere come autentici cristiani tramite la vita e le opere, affinché tutti ne diventino spettatori.

     Il Signore non ha detto: "Perché tutti ammirino chi le mette in mostra", ma: Perché rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. Cristo ci ordina di far risalire ogni gloria a colui che tiene in serbo il premio delle azioni virtuose, e di compiere ogni azione secondo il suo volere.

     Aspira quindi alle lodi di lassù, ripetendo le parole di Davide: Sei tu la mia lode. Io mi glorio nel Signore [Sal 21,26; Sal 33,3].

 

10

 

     La Divinità, libera da qualsiasi vizio, trova espressione nei nomi delle virtù: ella è quindi giustizia, sapienza, potenza, verità, bontà, vita, salvezza, incorruttibilità, immutabilità e inalterabilità. E Cristo si identifica con tutti i concetti elevati indicati da tali nomi e riceve da essi i suoi appellativi.

     Se dunque nel nome di Cristo si possono pensare compresi tutti i concetti più alti, possiamo forse arrivare a comprendere il significato del termine «cristianesimo». Come abbiamo ricevuto il nome di cristiani perché siamo divenuti partecipi di Cristo, così, di conseguenza, dobbiamo entrare in comunione con tutti i nomi più alti.

     Chi tira a sé il gancio estremo di una catena attira anche tutti gli anelli attaccati strettamente gli uni agli altri; allo stesso modo, dato che nel nome di Cristo sono strettamente uniti anche i termini che esprimono la natura beata, ineffabile e molteplice della divinità, chi ne afferra uno, non può non trascinarne assieme anche gli altri.

     Calunnia dunque il nome di Cristo chi se ne appropria senza però testimoniare nella sua vita le virtù che si contemplano in esso; è come se costui facesse indossare a una scimmia una maschera priva di vita, che di umano ha solo la forma.

 

11

 

     Cristo non può non essere giustizia, purezza, verità e allontanamento da ogni male; così non può non essere cristiano autentico chi prova la presenza in sé di quei nomi. Per esprimere con una definizione il concetto di cristianesimo, diremo che esso consiste nell'imitazione della natura divina. La primitiva conformazione dell'uomo imitava infatti la somiglianza a Dio; e la professione cristiana consiste nel far ritornare l'uomo alla primitiva condizione fortunata.

     Supponiamo che un pittore riceva l'ordine di raffigurare l'immagine del re per quanti risiedono in zone lontane. Se, dopo aver delineato su una tavola una figura brutta e deforme, chiamasse immagine del re questo sconveniente dipinto, non attirerebbe su di sé l'ira delle autorità? A causa del suo brutto dipinto, infatti, le persone ignare penserebbero che, se è brutto il quadro, brutto è anche l'originale.

     Se il cristianesimo è definito imitazione di Dio, chi non ha ancor accolto il senso del mistero, crede erroneamente che la nostra vita imiti quella di Dio e che a immagine e somiglianza della nostra vita sia la Divinità.

 

12

 

     Se chi ancora non crede vedrà in noi esempi di tutte le virtù, reputerà che quel Dio che adoriamo sia buono. Se invece uno sarà vizioso e poi dichiarerà d’essere cristiano, mentre tutti sanno che questo implica l’imitazione di Dio, farà che a causa della sua vita il nostro Dio sia disprezzato dai non credenti. Per questo la Scrittura pronunzia contro questi tali una spaventosa minaccia, dicendo: Guai a quelli per i quali il mio nome è stato disprezzato fra le nazioni [Cf Is 52,5].

     Mi pare che proprio questo il Signore voleva far capire ai suoi uditori, dicendo: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste [Mt 5,48]. Chiamando Padre il Padre dei credenti, il Signore vuole che anche quanti sono da lui generati si avvicinino ai beni perfetti che si contemplano in lui.

     Tu mi chiederai: Come può la piccolezza umana raggiungere la beatitudine che si vede in Dio? La nostra impotenza non risulta chiara proprio dal comandamento? Come può un essere terreno somigliare a chi sta in cielo, se la diversità di natura mostra impossibile l'imitazione? È comunque chiaro che il vangelo non parla di somiglianza di natura, ma di opere buone, per cui noi secondo la nostra possibilità ci facciamo simili a Dio.

 

 

 

Letture della preghiera notturna dei certosini

[Anno A] [Anno C]

 

 

Anno C

 

2 gennaio

 

SS. BASILIO MAGNO, GREGORIO NAZIANZENO

 

E GREGORIO Di NISSA, dottori pastori

 

1

 

Dai Discorsi di san Gregorio Nazianzeno.

Oratio 38,9-11. PG 36,311.

 

Alla bontà di Dio non bastava affatto muoversi unicamente nel seno della contemplazione di sé, perché la sua natura esige di espandersi e di comunicarsi per condividere i suoi benefici. Così Dio prima concepì le potenze angeliche e celesti. Questa concezione fu attuata dal Verbo e completata dallo Spirito. In tal modo vennero creati questi esseri di luce, riflessi e ministri dello splendore primordiale.

Sono essi pura intelligenza, fuoco immateriale e incorporeo? Posseggono anche un'altra natura? Bisognerebbe esserne più vicini per poter giudicare. Comunque sono spiriti alieni dal male e attratti solo dal bene, com'è naturale per chi sta attorno a Dio. Essi godono per primi del fulgore divino, mentre gli esseri inferiori ne hanno solo una luce velata.

Sono però incline a pensare che questi spiriti non siano veramente incorruttibili, ma soltanto difficili a corrompersi. Penso a Lucifero, il portatore di luce; l'orgoglio lo ha mutato in tenebra, da cui ha preso la natura e il nome, e con lui tutte le potenze ribelli a Dio. Queste creature fuggendo il bene produssero il vizio e lo propagarono a noi.

 

2

 

Dopo aver creato il mondo degli spiriti celesti, di cui si è balbettato qualcosa, Dio vide che la sua prima opera era bella. Egli concepì allora un mondo visibile e materiale; formò e plasmò il cielo, la terra e tutto ciò che vi è contenuto. Ogni parte è lodevole per la sua eleganza, ma più stupenda è l'armonia, l'ordine sereno che regna sul tutto. Ciascuna realtà concorda meravigliosamente con l'altra, e tutte con l'insieme globale, così da costituire la ricca e varia decorazione di un unico mondo.

Con la creazione del mondo materiale, Dio ci mostra la sua capacità di creare non soltanto una realtà simile alla propria, ma anche un'altra, assolutamente diversa. Le essenze prossime alla Deità, infatti, sono dotate di spirito e possono partecipare dell'unico spirito. Ma quale affinità ci può essere tra creature sensibili o inanimate e Dio stesso?

Vi odo dire: "Che ci importano questi discorsi? Entra in argomento! Siamo impazienti di udir parlare della festa che oggi ci raduna!". Non temete, vi arrivo. Ma l'oggetto della mia riflessione, che mi infervora, mi obbligava a rifarmi un poco più a monte.

 

3

 

In principio, la realtà spirituale e quella sensibile erano ancora indipendenti, restavano racchiuse nei loro confini; come tacite lodatrici, e araldi veementi manifestavano la grandezza del Verbo artefice. Nessuna connessione, nessun rapporto vi era tra quei due mondi. La bontà divina non aveva ancora svelato tutti i tesori del suo ricco talento e della sua infinita sapienza.

Ma quando il Verbo si degnò di mostrare in un solo vivente la dimensione visibile e quella invisibile, creò l'uomo. Modellò il suo corpo con la terra creata in precedenza e vi soffiò il proprio spirito, che la Scrittura chiama anima intellettuale e immagine di Dio.

Iddio collocò l'uomo sulla terra, il microcosmo nel grembo del macrocosmo: un angelo nuovo, un adoratore composito, che sperimenta la natura visibile ed è iniziato a quella intelligibile. Re delle realtà terrene, ma suddito di quelle celesti, essere effimero e immortale, sensibile e intelligente, posto tra la grandezza e l'umiltà, spirito e carne ad un tempo. Spirito, per la grazia; carne, per la superbia. Spirito, perché egli sussista e proclami la gloria del benefattore; carne, perché soffra e il dolore freni la superbia infatuata della propria grandezza. Un vivente immerso quaggiù e contemporaneamente chiamato lassù, già divinizzato per la sua tensione verso Dio, in un sommo mistero.

Lo splendore di questa verità ci appare ancora velata, ma ci guida a comprendere e patire la luce di Dio, per essere degni di lui che ci ha plasmato e ci dissolverà, per ricrearci più sublimi.

 

4

 

Dall'Omelia sulla nascita di Cristo, di san Basilio.

Homilia in Sanctam Christi generationem, 2. PG 31,1457.

 

Quando Dio discese sulla terra, in mezzo agli uomini, non impose la propria legge servendosi del fuoco, di trombe, di montagne fumanti, di tenebre, di tempeste che atterrissero gli ascoltatori. Instaurò invece un dialogo soave e pacifico con gli uomini di cui condivideva la natura.

Quel Dio fatto carne non rimase trascendente, come aveva fatto con i profeti. Invece, divenuto totalmente uomo per aver assunta la nostra carne e il nostro sangue, ricondusse a sé l'intera specie umana. Ma come può accadere che per la mediazione di uno solo lo splendore divino investa tutti gli altri? In che modo la divinità può stare nella carne?

Appunto come il fuoco nel ferro. La fiamma non penetra davvero nel ferro, ma gli trasmette il proprio calore. Il fuoco non risulta diminuito da una tale comunicazione, ma continua a riempire interamente tutto ciò che gli si accosta.

 

5

 

Ciò che si è detto del ferro e del fuoco vale anche per il Verbo di Dio: egli non si è mai mosso via da sé, eppure venne ad abitare in mezzo a noi.

Il Verbo si fece carne (Gv 1, 14) eppure non subì affatto alcun mutamento. Il cielo non è mai rimasto privo della presenza di lui, eppure la terra lo ha accolto nel suo grembo.

Non pensare a una diminuzione di divinità; non si trattò di un passaggio da un luogo ad un altro, così come potrebbe compierlo un qualsiasi corpo. Ma l'Immortale è rimasto immutabile riversandosi nella carne. Mi obietterai: "Come va che il Verbo di Dio non sia stato limitato dalle dimensioni della sua natura corporea?".

Considera come il fuoco partecipa delle proprietà del ferro. Quest'ultimo, pur essendo scuro e freddo, una volta riscaldato dal fuoco, diventa incandescente come la fiamma che lo avvolge; però non annerisce il fuoco né raffredda la fiamma che lo arroventa.

Il medesimo discorso può farsi per la carne del Signore; il corpo, che divenne partecipe della divinità, non la corruppe minimamente con la propria debolezza.

Forse troverai l'analogia con il fuoco difficile da applicare al Verbo. Ma ti pare più facile capire come l'Impassibile poté conoscere la sofferenza e come la natura umana a contatto con Dio abbia potuto ottenere l'incorruttibilità?

 

6

 

Dio è sceso nella carne per distruggere quella morte che vi si nascondeva. Le medicine appropriate si mescolano all'interno dell'organismo con i morbi da espellere e annientano la malattia; le tenebre che regnano in una dimora si dissolvono all'irrompere della luce. Allo stesso modo la morte, regina dell'umana natura, viene sconfitta dalla presenza della Divinità.

Considera il ghiaccio che ricopre le acque dormenti durante la notte: esso fonde rapidamente ai primi raggi di un caldo sole. Lo stesso, la morte che aveva regnato sino alla venuta di Cristo, all'apparire della grazia salvifica è stata assorbita dalla vittoria del Sole di giustizia. La morte, infatti, non poteva sostenere la presenza della vita.

O grandezza della bontà e dell'amore di Dio per noi! Grazie a Cristo possiamo scrollarci di dosso la schiavitù. Perché Dio è sceso tra di noi? Perché adorassimo la sua bontà.

 

 

7

 

Dalla grande preghiera catechetica di san Gregorio di Nissa.

Oratio catechetica magna. PG 45,9.

 

Se tu eliminassi dalla tua vita i benefici che hai ricevuto da Dio, non potresti più conoscere le realtà divine e parlarne. Noi riconosciamo la sua opera proprio tramite i benefici di cui veniamo gratificati. Da ciò che riceviamo riconosciamo il Donatore.

Tu cerchi il motivo della venuta di Dio tra gli uomini. eccoti la risposta: la caratteristica della divinità è la filantropia, la sua misericordia verso gli uomini.

La nostra natura malata aveva bisogno del medico.

L'uomo caduto in terra aveva bisogno di chi lo rimettesse in piedi. Chi aveva perduto la vita, aveva bisogno di chi gli restituisse la vita. A chi aveva smesso di compiere il bene occorreva qualcuno che lo riconducesse sulla via del bene. Chi era prigioniero delle tenebre, invocava la luce. Il detenuto aveva bisogno di chi lo liberasse, l'incatenato di chi lo sciogliesse, lo schiavo di chi lo affrancasse. Dio si sentì stimolato a scendere in mezzo all'umanità afflitta dalla disgrazia e dalla miseria. Eppure non era questo un motivo futile e indegno di lui?

 

8

 

Omelia sulla Natività di san Gregorio di Nissa.

In diem Natalem Christi. PG 46,1127.

 

Forse obietterai: "Che disonore nascere uomo e gemere nelle tribolazioni della carne!". Parlando così metti appunto in risalto l'eccesso dei benefici divini. Non esisteva altra via per liberare l'uomo dal male. Ci voleva la sofferenza del re impassibile, lo scambio della sua gloria con la nostra vita.

La purezza si è immersa nel nostro fango, ma il fango non l'ha macchiata. Come dice il Vangelo, la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre (Gv 1,5) non l'hanno spenta. Il buio è dissipato dallo spuntare dei primi raggi. Il sole non è soffocato dall'oscurità. Difatti l'Apostolo scrive: Ciò che è mortale viene assorbito dalla Vita (Cf 2 Cor 5,4). E la vita non è consumata dalla morte, il corrotto è salvato con l'incorruttibilità, la distruzione non sfiora l'incorruttibiltà.

Ecco perché tutte le creature cantano all'unisono e magnificano d'una sola voce il Signore dell'universo: Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre (Fi1 2, 11). A lui la lode per l'eternità. Amen.

 

9

 

Dal vangelo secondo Matteo.         

5,13-19

 

Gesù ammaestrava la folla dicendo:

"Se il sale perde il sapore,

con che cosa lo si renderà salato?

A null'altro serve che ad essere gettato via

e calpestato dagli uomini".

 

Dalle Omelie di san Giovanni Crisostomo su questo vangelo.

In Nt.,hom.15,7-8;16,4. PG 57,233.243.

 

Qualora gli uomini cadessero in mille colpe, potrebbero essere perdonati. Ma se lo stesso maestro è colpevole, niente potrà scusarlo e sarà punito con rigore. Nel passo che precede il vangelo di oggi, Gesù annunzia agli apostoli che saranno coperti di ingiurie, saranno perseguitati e sarà detto di loro tutto il male possibile.

Perché gli apostoli, sentendo questo, non abbiano paura di farsi avanti e di mettersi a parlare alla gente, il Signore dichiara apertamente: Se non siete pronti ad affrontare questo, invano vi ho scelto. Non dovete angustiarvi di essere calunniati; dovete piuttosto temere di apparire vigliacchi e ipocriti, perché in tal caso diverreste un sale insipido, buono solo ad essere calpestato dagli uomini. Al contrario, rallegratevi mentre persistete nella lotta contro il male, giacché il sale sulla piaga provoca quel tipico dolore pungente che sembra mordere.

 

10

 

Le maledizioni degli uomini inevitabilmente vi seguiranno, ma non potranno nulla contro di voi. Renderanno solo testimonianza della vostra fermezza. Se invece ne avrete paura fino a perdere il vigore necessario, patirete conseguenze ben peggiori. Si dirà male di voi, sarete disprezzati da tutti, verrete cioè calpestati dagli uomini.

Subito dopo il Salvatore passa a un paragone vertiginoso. Voi siete la luce del mondo, egli dice. Non li chiama luce di un popolo solo o di venti città. ma del mondo intero. Il sale era un sale prodotto dallo Spirito, la luce era una luce intelligibile, più splendente dei raggi del sole.

Prima il sale, poi la luce, perché tu comprenda il vantaggio di una parola rude e l'utilità di una dottrina severa. Così rafforzato, senza rilassatezze, ti vedrai condotto come per mano sulla via della virtù.

 

11

 

Quando la virtù raggiunge una perfezione considerevole, riprende il Signore, è impossibile che resti sconosciuta, qualsiasi espediente possa inventare per tenerla nascosta colui che l'ha acquistata. La vostra vita sia irreprensibile agli occhi di tutti: non si trovi in voi alcun appiglio su cui possano denunciarvi. Allora, anche se aveste contro migliaia di accusatori, nessuno potrà farvi ombra.

E' bello che il Signore abbia usato la parola luce, perché nulla distingue tanto l'uomo quanto lo splendore della sua virtù, anche se egli si ingegnerà a dissimularla. Il discepolo autentico non solo brilla come avvolto da fasci di sole che irradiano la terra, ma proietta i suoi raggi al di là dei cieli.

 

12

 

Il vangelo continua: Chi osserverà e insegnerà questi precetti, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Non preoccupiamoci perciò del nostro vantaggio personale, ma apriamo il cuore a ciò che è utile per i fratelli. Non sarà identica la ricompensa per colui che pensa solo alla sua perfezione e per chi coinvolge anche gli altri nelle vie dell'amore.

Chi insegna bene ma non agisce in modo coerente al suo annunzio, si condanna da sé. Scrive infatti Paolo: Come mai tu, che insegni agli altri, non insegni a te stesso? (Rm 2,21). Insomma, fare il bene senza indurre gli altri a fare altrettanto, diminuisce la ricompensa. Le testimonianze della parola come dell'opera devono ambedue essere autentiche e complete; anzitutto fare noi un cammino di bene e poi sostenere i fratelli lungo tale tracciato.

Il Signore colloca la pratica prima dell'istruzione, per mostrare che l'insegnamento è utile se preceduto dalla vita, e mai altrimenti.

 

 

 

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