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Letture della preghiera notturna dei certosini |
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ANNO A2 aprile S. Francesco di Paola, monaco
1
Dalla «Vita di S. Francesco di Paola» scritta da un discepolo anonimo (p. 8-12, 19-20, 65-66)
Con l'intenzione determinata di menare una vita solitaria, Francesco si ritirò in un podere di sua padre, distante quasi un chilometro da Paola. I genitori gli procuravano il necessario. Ma, per il gran numero della gente che passava di là, non gli era possibile attendere agevolmente al servizio di Dio; perciò se ne allontanò, per ritirarsi in un altro podere molto solitario messogli a disposizione da una sua congiunta. Ivi, trovando una zappa atta a scavare la terra, cominciò a scavare e ne ricavò una piccola grotta o capannuccia, capace di ospitare il suo corpicciuolo. Indi, coi mezzi dei genitori, costruì una bella chiesetta, con tre celle o camerette; e vi rimase per lungo tempo, senz'altra abitazione, digiunando, pregando e disciplinandosi. Molti, spronati dalla sua vita virtuosa, rinunziarono al mondo e menarono una vita solitaria, mettendosi al suo seguito. Perciò, cominciò a Paola la costruzione del primo Convento per accogliere questi suoi primi Religiosi.
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Sia gli uomini che le donne più ragguardevoli di Paola portavano a Francesco tanta riverenza, da obbedirgli in tutto. Molte signore lo aiutavano non solo con le largizioni, ma anche lavorando con le loro mani, trasportando pietre. Quanti erano nella possibilità di prestare il loro aiuto alla costruzione di tale Convento, si reputavano felici. Quanti vestivano il suo saio, lo ricevevano con gioia; a loro Francesco diede una Regola e un modo di vivere in povertà, castità e obbedienza osservando per tutto il tempo della loro vita una vita quaresimale. Francesco aveva un'umiltà così grande, che desiderava essere comandato anziché comandare; e nell'adoperarsi ai bisogni di ciascuno dimostrava di operare per puro amor di Dio. Era straordinariamente umile; perciò amava frequentare i semplici, i piccoli più che i grandi. Non stimava il ricco più del povero né il nobile più della persona più modesta e di nessun conto, ma era con tutti uguale, senza preferenze di sorta.
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Austero con se stesso, Francesco era generoso e accondiscendente con gli altri; e in particolare, di specchiata prudenza in tutte le sue azioni. Era benigno e servizievole con tutti. Coi suoi Religiosi era terribile in volto come un leone e terribile nelle parole con le sue minacce. Affettuosamente paterno invece, e tutto benigno era con gli umili e i pentiti. E si mostrava terribile per conservare nel timore quelli che non eran venuti meno al loro dovere. Cercava di scusare i colpevoli, allorché erano accusati dagli altri, durante la loro assenza; e non usava punizioni troppo severe. Richiamava gli ostinati con parole dolci e altri buoni espedienti. In tutte le sue azioni aveva sempre sulle labbra la parola carità, dicendo: «Facciamo per carità, andiamo per carità». E questo non ci deve affatto stupire: la bocca parla secondo ciò che c'è in cuore, cioè: chi è pieno di carità, non può parlare se non di carità.
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La vita austera di Francesco era per noi una predica salutare: si studiava di mangiare poco, di dormir poco, e insieme lavorar molto, far molto, pregare e contemplare. Aveva grande compassione dei tanti infelici, in preda ad afflizioni fisiche e morali, per terra e per mare. A tale compassione era anche mosso dalla vita sensuale di molti peccatori, che perdono così la vita presente e quella futura, vedendo poi che i peccatori e i bestemmiatori crocifiggevano così, di nuovo, Gesù Cristo. Per questo motivo il Servo di Dio viveva tutto mortificato e martirizzato nel cuore e nel corpo. Le sue preghiere e le sue invocazioni a Dio erano piene di tanto vigore e di tanta virtù, che gl'infermi ne venivano completamente risanati; e alcuni, morti nel corpo, e parecchi nell'anima, furono risuscitati.
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Dall'«Elogio della solitudine» di Eucherio di Lione (Città Nuova Editrice - 1997 - p. 71, 84-92)
Vediamo, quale potrebbe essere la definizione giusta della solitudine? Eccone una: il tempio senza confini del nostro Dio. In effetti Colui che dimora sicuramente nel silenzio, non è logico che ami la solitudine? Quante volte si è fatto vedere dai suoi santi proprio lì, e non ha disdegnato di incontrarsi con gli uomini nelle circostanze adatte! Per esempio è nel deserto che Mosè ha visto il volto di Dio; è nel deserto che Elia si coprì la faccia per paura di vedere Dio. È chiaro che Dio si trova dovunque perché a Lui appartiene tutto, e non è assente da nessuna parte; però si ha ragione di credere che preferisca visitare in modo particolare i luoghi deserti e quelli dominati da una solitudine celeste. Sempre il Signore Gesù, come sta scritto, andava in un posto deserto e là pregava. Per questo ormai quel luogo deve essere chiamato «luogo di preghiera», perché Dio Creatore ha fatto vedere che è ideale per pregare Dio, e ha insegnato che la preghiera di chi si umilia, rafforzata dal luogo e impreziosita dalla solitudine, può arrivare più facilmente al cielo.
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Che cosa dovrei dire allora di Giovanni, di Macario e dei tantissimi altri che, mentre vivevano nei deserti, avevano la loro patria nei cieli? Si sono avvicinati al Signore per quanto era possibile a un uomo avvicinarsi a Dio, e sono stati introdotti nelle realtà divine per quanto era permesso a degli uomini rivestiti di carne. Hanno penetrato i misteri celesti con il loro spirito concentrato sulle realtà soprannaturali. Così hanno dimostrato o con delle rivelazioni interiori o con dei segni evidenti che la grazia era con loro, e con l'aiuto della solitudine sono arrivati fino al punto di toccare sì la terra con il corpo, ma di possedere già il cielo con lo spirito. In definitiva si può dire benissimo che questo vivere nella solitudine è in certo qual modo la patria della fede, l'arca della virtù, il santuario della carità, il tesoro della spiritualità, la fonte della santità. Il santo, quando sente ardere dentro di sé il fuoco dell'amore divino, sarà bene che abbandoni la propria residenza e scelga questa nuova abitazione. Sarà bene che la preferisca ai parenti, ai figli e ai genitori, e se la compri vendendo tutto quello che ha . 7
Nell'antichità gli uomini grandi di questo mondo, quando erano stressati dalle fatiche dei loro impegni, si rifugiavano nella filosofia come a casa loro. Ma allora non è più bello dedicarsi a studiare la sapienza più autentica? Non è più glorioso ritirarsi nella libertà dei luoghi solitari e nel silenzio dei deserti, per allenarsi a muoversi in quella solitudine come se fosse la propria scuola, assorbiti soltanto dalla filosofia? Mi domando se esiste un posto dove si può celebrare la Pasqua con più libertà che stando nel deserto. Ma con le virtù e la continenza: e per continenza intendo quella che, come certe altre cose, coincide con la solitudine del cuore. Ditemi un po', dove ci si può sentire più liberi e vedere quanto è dolce il Signore? Dove si apre una via più diretta alla perfezione, se uno ci vuole arrivare? Dov'è a disposizione un campo più grande per l'esercizio delle virtù? Dov'è che ci si può guardare meglio intorno per proteggere lo spirito? Se il cuore vuole aderire a Dio, dov'è più libero di farlo che in quelle solitudini? Infatti lì è facile non solo trovare Dio, ma pure tenerselo.
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Coloro che abitano nel deserto lottano giorno e notte lavorando e vegliando, per imparare il principio di quella vita di cui non si potrà conoscere la fine. Così la solitudine li accoglie come in un grembo materno, loro che hanno il grande merito di essere avidi di eternità, che hanno la virtù di essere dissipatori dell'effimero, disinteressati del presente, certi del futuro. Come sono ridenti anche i luoghi appartati su quei monti selvosi per la gente che ha sete in Dio! Quanto sono belli quei deserti per chi cerca Cristo, messi a disposizione dalla natura che si estende in lungo e in largo! Tutto tace. Allora lo spirito - lieto - è come spinto e stimolato dal silenzio verso il suo Dio, vitalizzato da impulsi ineffabili. Non si sente nessun rumore, non si parla con nessuno, tranne eventualmente che con Dio. C'è solo quella voce che interrompe il silenzio della vita solitaria e altera quello stato di calma tranquilla: ma per l'anima è più dolce della quiete, perché è il suono santo di una dolcissima intimità.
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Dal Vangelo secondo Matteo.
In quel tempo Gesù disse:
Omelia di Giovanni Paolo II al Santuario di Paola. (Insegnamenti di Giovanni Paolo II - VII,2 - p. 771 s.)
È spontaneo riandare con la mente a queste parole di Cristo, celebrando l'Eucaristia nel santuario che la pietà dei fedeli ha eretto in onore di un uomo come Francesco di Paola, vissuto lontano dai libri ma vicino a Dio: egli fu davvero uno di quei «piccoli» che Dio introduce alla conoscenza delle sue «cose nascoste». Francesco di Paola non fu certo un dotto, e tuttavia egli conobbe a perfezione la scienza dei santi e seppe penetrate nei cuori più e meglio di quei dotti teologi, che non di rado ricorrevano a lui per averne risposte chiarificatrici nei loro dubbi e nelle loro perplessità. Lui «piccolo», anzi «minimo»,come amò qualificare sé ed i suoi figli, meritò di essere maestro dei «grandi» della terra, e ciò grazie alla luce che Dio riversava nella sua anima, assetata di Lui. Francesco seppe donarsi senza riserve a Dio, trovando in tale incondizionata consacrazione di sé la sorgente sempre zampillante di una carità inesausta verso i fratelli. Nella testimonianza di Francesco di Paola, una figura che riassume in sé i tratti migliori della generosa popolazione calabrese, si ripropongono con nitida evidenza le componenti essenziali di ogni vita consacrata a servizio di Dio e della Chiesa.
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La Calabria è sempre stata ricca di fondazioni monastiche e religiose e ha dato alla Chiesa figure di santi, quali San Saba, San Nilo, San Bruno e lo stesso San Francesco. In questa regione il primo monachesimo giunse dal vicino Oriente, e qui realizzò una felice sintesi di spiritualità e di cultura monastico-religiosa. Non è però soltanto storia del passato. La freschezza della vita religiosa è viva oggi con voi, presenti ed operanti nel tessuto ecclesiale e sociale. Voi, anime consacrate a Dio in questo oggi della storia, vi alimentate allo spirito e al carisma delle origini, per dare con la vostra testimonianza di coerenza evangelica una convincente risposta alle attese della presente generazione. Alla luce della vita e degli insegnamenti dei vostri grandi Santi, in particolare del Patrono della Chiesa di Calabria, ritengo che oggi sia fondamentale per la vostra credibilità la testimonianza di un rinnovato impegno nella preghiera e nell'unione con Dio. I grandi asceti e i fondatori insegnano che bisogna dare a Dio il primo posto nella vita e nell'apostolato, e questo proprio per venire incontro alle necessità del mondo, che è alla ricerca affannosa di valori che lo strappino all'inquietudine e all'incertezza del quotidiano.
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Voi costituirete un punto di riferimento fondamentale per i molti fratelli smarriti sulle strade del mondo, se saprete essere testimoni gioiosi del Vangelo in tutta la sua pienezza. La sete di Dio è ovunque diffusa: spetta ai membri degli Istituti religiosi incanalare questa esigenza, ravvivando nella loro quotidiana testimonianza la gioia di vivere con Dio e di Dio, il quale non aliena lo spirito e non toglie la libertà, ma arricchisce l'anima e la rende libera per farle gustare la sua presenza. Non è forse questa l'esperienza che voi fate quando con piena disponibilità vi sapete porre alla sequela di Cristo, casto, povero e obbediente al Padre? Non trovate forse in ciò il segreto della vera pace dell'anima? Partecipate questo stile di vita ai fratelli, sottolineando vigorosamente la gioia di state insieme «come un cuor solo e un'anima sola» nella condivisione generosa di ogni vostro bene. Non abbiate paura di sentirvi non capiti: Cristo è con voi ad infondervi speranza e forza, perché lo portiate con entusiasmo ai fratelli. Il mondo sa distinguere bene la vostra testimonianza evangelica da qualsiasi altra: non per nulla vi contrappone la sua ideologia e i suoi effimeri valori.
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Oggi vivere l'unione con Dio con accentuato spirito di preghiera è un passaggio obbligato della vita religiosa: la Chiesa ha bisogno di anime consacrate che vivano nell'interiorità del rapporto con Dio e affermino dinanzi al mondo il primato di Dio, perché il mondo comprenda che non sono i beni materiali, il successo o i piaceri che danno la serenità all'uomo, ma il grado d'unione con Cristo, vera speranza dell'uomo. La caratteristica della vita religiosa di questa terra - dove molti paesi e villaggi devono la loro origine alla presenza di un monastero o cenobio, ereditandone anche il nome nella toponomastica - vi invita a congiungere lo spirito di unione con Dio con la solidarietà verso i fratelli. Come non ricordate in questo luogo il continuo flusso di fedeli che salivano dalla città e dai casali vicini per incontrare l'eremita Francesco? Egli, uomo di Dio e lavoratore instancabile, li accoglieva amabilmente, li ascoltava con disponibilità, chiariva i loro dubbi, a volte risolveva anche i loro problemi col miracolo, sempre, accomiatandoli, lasciava in loro quella «contentezza e pace» - dicono le fonti - che vale molto più dei beni materiali e della stessa salute.
ANNO B2 aprile S. Francesco di Paola, monaco 1 Dalla Regola di San Benedetto (cap. 7).
La divina Scrittura, fratelli, a gran voce proclama: Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato. Se dunque, fratelli, vogliamo toccare la vetta della più grande umiltà, se vogliamo giungere rapidamente a quella celeste altezza cui si può salire mediante l’umiltà della presente vita, dobbiamo innalzare - ascendendo con i nostri atti - quella scala che apparve in sogno a Giacobbe, sulla quale egli vedeva angeli scendere e salire. Certamente questa visione vuole significare che l’esaltazione dell’orgoglio fa discendere, mentre l’abbassamento dell’umiltà fa salire. E la scala elevata in alto è la nostra vita presente che il Signore, quando avrà reso umile il nostro cuore, innalzerà fino al cielo. Si può anche dire che i lati di questa scala sono il nostro corpo e la nostra anima. Tra questi lati la divina chiamata ha posto per noi diversi gradi di umiltà e di ascesi spirituale.
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Il primo grado di umiltà consiste dunque nel porsi sempre davanti agli occhi il timore di Dio, per evitare nel modo più assoluto di vivere da smemorati. Occorre, infatti, ravvivare sempre il ricordo dei divini comandamenti e considerare ogni momento la realtà dell’inferno che - come fuoco divorante - consuma, per i loro peccati, i dispregiatori di Dio, mentre coloro che lo temono hanno sempre davanti agli occhi la vita eterna per loro preparata. Tenendosi quindi lontano da ogni genere di peccato e di vizio - vale a dire dai peccati del pensiero, della lingua, delle mani, dei piedi e della volontà propria, come pure dai desideri della carne - l’uomo deve essere ben consapevole che Dio continuamente lo guarda dall’alto dei cieli, che tutte le sue azioni sono in ogni tempo allo scoperto sotto i suoi occhi e che gli angeli gliele riferiscono in ogni momento.
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Il secondo grado di umiltà è non amare la volontà propria, quindi non trovare compiacimento nell’assecondare i propri desideri e invece mettere in pratica la parola del Signore che dice: Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. Il terzo grado di umiltà è questo: per amore di Dio sottomettersi in totale obbedienza al superiore, imitando il Signore di cui l’Apostolo dice: Si fece obbediente fino alla morte. Il quarto grado di umiltà si raggiunge quando nell’obbedire, pur trovandosi di fronte a qualcosa di molto duro e contrariante per la natura, e persino di fronte a ingiustizie di ogni genere, si abbraccia la pazienza con maturo e consapevole silenzio interiore, e si rimane saldi, non ci si scoraggia né si indietreggia, poiché la Scrittura dice: Chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato.
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Per dimostrare che il discepolo fedele deve saper sostenere per il Signore ogni genere di prova, la Scrittura mette queste parole sulla bocca di coloro che soffrono: Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Ed essi, sicuri nella speranza della ricompensa divina, proseguono dicendo con gioia: Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di Colui che ci ha amati. I discepoli obbediscono dunque al comandamento del Signore abbracciando la pazienza nelle avversità e nelle ingiustizie: percossi su una guancia, essi porgono anche l’altra; a chi togli loro la tunica, cedono anche il mantello; costretti a fare un miglio di strada, essi ne fanno anche due; con l’apostolo Paolo sopportano i falsi fratelli e, offesi, rispondono con parole di bontà.
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Il quinto grado di umiltà è del monaco che, con umile apertura d’animo, manifesta al suo abate tutti i cattivi pensieri che gli si presentano nel cuore e anche le colpe commesse nascostamente. Il sesto grado di umiltà è che il monaco sia contento di avere per sé tutto quello che vi è di più povero e spregevole, e che di fronte a qualsiasi obbedienza impostagli, egli si ritenga un servo cattivo e indegno, ripetendo tra sé, con il profeta: Io ero stolto e non capivo, davanti a te stavo come una bestia, ma io sono sempre con te. Il settimo grado di umiltà sta nel ritenersi l’ultimo e il più spregevole di tutti non solo a parole, ma sentendosi tale anche nell’intimo del cuore, fino a dire di sé, con il profeta: Io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi sono esaltato, e sono stato umiliato e confuso; e ancora: Bene per me se sono stato umiliato, perché impari ad obbedirti.
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L’ottavo grado di umiltà consiste per il monaco nel fare soltanto ciò che è secondo lo spirito della regola comune e comprovato dal buon esempio degli anziani. Il nono grado di umiltà è del monaco che sa moderare la propria lingua e, fedele alla consegna del silenzio, non parla prima di essere interrogato. Effettivamente la Scrittura insegna che nel molto parlare non si sfugge il peccato e che l’uomo ciarliero va sulla terra senza direzione. Il decimo grado di umiltà consiste nel non essere facile al riso e senza ritegno. Sta scritto infatti: Lo stolto alza la voce mentre ride. L’undicesimo grado di umiltà è proprio del monaco che, quando parla, lo fa pacatamente, senza ridere, con umiltà e gravità, dicendo poche parole e ben pesate, mai alzando la voce. È scritto infatti che il saggio lo si riconosce dalla sobrietà del suo parlare.
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Il dodicesimo grado di umiltà si ha quando il monaco, permeato di umiltà nell’intimo del cuore, con modesto atteggiamento la manifesta anche in tutta la sua persona a coloro che lo vedono. Celebrando l’Opera di Dio, trovandosi nell’oratorio, nel monastero, nell’orto, in viaggio, nei campi, ovunque insomma, sia quando è seduto sia quando cammina o sta in piedi, egli tiene continuamente il capo inchinato, lo sguardo a terra, nella consapevolezza dei suoi peccati, sentendosi come uno che sta per comparire davanti al tremendo giudizio di Dio. E così va ripetendo senza posa nel suo cuore le parole che il pubblicano del Vangelo diceva con gli occhi abbassati: Signore, non sono degno, io peccatore, di alzare gli occhi al cielo; e con il profeta dice pure: Mi sono curvato e umiliato fino all’estremo.
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Ascesi dunque tutti questi gradi di umiltà, il monaco perverrà a quell’amore di Dio che, essendo perfetto, scaccia il timore. Grazie a questo amore, ciò che prima faceva sotto lo stimolo della paura, comincerà a compierlo senza alcun sforzo, quasi spontaneamente, spinto dalla buona consuetudine. Allora non agirà più per timore dell’inferno, ma per amore del Cristo e per l’abitudine al bene e la dolcezza che deriva dalla pratica delle virtù. Ecco quanto il Signore si degnerà di mostrare - con l’azione dello Spirito Santo - nel suo servo ormai purificato dai suoi vizi e dai suoi peccati.
9 Dal Vangelo secondo Matteo.
In quel tempo Gesù disse:
Discorso sull’umiltà di Afraat il Saggio Persiano. (Dimostrazione IX. Sull’umiltà. Traduzione italiana a cura di Sabino Chialà, in “Testi dei Padri della Chiesa”, n° 17, Bose, Qiqajon, 1995)
Molte sono le testimonianze a riguardo dell’umiltà. Si dice infatti nella Scrittura: Gli umili erediteranno la terra e abiteranno su di essa per sempre. E il profeta Isaia dice: A chi rivolgerò lo sguardo e in chi dimorerò se non nel pacifico e nell’umile, che si affanna a causa della mia parola? E ancora è detto: È meglio l’umile di spirito e l’umile di occhi di colui che conquista una città. L’umiltà infatti è la testimonianza dei beni che provengono dal timore di Dio; anzi molti sono i doni che, per l’umiltà, acquistano coloro che la amano. Se cerchi la misericordia, si trova negli umili; l’umiltà è il luogo di dimora della rettitudine. L’umiltà genera sapienza e discernimento; gli umili possiedono la sobrietà. Se cerchi la castità e la pazienza, nell’umile si trovano; per gli umili, l’ascesi è bella e desiderabile. Dolce è la parola dell’umile, radioso il suo volto. L’amore si addice agli umili; in esso sanno lasciarsi guidare. Gli umili si astengono da ogni malvagità, e il loro volto si riempie di gioia a causa del loro cuore buono.
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L’umile ha terrore della contesa, perché questa genera l’invidia. Quando ode parole di ira, l’umile si chiude le orecchie perché le parole non penetrino il suo cuore. Il pensiero dell’umile genera ogni cosa buona e i sensi del suo intelletto meditano bellezze. Gli umili si astengono dalla gelosia, dall’invidia e dalla contesa. La superbia è abominio ai loro occhi e non si associano alla violenza. Da essi allontanano la menzogna e alla calunnia sono estranei. Allontanano e scacciano l’inimicizia, perché sono figli della pace. Dalle loro dimore allontanano e scacciano l’alterigia, poiché hanno riguardo del loro buon nome. Non conoscono l’arroganza, poiché amano la semplicità e la rettitudine, e sono pacifici e quieti. Lontano da essi è il disprezzo, e coloro che disprezzano sono odiosi a loro. Gli occhi della loro mente sono fissi verso l’alto e osservano la bellezza del loro Signore e in lui gioiscono in ogni tempo.
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Gli umili sono figli dell’Altissimo e fratelli di Cristo, egli che Maria accolse a causa della propria umiltà. Maria infatti lodò e magnificò il Signore che si era compiaciuto dell’umiltà della sua serva, mentre non si era compiaciuto dei superbi e degli orgogliosi. L’Altissimo innalza tutti gli umili. Il fariseo e il pubblicano pregavano nel tempio. Il fariseo si esaltava e giustificò se stesso, ma discese a casa sua non purificato; il pubblicano invece, che umiliò se stesso, discese a casa sua giustificato. Ama l’umiltà, mio amato, il cui profumo è soave e il cui sapore è dolce. Molti sono coloro che amano l’umile, innumerevoli coloro che chiedono la sua pace. La parola dell’umile è udita e obbedita, poiché egli la plasma e la esprime con la bilancia. I recessi del suo cuore sono pieni di buoni tesori e la sua bocca genera frutti soavi. L’umiltà è fonte di pace e rivoli di pace scorrono da essa.
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Poiché Adamo volle impadronirsi dell’esaltazione, che non appartiene alla sua condizione, il suo Signore lo riportò alla condizione d’un tempo, di umiliazione. Di questo testimoniò il nostro Salvatore che disse: Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. Adamo si esaltò e fu umiliato e ritornò alla polvere, alla sua condizione d’un tempo. Il nostro Salvatore, altissimo e magnifico, si umiliò e fu esaltato e fu elevato alla sua condizione d’un tempo, e la sua gloria fu accresciuta e tutto gli fu sottomesso. Perciò, mio amato, all’uomo che ama Dio, si addice ed è giusto amare l’umiltà e restare nella sua condizione di umiltà. Poiché se la sua radice è piantata nella terra, i suoi frutti salgono davanti al Signore di grandezza. Gli umili sono semplici, pazienti, amati, integri, retti, esperti nel bene, prudenti, sereni, sapienti, quieti, pacifici, misericordiosi, pronti a convertirsi, benevoli, profondi, ponderati, belli e desiderabili. Colui che ama quest’albero del quale tali sono i frutti, è beato, poiché abita nella pace; e in esso dimora colui che si compiace dei pacifici e degli umili.
ANNO C2 aprile S. Francesco di Paola, monaco 1
Dalla «Lettera XVIII di Adamo di Perseigne J. BOUVET, “Correspondance d’Adam, abbé de Perseigne”. Archives Historiques du Maine, XIII, Le Mans, 1951
Imparate, figli, ad essere umili; e imparatelo da colui che di questa disciplina è maestro ed esempio. Cristo, infatti, è il maestro di questa disciplina, che non solo prima ha insegnato con la parola e con la lingua, ma che nelle opere e in verità ha mostrato come essa vada osservata: «Prendete ‑ dice il maestro buono ‑ prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, poiché sono mite e umile di cuore ... ». Quattro cose, o uomo, egli ti ha messo davanti da imparare, se comprendi bene e se trattieni saldamente ciò che ha comandato. Ti mette davanti cosa imparare, da chi devi imparare, come imparare e con quale frutto. Devi imparare ad essere mite e umile di cuore e imparare da lui, che è mite e umile di cuore; il modo per impararlo è di prendere il suo giogo su di te; il frutto di questo avere imparato è di trovare riposo per la tua anima: «e troverete ‑ dice ‑ riposo per le vostre anime».
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L’arte, dunque, che il cristiano e il discepolo di Cristo deve imparare, l’arte, anzi, che rende il discepolo di Cristo mite, è detta umiltà mite o mansuetudine dell'umile. La perizia di quest'arte non sta nel gran numero di parole, non nell'eleganza dei discorsi, non nella complessità dei problemi, non nelle contrapposizioni delle dispute, ma nella pratica delle buone abitudini e nella testimonianza di una coscienza molto pura. La mansuetudine, infatti, placa le abitudini, unifica l'animo, non danneggia nessuno, non turba nessuno, non sopporta che sia inferta calunnia a nessuno, considera delizie il disprezzo del mondo; provando fastidio per lo strepito dell'agire mondano chiude le occasioni di peccato. Sbarrando l'entrata ai vizi, affidando le porte dei sensi corporali alla sollecitudine della disciplina celebra all'interno il sabato dell'innocenza facendo festa nel riposo della pace interiore.
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La mansuetudine, infatti, mentre ritiene sospetto tutto ciò che si trova all'esterno, si unisce per consueta abitudine alla mano di Colui che le elargisce doni dall'alto e attende dall'interno di essere ristorata. Viene detta «man‑suetudine» come a significare la (con)suetudine della mano poiché è così abituata alla mano di Cristo da non aspirare ad altro che alla sua grazia. L’umiltà, d'altra parte, è compagna inseparabile della mansuetudine e si sforza di raggiungere il riposo della sua santa tranquillità. Di qui il fatto che tra le molestie delle ingiurie, che è inevitabile che essa patisca in gran quantità, fa di tutto per non adirarsi. Poco è dire: «fa di tutto per non adirarsi», poiché, piuttosto, la vera umiltà nelle tribolazioni si gloria. L'umiltà di Paolo si gloria volentieri nelle debolezze, né considera gloria se non quella che profuma della croce di Cristo: «Lungi da me ‑ dice ‑ gloriarmi se non nella croce del Signore nostro Gesù Cristo».
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Come la mansuetudine trova forza nell'innocenza, così l'umiltà confida nella pazienza, mediante la quale considera gioia piena quando le avviene di imbattersi nelle varie tentazioni. Dunque anche la stessa umiltà, premuta dal peso del proprio nome, se ne rimane lieta al suolo; per essa ogni innalzamento è quasi sospetto: dal momento che non si vergogna di rimanersene al suolo non arrossisce di confessarsi terra e cenere, così che, avendo scelto un luogo assai infimo, sia un giorno fatta avanzare con gloria verso un luogo più degno. Sta scritto, infatti: «Chi si umilia sarà esaltato». Rimanendosene al suolo non teme le spine degli scandali né le insidie delle tentazioni, che per pungerla spuntano assai di frequente dal suolo; aderendo, così, alla terra viene triturata e infranta e il profitto della contrizione allieta lei che è calpestata, così da farla erompere in un grido di esultanza e dire: «Un cuore contrito e umiliato, o Dio, non disprezzi».
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Ma rivolgiamoci ormai, come con la lingua così speriamo anche con l'animo, al maestro dal quale dobbiamo imparare. Questo maestro è la sapienza stessa di Dio, artefice di tutte le cose, che ha dato alle cose tutte essenza e forma. Questi è il Verbo onnipotente, che insegna agli uomini la conoscenza. Questi è l'Unigenito del Padre, primogenito della nostra Vergine, il quale preferisce la misericordia al sacrificio: egli è, infatti, pieno di grazia e di verità, lui dal quale ogni vivente riceve benedizione, come sta scritto: «E colma ogni vivente di benedizione». Del maestro bisogna considerare questo: da dove è venuto, cosa ha detto, come è vissuto e cosa ha patito, dove andava, cosa ha promesso, cosa ha minacciato. Egli è venuto dal cuore del Padre, secondo ciò che il Padre stesso afferma quando dice: «II mio cuore ha emesso il Verbo buono». E’ venuto nel cuore della Vergine, come alla stessa Vergine viene detto: «Il Signore è con te». Ha aperto a noi il suo cuore quando ha svuotato se stesso al fine di insegnare a noi un esempio di umiltà. Ha cercato per sé il nostro cuore quando ha mostrato se stesso come amante e abitatore dei cuori, dicendo: «La mia delizia è di essere con i figli degli uomini».
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Sappiamo, dunque, che egli, che nasce dal cuore del Padre, dimora nel cuore della Vergine madre, parla dal cuore, dichiara di amare la dimora dei cuori e che, come non è visto se non da un cuore puro così non è sentito se non da un cuore puro. Se dunque siete uomini dotati di cuore, se amate sentire dentro di voi Gesù abitatore dei cuori è necessario che manteniate con ogni custodia i vostri cuori, come sta scritto: «Mantieni con ogni custodia il tuo cuore». Aveva praticato questa custodia del cuore e aveva attirato l'amante dei cuori colui che diceva: «Dio del mio cuore e Dio mia porzione di eredità in eterno». Ecco da dove viene, da dove è uscito, colui che è la vita dei cuori, il maestro dotato di cuore: cioè dal cuore! Dobbiamo, perciò, scacciare dal nostro cuore ogni impurità, perché possiamo sentire l'unica dolcezza e singolare gioia.
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Una castità vera elimini la concupiscenza della carne; una disciplina seria e il desiderio della purezza interiore allontanino la concupiscenza degli occhi; l'amore per la povertà e il disprezzo dell'onore vincano la superbia della vita. Per questo il Verbo viene mediante la carne; per questo egli sceglie questo modo di venire: affinché nella carne che egli ha accolto all'interno della Vergine la carne disimpari l'amore per la vita carnale; né in modo migliore la divinità del Verbo avrebbe dovuto offrire se stessa senza carne agli uomini carnali, né in modo migliore negli uomini sarebbe potuto morire l'amore per le cose carnali se la presenza stessa del Verbo incarnato non li avesse ammaestrati sulle cose celesti. E cosa potremo dire ormai sull'insegnamento di un così grande maestro? Rendono credibile il suo insegnamento sia la sua incontestabile verità che l'altezza della sapienza celeste. Ne predicano la vita, alla quale l'annuncio offre testimonianza, le opere della giustizia adempiutasi e le somme viscere di misericordia. Rendono onore all'obbedienza della sua passione la purezza della sua massima innocenza e l'umiltà della sua straordinaria pazienza.
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Per il resto, egli è tornato là da dove era venuto e con il trionfo sulla morte ha elevato la nostra natura, nella quale ha voluto essere abbassato a poco meno degli angeli, fin sopra le altezze di tutti gli angeli, fino a farla sedere alla destra del Padre. Ecco, lì siamo, lì viviamo, lì regniamo. Regniamo completamente là dove gioiamo che il nostro essere regni. Non possiamo assolutamente andarcene da lì, dove abbiamo già la parte migliore di noi, cioè il capo. Oh, felici noi, che siamo le membra di questo capo, se a questo capo aderissimo nell'unità della fede e nella compagine dell'amore! In lui abbiamo già ricevuto una caparra della promessa, poiché non dubitiamo minimamente di ciò che egli ha detto nell'evangelo: «Voglio, Padre, che dove sono io lì sia anche il mio servo». Poiché egli ha promesso che avrebbe dato ai suoi grazia e gloria e che intanto vi avrebbe concesso la grazia, abbiate fede che a coloro che fanno buon uso della grazia egli prepara anche la gloria.
9
Dal Vangelo secondo Matteo.
In quel tempo Gesù disse:
Dal trattato di San Bernardo sui gradi dell’umiltà. Quando il Signore dice: Io sono la via, la verità e la vita, ci indica la fatica della strada e la ricompensa della fatica. Egli chiama via l’umiltà che conduce alla verità: la prima è la fatica, l’altra è il frutto della fatica. “Come posso sapere con certezza”, mi domanderai, “che il Signore intendeva parlare dell’umiltà, quando ha detto così: Io sono la via?”. Ascolta ciò che è più chiaro: Imparate da me che sono mite e umile di cuore. Egli propone se stesso come esempio di umiltà, come modello di mansuetudine. Se lo imiti, non cammini nelle tenebre, ma avrai la luce della vita. E cos’è la luce della vita se non la verità, che illuminando ogni uomo che viene in questo mondo, gli indica dove sia la vera vita? Credo di averti dimostrato a sufficienza, partendo dal brano citato del Vangelo, come il frutto dell’umiltà sia la conoscenza della verità. Ma ascolta ancora: Ti ringrazio, Padre del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose - cioè i segreti della verità - ai sapienti e ai prudenti - cioè ai superbi - e le hai rivelate ai piccoli, cioè agli umili. Anche in questo passo appare come la verità, che è nascosta ai superbi, è rivelata agli umili.
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Che significa per noi il fatto che il Signore si sia manifestato in cima a quella scala che fu mostrata a Giacobbe come tipo dell’umiltà, se non che la conoscenza della verità è posta sulla vetta dell’umiltà? Il Signore, dall’alto della scala, guardava come la Verità i cui occhi, come non vogliono ingannare, così non hanno mai conosciuto di essere stati ingannati. Il Signore guardava i figli degli uomini per vedere se vi fosse alcuno che conoscesse o cercasse Dio. Non sembra anche a te che chiami dall’alto e dice a coloro che lo cercano - lui che conosce bene i suoi: Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti? E ancora: Venite a me, voi che siete affaticati e aggravati, ed io vi ristorerò. Venite, egli dice. Dove? A me, la verità. Per quale via? Per la via dell’umiltà. Con quale profitto? Io vi ristorerò. Ma qual è il ristoro che la Verità promette a coloro che salgono verso di lei, e che dona a quanti la raggiungono? Non è forse la carità? Perciò la via dell’umiltà è buona: in essa si cerca la verità, si acquista la carità.
11
Il Figlio, Verbo e Sapienza del Padre, all’inizio trova quella potenza della nostra anima che si chiama ragione, oppressa dalla carne, prigioniera del peccato, cieca per l’ignoranza, tendente alle cose esteriori. Allora, sollevandola con bontà, sostenendola con vigore, istruendola con prudenza, inducendola a ritrarsi in se stessa e servendosene mirabilmente come sua vicaria, la pone quale giudice di se medesima. In questo modo, per la soggezione e il riguardo al Verbo cui è unita, la ragione esercita contro di sé il compito della Verità, di essere cioè accusatrice di se stessa, testimone e giudice. Da questa prima unione del Verbo e della ragione nasce l’umiltà. Lo Spirito Santo, visitando con degnazione l’altra facoltà dell’uomo che si chiama volontà, infetta anch’essa dal veleno della carne ma già scossa dalla ragione, la purifica dolcemente, la rende ardente e la rende misericordiosa. Come una pelle impregnata d’olio si stende, anch’essa, bagnata dall’unzione celeste, si dilata fino all’amore per i nemici. E così, da questa seconda unione dello Spirito di Dio e della volontà umana, procede la carità.
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Ambedue queste facoltà dell’anima, la ragione e la volontà, sono l’una istruita dalla parola di verità, l’altra alimentata dallo Spirito di verità; la prima purificata dall’issopo dell’umiltà, l’altra accesa dal fuoco della carità. L’anima diviene così perfetta: essa è senza macchia per l’umiltà, senza ruga per la carità, perché la volontà obbedisce alla ragione, e la ragione non nasconde la verità. Allora il Padre l’unisce a sé quale sposa gloriosa. Quest’anima beata gioisce nel dire: Il re mi ha introdotto nella sua cella. Ne è divenuta veramente degna, poiché viene dalla scuola dell’umiltà, nella quale ha imparato per prima cosa, sotto il magistero del Figlio, a rientrare in se stessa. È divenuta quindi degna di passare dalla scuola dell’umiltà, sotto la guida dello Spirito Santo e mediante l’amore, nella cella della carità, per la quale dobbiamo soprattutto intendere i cuori degli altri uomini. In questa cella l’anima, coperta di fiori e ricolma di frutti, ossia di buoni desideri e di sante virtù, è infine ammessa nella camera del re, per il quale essa langue d’amore.
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