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Letture della preghiera notturna dei certosini |
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| [Anno A] [Anno C] |
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1
Dalla "Vita di Antonio" di sant'Atanasio.Vita Antonii, 14-17. 19-21. 42. 44. 67. PG XXVI, 863-939.
Antonio passò quasi vent'anni, da solo, nella vita ascetica; non usciva e si faceva vedere raramente. Poi, siccome molti desideravano ardentemente imitare la sua vita di ascesi, e poiché erano venuti altri suoi amici e avevano forzato e abbattuto la porta, Antonio uscì come un iniziato ai misteri da un santuario e come ispirato dal soffio divino. Allora per la prima volta apparve fuori del fortino a quelli che erano venuti a trovarlo. Ed essi, quando lo videro, rimasero meravigliati osservando che il suo corpo aveva l'aspetto abituale e non era né ingrassato per mancanza di esercizio fisico, né dimagrito a causa dei digiuni e della lotta contro i demoni. Era tale e quale l'avevano conosciuto prima che si ritirasse in solitudine. E anche il suo spirito era puro; non appariva triste, né svigorito dal piacere, né dominato dal riso o dall'afflizione. Non provò turbamento al vedere la folla; non gioiva perché salutato da tanta gente, ma era in perfetto equilibrio, governato dal Verbo, nella sua condizione conforme alla natura ricevuta da Dio.
2
Antonio convinse molti ad abbracciare la vita solitaria. E così apparvero dimore di solitari sui monti ed egli guidava tutti come un padre. Un giorno uscì e tutti i monaci gli vennero incontro e lo pregarono di tener loro un discorso. Ed egli rivolse loro queste parole in lingua egiziana. "Le Scritture sono sufficienti alla nostra istruzione, ma è bello esortarci vicendevolmente nella fede e incoraggiarci con le nostre parole. Voi, dunque, come figli, portate al padre quello che sapete e ditemelo; io più anziano di voi, vi affiderò quello che so e che ho imparato dall'esperienza. Per prima cosa sia questo lo sforzo comune a tutti: non cedere all'indolenza dopo che abbiamo iniziato, non scoraggiarci nelle fatiche e non dire: Da molto tempo pratichiamo l'ascesi; piuttosto, accresciamo il nostro zelo come se incominciassimo ogni giorno. L'intera vita dell'uomo è brevissima a paragone dei secoli futuri, tutto il nostro tempo è niente di fronte alla vita eterna.
3
Ogni cosa nel mondo viene venduta secondo il suo prezzo e scambiata con altre cose di pari valore, ma la promessa della vita eterna si compra a un bassissimo prezzo. Sta scritto: Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore [Sal 89,10]. Quand'anche avessimo perseverato nell'ascesi tutti gli ottanta o i cento anni, non regneremo per cento anni, ma, invece di cento anni, regneremo nei secoli dei secoli; dopo aver lottato sulla terra, non è sulla terra che otterremo l'eredità, ma riceveremo la promessa nei cieli e, deposto il corpo corruttibile, ne riceveremo uno incorruttibile. E così, figli miei, non scoraggiamoci e non pensiamo di dar prova di perseveranza o di fare grandi cose. Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi [Rm 8,18]. Non crediamo, guardando al mondo, di aver rinunciato a grandi cose: la terra intera è piccolissima a confronto di tutto il cielo. Se anche fossimo padroni di tutta la terra e vi avessimo rinunciato, neppur questo sarebbe degno del regno dei cieli.
4
Figli, dedichiamoci all'ascesi e non lasciamoci vincere dallo scoraggiamento. Abbiamo il Signore quale nostro aiuto in questa lotta, come sta scritto: Tutto concorre al bene di coloro che scelgono il bene [Rm 8,28]. E per non perderci d'animo è bene meditare la parola dell'Apostolo: Ogni giorno io affronto la morte [1 Cor 15,31]. Se vivremo così anche noi, come se ogni giorno dovessimo morire, non peccheremo. Questo significa che ogni giorno, quando ci svegliamo, dobbiamo pensare che non arriveremo fino a sera, e di nuovo, al momento di coricarci, dobbiamo pensare che non ci sveglieremo più. La nostra vita è incerta per natura ed è misurata giorno per giorno dalla Provvidenza. Se ci comporteremo così e se così vivremo giorno per giorno, non peccheremo, non proveremo desiderio di nulla, non ci adireremo con nessuno né accumuleremo tesori sulla terra, ma, aspettandoci di morire ogni giorno, non possederemo nulla e perdoneremo tutto a tutti. Non saremo dominati dalla concupiscenza per la donna o da altro piacere impuro, ma ce ne allontaneremo come da cose destinate a passare, lottando sempre e tenendo davanti agli occhi il giorno del giudizio. Sempre, infatti, un gran timore e il pericolo dei tormenti dissolvono la dolcezza del piacere e rinsaldano l’anima vacillante. Dal momento che abbiamo cominciato a percorrere la via della virtù, tendiamo verso la mèta.
5
Lottiamo per non essere dominati dall’ira, né posseduti dalla concupiscenza. Sta scritto infatti: L’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio [Gc 1,20]. Poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quand’è consumato, produce la morte [Gc 1,15]. Comportandoci in questo modo, vegliamo attentamente e, come sta scritto, custodiamo con ogni cura il nostro cuore [Cf Prv 4,23]. Abbiamo dei nemici terribili e pieni di risorse, i demoni malvagi: contro di loro è la nostra lotta, come ha detto l'Apostolo: La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti [Ef 6,12]. Numerosa è la moltitudine di queste potenze dell'aria che ci circonda; essi non sono lontano da noi. Fra di loro vi è grande varietà. Si potrebbe parlare a lungo della loro natura e della loro diversità, ma un tale discorso si addice ad altri più grandi di noi. Quel che ora è necessario e indispensabile è soltanto conoscere gli espedienti che utilizzano contro di noi.
6
Non scoraggiamoci, non meditiamo dentro di noi pensieri di viltà, non creiamoci tante paure dicendo: Forse il demonio verrà e mi abbatterà, forse mi solleverà e mi getterà a terra oppure mi assalirà all'improvviso per spaventarmi. Non pensiamo per nulla a queste cose, non rattristiamoci come se dovessimo perire, facciamoci coraggio piuttosto e siamo sempre pieni di gioia pensando che siamo salvati. Nella nostra anima pensiamo che il Signore è con noi, lui che ha messo in fuga i demoni e li ha annientati. Meditiamo e riflettiamo sempre che, se il Signore è con noi, i nemici non potranno farci nulla. Quando arrivano, infatti, adeguano il loro comportamento a quello che trovano in noi e creano immagini conformi ai pensieri che trovano in noi".
7
Tutti gioivano all'udire le parole di Antonio. In alcuni cresceva l'amore per la virtù; altri, negligenti, venivano rafforzati, altri ancora mutavano convinzioni. Tutti poi erano persuasi di poter disprezzare le insidie del demonio e ammiravano il dono del discernimento degli spiriti che il Signore aveva concesso ad Antonio. Sui monti le abitazioni dei solitari erano come dimore piene di cori divini che cantavano i salmi, studiavano la parola di Dio, digiunavano, pregavano, esultavano nella speranza dei beni futuri, lavoravano per fare l'elemosina, vivevano in amore e concordia vicendevole. Si poteva vedere veramente una regione solitaria tutta consacrata al servizio di Dio e alla giustizia. Non c'era là nessuno che patisse ingiustizia o si lamentasse degli agenti del fisco, ma vi era una moltitudine di asceti e in tutti l'unica preoccupazione era quella della virtù. E così chi vedeva le loro dimore e tale schiera di monaci poteva esclamare: Come sono belle le tue tende, Giacobbe, le tue dimore, Israele! Sono come torrenti che si diramano, come giardini lungo un fiume, come aloe, che il Signore ha piantati, come cedri lungo le acque [Nm 24,5-6]. Antonio, ritiratosi nella sua dimora, come era sua abitudine, intensificava l'ascesi. Ogni giorno sospirava pensando alle dimore celesti, ne aveva desiderio e meditava sulla breve durata della vita umana.
8
Il volto di Antonio era pieno di grazia. Aveva ricevuto inoltre questo dono straordinario da parte del Salvatore: se anche si trovava in mezzo a una folla di monaci e qualcuno che non lo conosceva ancora desiderava vederlo, questi lasciava gli altri e correva subito da lui, come attirato dai suoi occhi. Non si distingueva dagli altri, perché fosse più alto o più forte, ma per la disposizione del suo carattere e per la purezza dell'anima. La sua anima, infatti, era in pace e quindi anche il suo comportamento esterno era tranquillo; la gioia del cuore rendeva lieto il suo volto e i movimenti del corpo lasciavano intuire e percepire lo stato della sua anima, come sta scritto: Un cuore lieto rende ilare il volto, ma, quando il cuore è triste, lo spirito è depresso [Prv 15,13]. Fu così che Giacobbe comprese che Labano stava macchinando insidie e disse alle donne: Io mi accorgo dal volto di vostro padre che egli verso di me non è più come prima [Gn 31,5]. Così si poteva riconoscere anche Antonio; non era mai turbato, la sua anima era in pace, non era mai triste, perché la sua anima era piena di gioia.
9 Dal vangelo secondo Matteo.
Gesù rispose al giovane: «Se vuoi essere perfetto, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi».
Da un Discorso attribuito a un ignoto autore renano-fiammingo.Sermon pour le dimanche de la Sexagésime. Œuvres complètes de Jean Tauler. Trad. Noël, Tralin, Paris, 1911, t.II, pp. 77-79. 82-83.
Se mai aspiri, o uomo, a diventare un perfetto cristiano, devi uscire completamente. Tu mi dirai: "Uscire da dove?". Dalla tua volontà propria, dal tuo giudizio soggettivo, dal tuo modo proprio di vedere e sentire. Questa è la strada, non ce ne sono altre. Avrai Dio per unico scopo di tutta la tua esistenza, amerai lui solo, bramando il suo onore e la sua gloria. Ossèrvati con cura minuziosa e se scorgi in te, nell'anima o nel corpo, un angolino in cui ti ritrovi e ti possiedi, sappi che da lì tu devi uscire. Qualora la società oppure qualcosa di creato, non solo materiale ma anche bene dello spirito, ti stia a cuore e in esso ti ricerchi, è assolutamente necessario staccarti da ciò. Occorre sottrarsi dalla dispersione della molteplicità se vuoi che Dio operi in te con efficacia. Ma non basta: esaminerai attentamente l'attività che ti è propria, le tue facoltà e abitudini inveterate e malsane, gli atteggiamenti, ciò che vincola l'affettività, in una parola quanto ti avvolge e ti blocca: tutto questo lo devi piegare, ridurre, spezzare, abbandonare virilmente.
10
Quando la formica non vuole che il grano germogli ai fini di conservare per sé quel cibo, rosicchia la cima da dove dovrebbe spuntare il fusto. Anche tu fa lo stesso con quello che attira il tuo cuore in modo eccessivo, sollecita troppo vivamente il tuo affetto umano, ti avvince con gusto e piacere esagerato: rodilo, abbandonalo. Altrimenti ti esporrai a gravi cadute proprio quando ti sentirai più al sicuro. Occorre perciò che tu esca da tutto. Gli studiosi ci insegnano che l'uomo esce da se stesso mediante la volontà illuminata dall'intelletto. Quando conosco qualcosa, l'attiro dentro di me; allora la volontà trova che è un bene, vi si slancia e vuole raggiungerlo per trovare in esso quiete.
11
Quando la volontà ama, è attirata dalla bontà dell'oggetto amato, per cui esce e si protende su ciò che ama con quanto in essa e nelle creature vi è di bene. Se, però, è attirata da un amore impuro e fallace, non esce né si diffonde, resta chiusa in se stessa, paga di raggiungere questo o quello mediante l'intenzione. Proprio così entrano, ma non escono, tutti coloro che cercano il proprio interesse in Dio o nelle creature: il loro è un amore fittizio, un amore interessato, che non vale un soldo. Il vero fedele, nel suo amore per Dio, si sforzerà di uscire da se stesso: avendo di mira unicamente lui, non cercherà il proprio piacere, la propria ricompensa o qualche altro vantaggio personale. Tutto invece farà, patirà, lascerà esclusivamente per amor di Dio e per la sua gloria, quand'anche non dovesse mai riceverne in cambio la minima ricompensa. Senz'altro sa bene, può contare che non sarà così, ma il pensiero, il desiderio della ricompensa devono rimanere nell'ombra, non assurgere a motivazione intenzionale.
12
Quando ti sentirai abbandonato da tutte le creature, sprofóndati nell'immensa povertà di Cristo, rimetti il tuo libero arbitrio all'Onnipotente con totale rinuncia della tua volontà: essa è troppo nobile perché Dio le faccia violenza. E poiché nulla è più caro all'uomo della volontà e del libero arbitrio, nessun sacrificio sarà più gradito a Dio di questo. Non esiste opera, non c'è povertà di Cristo o di un uomo qualsiasi, che riesca più gradita a Dio e più utile a chi la compie, dell'abnegazione della volontà. La buona volontà è una virtù così grande e così nobile che attraverso un desiderio perfetto può acquisire una certa conformità con le opere esterne di Cristo stesso. Per povero che uno sia, ha sempre la possibilità di possedere e quindi potrà abbandonare tutte le ricchezze dell'uomo più facoltoso, se abbandona tutto quello che ha.
Anno C
17 gennaio SANT'ANTONIO, Abate
Lettera
di sant'Antonio ai monaci di Arsinoe. Lettera IV,1-3.8-10.12. In
S.ATANASIO, "Vita di Antonio, Apoftegmi , Lettere" a cura di
L. Cremaschi Paoline, 1984, 215-217. 221-226. Antonio saluta nel Signore tutti i suoi cari fratelli
della regione di Arsinoe e dei suoi dintorni e tutti quelli che stanno
con loro. Saluto nel Signore voi tutti, miei cari, che vi siete
preparati ad andare verso Dio, saluto voi tutti piccoli e grandi,
uomini e donne che, per la vostra natura spirituale, siete figli santi
di Israele. Figlioli, davvero grande è la beatitudine che vi è
stata donata e la grazia concessa a questa vostra generazione. A
motivo di Colui che vi ha visitati, è bene che non vi lasciate
vincere dalla fatica della lotta, fino al momento in cui potrete
offrire voi stessi in tutta purezza quali vittime a Dio; senza purezza
nessuno può ricevere l'eredità. Miei cari, è importante che vi interroghiate sulla
natura spirituale in cui non vi è più né maschio né femmina, ma
solo quella natura immortale che ha un inizio, ma non avrà mai una
fine. Bisogna sapere per quale motivo è caduta a
tal grado di abiezione e di vergogna; nessuno è stato risparmiato. 2 Bisogna conoscere il motivo della caduta, perché la
nostra natura è immortale e non si dissolverà insieme con il corpo. Dio vide che la ferita dell'uomo era incurabile e
profondissima e nella sua misericordia visitò le sue creature. Nella
sua bontà, dopo un certo tempo, diede loro la legge e le aiutò
servendosi di Mosè perché consegnasse loro la legge. Mosè pose loro le fondamenta della dimora della
verità e voleva curare questa profonda ferita, ma non poté portare a
compimento la costruzione della casa. Poi si radunò tutta l'assemblea
dei santi ed essi chiedevano al Padre per la sua bontà che venisse il
nostro Salvatore per la salvezza di noi tutti perché, egli è il
nostro sommo sacerdote fedele, vero medico in grado di guarire la
nostra grande ferita. Per volontà del Padre egli si privò della sua
gloria; era Dio e prese la forma
di servo consegnando se stesso per i nostri peccati (Cf Fil
2,6‑7). I nostri peccati lo hanno umiliato, ma per
le sue piaghe noi siamo stati guariti (Is 53,5). 3 Figli miei, amati nel Signore, voglio che sappiate
che a causa della nostra stoltezza il nostro Salvatore ha assunto la
forma della debolezza, a causa della nostra povertà ha assunto la
forma della povertà, a causa della nostra morte ha assunto la forma
mortale; tutto questo ha sopportato per noi. In
verità, amati nel Signore, non dobbiamo concedere sonno ai nostri
occhi né riposo alle nostre palpebre, ma preghiamo e facciamo
violenza alla bontà del Padre, finché non venga in nostro aiuto; così
potremo consolare Gesù nella gioia della sua venuta, potremo rendere
efficace il ministero dei santi che operano in nostro favore supplendo
alla nostra negligenza qui sulla terra ed esortarli ad aiutarci nel
tempo della nostra tribolazione. Allora insieme gioiranno chi semina e
chi miete (Cf Gv 4,36). 4 Figli miei carissimi, vi supplico, non vi sia
faticoso né gravoso l'amore vicendevole. Prendete questo corpo di cui
siete rivestiti e fatene un altare; su di esso deponete ogni vostro
pensiero e alla presenza del Signore abbandonate ogni proposito
malvagio. Innalzate a Dio le mani del vostro cuore, cioè lo spirito
che agisce in voi e supplicate Dio che vi faccia dono del suo grande
fuoco invisibile. Esso dal cielo discenda tra di voi e consumi
l'altare e tutto quanto è deposto sopra di esso. Tutti i sacerdoti di
Balaal, i vostri nemici e le loro opere malvage, abbiano timore e
fuggano davanti a voi come davanti al profeta Elia (Cf 1 Re 18,38-40).
Allora vedrete emergere dalle acque della fonte divina un uomo che farà
piovere per voi una pioggia spirituale, lo Spirito Paraclito. Figli miei carissimi nel Signore, stirpe di Israele,
non è necessario proclamare beati e ricordare i nomi del vostro
essere di carne destinato alla morte. Voi conoscete l'amore che provo
per voi e non è un amore carnale, ma un amore spirituale, opera di
Dio. 5 Credo che sia una grande beatitudine per voi l'aver
cercato di conoscere la vostra miseria e l'aver reso salda in voi
quella natura invisibile che non è destinata a passare insieme con il
corpo. Perciò ritengo che la beatitudine vi sia stata accordata in
questa vita. Sappiate questo: non pensate che sia opera vostra
intraprendere l'opera di Dio, il progredire in essa, ma è frutto di
una potenza divina che sempre vi aiuta. Aspirate sempre ad offrire voi
stessi quali vittime a Dio e accogliete con fervore la potenza che
viene in vostro aiuto. Offrirete così consolazione a Cristo Gesù
quando farà ritorno, a tutta l'assemblea dei santi e anche a me,
povero uomo, che dimoro in questo corpo di fango e di tenebra. Vi dico questo per consolarvi e vi prego perché noi
tutti siamo stati creati da un'unica natura invisibile che ha un
inizio ma non ha una fine. Chi conosce se stesso, sa che la natura che
ci unisce è immortale. 6 Voglio
che sappiate che il nostro Signore Gesù Cristo è il vero intelletto
del Padre, da lui furono create tutte le nostre nature spirituali a
immagine della sua Immagine, perché egli è il capo di tutta la
creazione e del corpo che è la Chiesa. Così dunque noi tutti siamo membra gli uni degli
altri e corpo di Cristo (1 Cor
12,27); la testa non può dire ai piedi: non mi siete necessari, e
se un membro soffre. tutte le membra soffrono insieme (1 Cor 12,26).
E così se un membro si rende estraneo al corpo e non comunica con la
testa, compiacendosi nelle passioni del corpo, è colpito da una
ferita incurabile e ha dimostrato qual è il suo principio e quale la
sua fine. Per questo il Padre della creazione fu mosso a pietà
per questa nostra ferita che non poteva essere guarita da nessuna
creatura, ma solamente dalla bontà del Padre. Ci mandò allora il suo
Figlio unigenito che a motivo della nostra schiavitù ha assunto la
condizione di servo e ha consegnato se stesso per i nostri peccati. Le
nostre iniquità lo hanno umiliato, ma per
le sue piaghe noi siamo stati guariti. Ci ha radunato da tutte le nazioni per far risorgere
i nostri cuori dalla terra e per insegnarci che noi tutti facciamo
parte di un'unica natura e siamo membra gli uni degli altri. Per
questo dobbiamo amarci profondamente gli uni gli altri perché chi ama
il suo prossimo amerà Dio e chi ama Dio ama se stesso. 7 Vi
sia ben chiaro anche questo, figli miei che io amo nel Signore, santa
stirpe di Israele. Siate pronti ad andare al Signore e ad offrire voi
stessi quali vittime a Dio in tutta purezza, quella purezza che
nessuno potrà ricevere in eredità se già non la possiede. Carissimi, non sapete che i nemici del bene meditano
sempre disegni malvagi a danno della verità? Perciò, carissimi,
siate vigilanti, non concedete sonno ai vostri occhi né riposo alle
vostre palpebre; invocate il vostro Creatore giorno e notte perché
venga in vostro aiuto dall'alto e custodisca i vostri cuori e i vostri
pensieri. In verità, figlioli, abitiamo nella dimora di un
ladro e siamo incatenati con vincoli di morte. Noi siamo negligenti,
siamo caduti in uno stato deplorevole e ci siamo resi estranei al
bene; in verità vi dico, tutto questo non solo costituisce la nostra
rovina, ma è anche motivo di sofferenza per tutti gli angeli e i
santi di Cristo; in realtà non abbiamo ancora offerto loro un motivo
di consolazione. 8 In verità, figli miei nel Signore, io supplico
giorno e notte il mio Creatore dal quale ho ricevuto lo Spirito, di
aprire gli occhi del vostro cuore perché conosciate l'amore che vi
porto e di aprire anche gli orecchi del vostro cuore perché possiate
vedere la vostra miseria. Chi ha coscienza del suo disonore cerca subito la
grazia a cui è stato chiamato e chi percepisce il suo stato di morte comprende anche la vita eterna. Parlo con voi
come a sapienti (Cf 1 Cor 10,15), figli miei. In verità temo che
lungo il cammino vi colga la fame in un posto in cui avreste dovuto
essere nell'abbondanza. Avrei desiderato vedere personalmente i vostri volti,
ma aspetto il tempo ormai vicino in cui potremo vederci a faccia a
faccia, quando saranno passati il dolore, la tristezza e il pianto,
quando felicità perenne
splenderà sul vostro capo (Cf Is 35,10). Volevo raccontarvi molte altre cose, ma se offrirete
al saggio un'occasione di saggezza, diventerà ancora più saggio (Cf
Prv 9,9). Figli amatissimi, vi saluto tutti uno per uno. 9 Dal
vangelo secondo Matteo.
19,16-21 Gesù rispose al giovane: "Se
vuoi essere perfetto, va', vendi
quello che possiedi, dallo ai poveri e
avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi". Dalla
Vita di sant'Antonio" scritta da Sant'Atanasio. Vita S.Antonii 2-5.7. PG 26,842.843.846.847.851.854.Traduzione a cura di L.Cremaschi, Paoline,1984,99-104.107-109. Dopo la morte dei genitori, Antonio rimase solo con
una sorella ancora molto piccola. Aveva diciotto o vent'anni e si
prendeva cura egli stesso della casa e della sorella. Non erano ancora passati sei mesi dalla morte dei
genitori e, come al solito, andava in chiesa; mentre camminava e
meditava fra sé e sé, pensava a come gli apostoli avessero lasciato
tutto per seguire il Salvatore; rifletteva come quelli di cui si parla
negli Atti (Cf At 4,35‑37), venduti i propri beni, portassero il
ricavato e lo deponessero ai piedi degli apostoli perché fosse
distribuito a chi ne aveva bisogno e quale e quanto grande fosse la
speranza riservata loro nei cieli. Pensando a queste cose, entrò in chiesa e avvenne
che proprio in quel momento venisse letto l'Evangelo e sentì il
Signore che diceva al ricco: Se
vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri
e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi. Antonio, come se il ricordo dei santi fosse stato
ispirato in lui da Dio stesso e come se la lettura dell'Evangelo fosse
proprio per lui, subito uscì dalla chiesa, donò alla gente del suo
villaggio i beni che aveva ereditato dai genitori; si trattava di
trecento arure, cioè quasi tre mila metri quadri, di terra fertile e
buonissima - perché quella proprietà non creasse fastidi né a lui né
alla sua sorella. Vendette poi tutti gli altri beni mobili che
possedeva, ne ricavò una considerevole somma di denaro e la diede ai
poveri, riservandone una piccola parte per la sorella. 10 Entrando
di nuovo in chiesa, Antonio, come sentì il Signore che diceva
nell'Evangelo: Non affannatevi per il domani(Mt 6,34) non poté restare più oltre, ma uscì e distribuì anche quei
pochi beni ai poveri. Poi affidò la sorella a vergini fedeli che
conosceva e la lasciò perché fosse allevata nella verginità. Egli
stesso si dedicò a vita ascetica davanti a casa sua, vigilando su se
stesso e sottoponendosi a una dura disciplina. Allora, infatti, non c'erano ancora in Egitto
tanti monasteri e i monaci non conoscevano ancora il grande deserto;
chi voleva vigilare sulla propria vita si dedicava all'ascesi in
solitudine non lontano dal proprio villaggio. Vi era al tempo di Antonio nel villaggio vicino un
vecchio che dalla giovinezza si era esercitato nella vita in
solitudine. Antonio lo vide e gareggiò con lui nel bene. In un primo tempo cominciò anch'egli ad abitare nei
dintorni del villaggio e, quando sentiva parlare di qualcuno che era
pieno di fervore, andava a cercarlo come una saggia ape; non faceva
ritorno a casa sua prima di averlo visto e di aver ricevuto una sorta
di viatico per perseverare nella via della virtù. Qui, dunque, trascorse i primi tempi e si confermava nel suo proposito per non volgersi di nuovo al pensiero dei beni terreni, né al ricordo dei parenti, ma ogni sua cura e desiderio erano volti all'ascetismo. 11 Antonio
lavorava con le proprie mani, poiché aveva udito: Chi
non vuol lavorare, neppure mangi (2 Ts 3,10). Parte del suo lavoro gli serviva per procurarsi il
pane, parte lo distribuiva ai poveri. Pregava continuamente sapendo che bisogna pregare in
disparte senza interruzione, ed era così attento alla lettura delle
Scritture che nulla di quanto vi è scritto cadeva a terra, ma
ricordava tutto e la memoria stava al posto dei libri. Così viveva
Antonio e per questo era amato da tutti. Il diavolo, nemico del bene e invidioso, non sopportò
di vedere in un giovane tale proposito di vita e incominciò a mettere
in opera anche contro di lui quel che aveva concepito di fare. Per
prima cosa cercò di distoglierlo dalla vita ascetica ispirandogli il
ricordo delle ricchezze, la sollecitudine per la sorella, l'affetto
per i parenti. Destava in lui anche l'amore per il denaro, il
desiderio di gloria, il piacere di un cibo svariato e ogni altro
godimento della vita. Infine gli suggeriva il pensiero di come sia aspra la
via della virtù e quali fatiche richieda e gli metteva dinanzi la
debolezza del corpo e la lunghezza del tempo. Insomma risvegliò nella
sua mente una tempesta di pensieri perché voleva distoglierlo dalla
sua giusta decisione. 12 Antonio, che aveva appreso dalle Scritture che molte
sono le insidie del Nemico, si dedicava intensamente all'ascesi,
pensando che anche se il diavolo non era riuscito a ingannare il suo
cuore mediante il piacere del corpo, avrebbe cercato di tendergli
qualche altro genere di insidie; il demonio è amico del peccato. Antonio, dunque, trattava sempre più duramente il
suo corpo e lo riduceva in schiavitù (Cf 1 Cor 9,27), perché, dopo aver
riportato la vittoria su alcune tentazioni, non soccombesse in altre.
Decise dunque di abituarsi a un regime di vita più duro. Molti si
meravigliavano, ma Antonio sopportava sempre più facilmente la
fatica, perché il suo zelo perseverante aveva generato in lui buone
abitudini. Antonio
non si ricordava del tempo trascorso, ma ogni giorno, come se
incominciasse la vita d'ascesi in quel momento, si sforzava sempre di più
per progredire e ripeteva continuamente le parole di Paolo: Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta
(Fi1 3,13) . Ricordava anche le parole del profeta Elia che dice:
E' vivente il Signore degli
eserciti alla cui presenza io oggi sto (Cf 1 Re 17,1; 18,15).
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