Letture della preghiera notturna dei certosini

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15 agosto

 

 

 ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

 

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Ciclo A

 

15 agosto

Assunzione della B. V. Maria

1

Dal Cantico dei Cantici.                                                              1,1-5,1

      La sposa

Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.
Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi,
profumo olezzante è il tuo nome,
per questo le giovinette ti amano.
Attirami dietro a te, corriamo!
M'introduca il re nelle sue stanze:
gioiremo e ci rallegreremo per te,
ricorderemo le tue tenerezze più del vino.
A ragione ti amano!

               La sposa

Bruna sono ma bella,
o figlie di Gerusalemme,
come le tende di Kedar,
come i padiglioni di Salma.
Non state a guardare che sono bruna,
poiché mi ha abbronzato il sole.
I figli di mia madre si sono sdegnati con me:
mi hanno messo a guardia delle vigne;
la mia vigna, la mia, non l'ho custodita.

     2 1,7-14                                       

Dimmi, o amore dell'anima mia,
dove vai a pascolare il gregge,
dove lo fai riposare al meriggio,
perché io non sia come vagabonda
dietro i greggi dei tuoi compagni.

               Il coro

Se non lo sai, o bellissima tra le donne,
segui le orme del gregge
e mena a pascolare le tue caprette
presso le dimore dei pastori.

               Lo sposo

Alla cavalla del cocchio del faraone
io ti assomiglio, amica mia.
Belle sono le tue guance fra i pendenti,
il tuo collo fra i vezzi di perle.
Faremo per te pendenti d'oro,
con grani d'argento.

               Duetto

Mentre il re è nel suo recinto,
il mio nardo spande il suo profumo.
Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra,
riposa sul mio petto.
Il mio diletto è per me un grappolo di cipro
nelle vigne di Engàddi.

     3   1,15-2,7

Come sei bella, amica mia, come sei bella!
I tuoi occhi sono colombe.
Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!
Anche il nostro letto è verdeggiante.
Le travi della nostra casa sono i cedri,
nostro soffitto sono i cipressi.

Io sono un narciso di Saron,
un giglio delle valli.
Come un giglio fra i cardi,
così la mia amata tra le fanciulle.
Come un melo tra gli alberi del bosco,
il mio diletto fra i giovani.
Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo
e dolce è il suo frutto al mio palato.
Mi ha introdotto nella cella del vino
e il suo vessillo su di me è amore.
Sostenetemi con focacce d'uva passa,
rinfrancatemi con pomi,
perché io sono malata d'amore.
La sua sinistra è sotto il mio capo
e la sua destra mi abbraccia.
Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
per le gazzelle o per le cerve dei campi:
non destate, non scuotete dal sonno l'amata,
finché essa non lo voglia.

          2,8-17

               La sposa

Una voce! Il mio diletto!
Eccolo, viene
saltando per i monti,
balzando per le colline.
Somiglia il mio diletto a un capriolo
o ad un cerbiatto.
Eccolo, egli sta
dietro il nostro muro;
guarda dalla finestra,
spia attraverso le inferriate.
Ora parla il mio diletto e mi dice:
“Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
Perché, ecco, l'inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n'è andata;
i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna.
Il fico ha messo fuori i primi frutti
e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,
nei nascondigli dei dirupi,
mostrami il tuo viso,
fammi sentire la tua voce,
perché la tua voce è soave,
il tuo viso è leggiadro”.
Prendeteci le volpi,
le volpi piccoline
che guastano le vigne,
perché le nostre vigne sono in fiore.
Il mio diletto è per me e io per lui.
Egli pascola il gregge fra i figli.
Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
ritorna, o mio diletto,
somigliante alla gazzella
o al cerbiatto,
sopra i monti degli aromi.

     5       3,1-5

Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato
l'amato del mio cuore;
l'ho cercato, ma non l'ho trovato.
"Mi alzerò e farò il giro della città;
per le strade e per le piazze;
voglio cercare l'amato del mio cuore”.
L'ho cercato, ma non l'ho trovato.
Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda:
"Avete visto l'amato del mio cuore?”.
Da poco le avevo oltrepassate,
quando trovai l'amato del mio cuore.
Lo strinsi fortemente e non lo lascerò
finché non l'abbia condotto in casa di mia madre,
nella stanza della mia genitrice.

               Lo sposo

Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
per le gazzelle e per le cerve dei campi:
non destate, non scuotete dal sonno l'amata
finché essa non lo voglia.

     6     3,6-11

               Il poeta

Che cos'è che sale dal deserto
come una colonna di fumo,
esalando profumo di mirra e d'incenso
e d'ogni polvere aromatica?
Ecco, la lettiga di Salomone:
sessanta prodi le stanno intorno,
tra i più valorosi d'Israele.
Tutti sanno maneggiare la spada,
sono esperti nella guerra;
ognuno porta la spada al fianco
contro i pericoli della notte.
Un baldacchino s'è fatto il re Salomone,
con legno del Libano.
Le sue colonne le ha fatte d'argento,
d'oro la sua spalliera;
il suo seggio di porpora,
il centro è un ricamo d'amore
delle fanciulle di Gerusalemme.
Uscite figlie di Sion,
guardate il re Salomone
con la corona che gli pose sua madre,
nel giorno delle sue nozze,
nel giorno della gioia del suo cuore.

     7       4,1-7

               Lo sposo

Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad.
I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate,
e nessuna è senza compagna.
Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo.
Come la torre di Davide il tuo collo,
costruita a guisa di fortezza.
Mille scudi vi sono appesi,
tutte armature di prodi.
I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli.
Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
me ne andrò al monte della mirra
e alla collina dell'incenso.
Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.

     8    4,8-5,1

Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell'Amana,
dalla cima del Senìr e dell'Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L'odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c'è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.
Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d'alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
Fontana che irrora i giardini,
pozzo d'acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

               La sposa

Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

               Lo sposo

Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;
mangio il mio favo e il mio miele,
bevo il mio vino e il mio latte.


                              Lo
sposo

Mangiate, amici, bevete;
inebriatevi, o cari. 

9

Dal vangelo secondo Luca.              1,46-55

Maria disse: “L'anima mia magnifica il Signore”.

Dalle Omelie di san Giovanni Damasceno.

In Dormitione Mariæ , I, 8. 10-12.   SC 80, 100-102. 106-114.

      Ecco che tutte le generazioni ti chiamano beata, come tu hai detto, o Maria. Le figlie di Gerusalemme, cioè della Chiesa, ti hanno visto e ti hanno proclamata beata; le regine, ossia le anime dei giusti, ti loderanno nei secoli.[1]

      Tu sei il trono regale, presso cui si erano disposti gli angeli, contemplando il loro Signore e Creatore seduto su quel trono.[2]

      Tu hai assunto il ruolo di Eden spirituale, più sacro e più divino di quello antico: mentre in quello abitava l'Adamo  tratto dalla terra, in te il Signore che viene dal cielo.[3]

      L'arca ti ha prefigurato, quado salvò il seme della nuova creazione; tu hai generato Cristo, salvezza del mondo, che ha sommerso il peccato e placato i suoi flutti.

      Il roveto ti ha prefigurato, le tavole scritte da Dio ti hanno predeterminato, l'arca della legge ti ha preannunciato; chiaramente ti hanno prefigurata l'urna d'oro, il candelabro, la tavola e la verga di Aronne che era fiorita.

10

      Come mai colei che nel parto ha oltrepassato i limiti della natura ora si piega alle sue leggi e il corpo immacolato è sottomesso alla morte? È necessario, infatti, deporre ciò che è mortale per rivestire l'incorruttibilità, poiché il Signore della natura non si è sottratto all'esperienza della morte.

      In che modo, o Maria, chiameremo il mistero che ti coinvolge? Morte? Ma anche se, come richiede la natura, la tua anima tutta santa e beata è separata dal tuo corpo beatissimo e immacolato e se il corpo è consegnato alla tomba seguendo la legge comune, tuttavia non rimane nella morte e non è distrutto dalla corruzione. Il corpo di colei la cui verginità rimase intatta durante il parto, dopo la morte fu custodito intatto e trasportato in una dimora migliore e più divina, non colpita dalla morte e destinata a durare per i secoli infiniti.

11

      Non sei salita al cielo come Elia[4], né come Paolo sei stata trasportata al terzo cielo,[5] ma sei giunta fino al trono regale di tuo Figlio, dove contempli con i tuoi stessi occhi e stai alla sua presenza nella gioia, con grande e indicibile confidenza.

      Per gli angeli e per tutte le potenze sovracosmiche sei giubilo indicibile, per i patriarchi letizia senza fine, per i giusti gioia inesprimibile, per i profeti motivo di incessante esultanza.

      Benedici il mondo, santifichi l'universo, sei sollievo per chi patisce, consolazione per chi piange, guarigione per chi è malato; sei porto nelle tempeste, perdono dei peccati, benevolo conforto per chi è afflitto. Tu sei pronto aiuto per tutti quelli che ti invocano.

12

      Quando dichiariamo beata la morte dei servi di Dio, soltanto la conclusione della loro vita dà la sicurezza definitiva di essere graditi al Signore; per questo la loro morte è proclamata beata, perché sigilla la loro perfezione e ne manifesta la beatitudine, donando la solidità della virtù, come afferma la Scrittura: Prima della fine non chiamare nessuno beato.[6]

      Ma non a te, o Maria, riferiremo ciò. La tua beatitudine non deriva dalla morte e il trapasso non è stato un perfezionamento. Non è neppure il tuo emigrare da questa vita a confermarti nella grazia. Il principio, il mezzo e la fine di tutti i tuoi incomprensibili privilegi, la loro stabilità e l'autentica conferma furono il concepimento verginale, l'inabitazione divina e il prato  rimanendo integra. Perciò, l'hai detto con verità, non dalla morte, ma fin dal concepimento stesso sei                  chiamata beata da tutte le generazioni. Non la morte ti ha beatificata, ma tu stessa hai glorificato la morte, liberandola dalla tristezza e facendola apparire una gioia.




[1]Cf Ct 6,9 e Pro 31,28

[2]Cf Dn 6.9 e Pro 31,28

[3]1 Cor 15,47

[4]Cf 2 Re 2,11

[5]2 Cor 12,2

[6]Sir 11,28

 

 

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15 agosto

 

 

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Ciclo B

 

15 agosto

Assunzione della B. V. Maria

1

Inizio del Cantico dei Cantici.     1, 1-6

               La sposa

Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.
Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi,
profumo olezzante è il tuo nome,
per questo le giovinette ti amano.
Attirami dietro a te, corriamo!
M'introduca il re nelle sue stanze:
gioiremo e ci rallegreremo per te,
ricorderemo le tue tenerezze più del vino.
A ragione ti amano!

               La sposa

Bruna sono ma bella,
o figlie di Gerusalemme,
come le tende di Kedar,
come i padiglioni di Salma.
Non state a guardare che sono bruna,
poiché mi ha abbronzato il sole.
I figli di mia madre si sono sdegnati con me:
mi hanno messo a guardia delle vigne;
la mia vigna, la mia, non l'ho custodita.

2

Dimmi, o amore dell'anima mia,
dove vai a pascolare il gregge,
dove lo fai riposare al meriggio,
perché io non sia come vagabonda
dietro i greggi dei tuoi compagni.

               Il coro

Se non lo sai, o bellissima tra le donne,
segui le orme del gregge
e mena a pascolare le tue caprette
presso le dimore dei pastori.

               Lo sposo

Alla cavalla del cocchio del faraone
io ti assomiglio, amica mia.
Belle sono le tue guance fra i pendenti,
il tuo collo fra i vezzi di perle.
Faremo per te pendenti d'oro,
con grani d'argento.

               Duetto

Mentre il re è nel suo recinto,
il mio nardo spande il suo profumo.
Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra,
riposa sul mio petto.
Il mio diletto è per me un grappolo di cipro
nelle vigne di Engàddi.

3

Come sei bella, amica mia, come sei bella!
I tuoi occhi sono colombe.
Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!
Anche il nostro letto è verdeggiante.
Le travi della nostra casa sono i cedri,
nostro soffitto sono i cipressi.

Io sono un narciso di Saron,
un giglio delle valli.
Come un giglio fra i cardi,
così la mia amata tra le fanciulle.
Come un melo tra gli alberi del bosco,
il mio diletto fra i giovani.
Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo
e dolce è il suo frutto al mio palato.
Mi ha introdotto nella cella del vino
e il suo vessillo su di me è amore.
Sostenetemi con focacce d'uva passa,
rinfrancatemi con pomi,
perché io sono malata d'amore.
La sua sinistra è sotto il mio capo
e la sua destra mi abbraccia.
Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
per le gazzelle o per le cerve dei campi:
non destate, non scuotete dal sonno l'amata,
finché essa non lo voglia.

4

               La sposa

Una voce! Il mio diletto!
Eccolo, viene
saltando per i monti,
balzando per le colline.
Somiglia il mio diletto a un capriolo
o ad un cerbiatto.
Eccolo, egli sta
dietro il nostro muro;
guarda dalla finestra,
spia attraverso le inferriate.
Ora parla il mio diletto e mi dice:
“Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
Perché, ecco, l'inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n'è andata;
i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna.
Il fico ha messo fuori i primi frutti
e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,
nei nascondigli dei dirupi,
mostrami il tuo viso,
fammi sentire la tua voce,
perché la tua voce è soave,
il tuo viso è leggiadro”.
Prendeteci le volpi,
le volpi piccoline
che guastano le vigne,
perché le nostre vigne sono in fiore.
Il mio diletto è per me e io per lui.
Egli pascola il gregge fra i gigli.
Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
ritorna, o mio diletto,
somigliante alla gazzella
o al cerbiatto,
sopra i monti degli aromi.

5

Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato
l'amato del mio cuore;
l'ho cercato, ma non l'ho trovato.
"Mi alzerò e farò il giro della città;
per le strade e per le piazze;
voglio cercare l'amato del mio cuore”.
L'ho cercato, ma non l'ho trovato.
Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda:
"Avete visto l'amato del mio cuore?”.
Da poco le avevo oltrepassate,
quando trovai l'amato del mio cuore.
Lo strinsi fortemente e non lo lascerò
finché non l'abbia condotto in casa di mia madre,
nella stanza della mia genitrice.

               Lo sposo

Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
per le gazzelle e per le cerve dei campi:
non destate, non scuotete dal sonno l'amata
finché essa non lo voglia.

6

               Il poeta

Che cos'è che sale dal deserto
come una colonna di fumo,
esalando profumo di mirra e d'incenso
e d'ogni polvere aromatica?
Ecco, la lettiga di Salomone:
sessanta prodi le stanno intorno,
tra i più valorosi d'Israele.
Tutti sanno maneggiare la spada,
sono esperti nella guerra;
ognuno porta la spada al fianco
contro i pericoli della notte.
Un baldacchino s'è fatto il re Salomone,
con legno del Libano.
Le sue colonne le ha fatte d'argento,
d'oro la sua spalliera;
il suo seggio di porpora,
il centro è un ricamo d'amore
delle fanciulle di Gerusalemme.
Uscite figlie di Sion,
guardate il re Salomone
con la corona che gli pose sua madre,
nel giorno delle sue nozze,
nel giorno della gioia del suo cuore.

7

               Lo sposo

Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad.
I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate,
e nessuna è senza compagna.
Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo.
Come la torre di Davide il tuo collo,
costruita a guisa di fortezza.
Mille scudi vi sono appesi,
tutte armature di prodi.
I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli.
Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
me ne andrò al monte della mirra
e alla collina dell'incenso.
Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.

8

Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell'Amana,
dalla cima del Senìr e dell'Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L'odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c'è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.
Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d'alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
Fontana che irrora i giardini,
pozzo d'acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

               La sposa

Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

               Lo sposo

Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;
mangio il mio favo e il mio miele,
bevo il mio vino e il mio latte.


              
Lo sposo

Mangiate, amici, bevete;
inebriatevi, o cari.

9

Dal vangelo secondo Luca.      1,46-55

      Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore”.

Dalle Lettere di Adamo di Perseigne.

Epist. II, 12-15, ad Andrea di Tours.  SC 66, 62-66.

      La Madre di Dio, all’udire Elisabetta che le predi­ce l’avvenire, ripensa all’annuncio dell’angelo da parte del Signore. Considera la purità della sua coscienza esente da ogni macchia, per cui si vede portata in alto per opera divina, ben sopra il mondo e ogni crea­tura, per la prerogativa di una grazia singolare corri­sposta con la vita. Allora nel giubilo di una gioia immensa canta al Signore un cantico nuovo, esclamando: L’anima mia magnifica il Signore.

      L’anima di Maria magnifica il Signore, perché prima è stata magnificata da lui. Senza l’iniziativa divina che l’ha preceduta, Maria non avrebbe potuto magnificare a sua volta il Signore. Maria magnifica dunque colui dal quale è stata magnificata. E non solo con la lode della bocca lo magnifica, non solo con l’integrità del corpo, ma per il carattere unico del suo amore.

10

      Molti lodano con le labbra, ma si smentiscono con la vita. Il loro cuore orgoglioso li rende autori di scelleratezza, invece che capaci di adorazione. Di costoro sta scritto: Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti.[1] Questa razza di gente non esalta Dio, al contrario minimizza il nome del Signore, per quanto è in suo potere. A costoro si riferisce l’Apostolo affermando: Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani.[2] In Maria, invece, magnifica il Signore la lingua, la vita, l’anima: la lingua, che loda la meravigliosa santità della divina gloria; la vita, che merita con le opere la gloria stessa; l’anima, che ama in modo singolare, raggiungendolo sulle ali della contemplazione, mentre lo spirito e il seno ne contengono l’incom­prensibile magnificenza.

      L’anima mia — ella dice — magnifica il Signore.Come lo magnifichi? Puoi forse rendere più grande la grandezza infinita? Grande è il Signore - dice il salmista - e degno di ogni lode.[3] E’ tanto grande che la sua grandezza non si può paragonare né misurare. Co­me dunque lo magnifichi se non lo rendi da piccolo grande, né da grande più grande? Eppure lo magnifichi per­ché gli dài lode.

11

      Tu magnifichi il Signore, o Maria, perché fra le tenebre di questo mondo, tu più luminosa del sole, tu più bella della luna, tu più fragrante della rosa, tu più candida della neve, lo fai conoscere irradiandone lo splendore. Lo magnifichi, dunque, non aumentando la sua grandezza infinita, ma portando fra le tenebre di questo mondo la luce sconosciuta della vera Divini­tà.

      Il Signore, come non viene mai meno essendo eterno, così non può progredire essendo perfetto; è eterno, perché non ha inizio né fine, è perfetto perché nulla manca alla sua pienezza. E  tuttavia tu lo magnifichi, quando per l’eccellenza dei tuoi meriti t’innalzi fino a ricevere la pienezza della grazia. Infatti lo Spirito Santo, che sopravviene in te pur lasciandoti vergine intatta, ti rende Madre di Dio, perché al mondo perduto tu generi il Salvatore.

12

      Quali le cause di tali prodigi? Ciò proviene dal motivo che il Signore è con te, lui che ha fatto dei suoi doni i tuoi meriti; ecco perché affermo che tanto più tu magnifichi il Signore, quanto maggiormente in lui e da lui sei magnificata.

      Che significa che l’anima tua magnifica il Signore, se non che tu stessa sei da lui talmente elevata da ricevere tutta la pienezza della grazia? Le tue gloriose e singolari virtù ti dilatano sino a raggiungere la magnificenza di una gloria senza pari. Ti dilatano, dico, perché tutta rorida dalla rugiada dello Spirito Santo, tutta impregnata dall’unione celeste, la tua anima si dilata col desiderio dell’amore come una pelle intrisa d’olio, fino a raggiungere lo stesso Verbo di Dio.

      Tu sei il cestello di Mosè, tu il ricettacolo del Verbo, tu la cella del vino nuovo che inebria la sobrietà dei credenti. Tu sei la Madre di Dio.




[1] Tt 1,16

[2] Rm 2,24

[3] Sal 144,3

 

Letture della preghiera notturna dei certosini

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15 agosto

 

 

 ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

 

 

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Ciclo C

 

 1

 

Omelia di papa Paolo VI.

15 agosto 1969. "Insegnamenti di Paolo VI Poliglotta  vaticana, Roma, 1970, t.VII,1292-1297.  

Allorché celebriamo le feste della Madonna, notiamo come le pagine del vangelo ci fanno vedere e sentire Maria più vicina a noi. Si tratta di incontri familiari: ad esempio l'annunciazione, la nascita del Signore, la visita a Elisabetta, che rendono facile la nostra conversazione con la Madre di Dio, una conversazione che si svolge con linguaggio umano. Ne è conferma l'Ave Maria, poiché ella è nostra, nostra sorella nell'umanità.

I vari misteri della Madonna, anche quelli dolorosi, sono quadri di vita, ai quali ci è facile accedere almeno in parte, pure rimanendo noi sempre attoniti di fronte alla loro grandezza e sublimità.

Ma il ricordo degli ultimi punti del santo rosario: l'assunzione e la gloria di Maria, invece, ce la portano lontano. La Madonna esce dalla sfera della nostra vita umana; sale, scompare, entra in quell'aldilà che conosciamo solo per fede e anche per una certa intuizione in fondo al nostro spirito, predisposto a tale avvenire meraviglioso.

 2

 Noi intuiamo qualche cosa di questo aldilà, ma ci manca ogni esperienza. Allora bisogna affidarsi alla immaginazione; bisogna rendere superlativi e assoluti i termini da noi usati nel linguaggio terreno, temporale, per figurarci in piccola dimensione l'eterno.

Oggi noi celebriamo proprio l'aldilà di Maria, e possiamo considerarlo in due momenti: l'istante della sua risurrezione e quello della sua "entrata" e dimora nel Paradiso, che durerà per tutti i secoli nella gloria del Signore.

Che cosa stiamo guardando? L'epilogo della storia di Maria. Ci sarebbe più facile trovarne le ragioni che dirne l'essenza: Maria era senza macchia di peccato. Il peccato è la causa della morte e quindi è chiaro che la Madonna non doveva subire la pena della morte anche se ella ne ha subito la sorte, la dormitio Virginis, come si dice nell'antica liturgia, specie quella orientale.

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 Appena addormentate, quelle membra santissime, innocenti, si sono rianimate; hanno ripreso una vita nuova, leggera, trasparente, trasfigurante. Maria è passata da questo nostro piano di vita temporale, terrena, a quell'altro per cui restiamo senza parole.

Guardiamo, però, e restiamo abbagliati, come quando si guarda il sole e si vede che è sorgente di luce e vince la forza della nostra capacità visiva. Restiamo confusi a tanta luce e allora avviene il fatto comune di quando si guarda la luce. Si accende un lume: il primo sguardo è al lume, il secondo alle cose circostanti che ne sono illuminate.

Cosi avviene nel mistero dell'assunzione: vediamo Maria diventare una stella del cielo: la stella più bella; diventare, dice sempre la Scrittura, adattata alla figura della Vergine, bella come la luna, fulgida come il sole (Ct 6,10) cioè un astro che illumina l'universo, il nostro panorama terreno.

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 Quale luce ci da in modo speciale questo mistero odierno di Maria? Ce ne da molte, di luci. Ma quella che ci sembra specifica, essenziale, caratteristica, è che ci ricorda che la sorte di Maria sarà la nostra: anche noi siamo dei futuri risorti, siamo vite che il Signore cosi ha creato da rendere immortali, da destinare a una vita che trapassa i confini del tempo e gli anni trascorsi quaggiù, cosi labili, cosi fugaci, cosi logoranti, per darci invece, una vita piena, perfetta, santa e soprattutto, fuori del tempo. Essa non ha orologio, limiti, non ha calendario, non si esaurisce nella sua durata, ma resta assorbita nella sempre fresca, viva, nuova visione di Dio; è la vita eterna.

Maria ha avuto il privilegio di anticipare questa sorte e di goderla in una pienezza, in una perfezione che noi non raggiungeremo, sia pure se noi avremo la stessa sorte, cioè di riprendere dopo la lunga stagione del nostro sonno nel sepolcro questa nostra stessa carne, queste stesse nostre membra, la nostra stessa persona fisica nel tempo.

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 Vorremmo domandare alla luce di tali verità, che il Credo ci fa ripetere ogni giorno, se siamo veramente convinti che sarà cosi; se siamo sicuri, se crediamo e avvertiamo la meraviglia stupenda che tale verità colloca nella nostra maniera di valutare l'esistenza presente. Essa ha si una importanza grandissima ma è fugace, effimera, destinata all'altra esistenza, quella garantita dalla parola del Signore e della quale, nell'odierna festa, abbiamo splendida conferma.

Vogliamo domandarci, oggi, se tale realtà è presente sia per la indicibile consolazione che offre, sia per la dignità altissima e l'importanza senza paragone che essa imprime all'esistenza umana. Per siffatta realtà la Chiesa è cosi gelosa nella difesa della vita che nasce, della vita sofferente, della vita che muore.

Tutto concorre ad un atto che Iddio compie per l'eternità, e perciò la dignità della vita umana diviene qualificata con statura incommensurabile, bellissima, grandissima. E' la sorte di beatitudine che esige da tutti vicendevole amore.

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 Una seconda domanda, più pratica ma non meno importante: che rapporto c'è tra la vita presente e quella futura? Le cose avvengono automaticamente? Si nasce, cioè, si muore e un giorno si risorgerà tranquillamente, siccome fatti naturali, insopprimibili?

No. Esistono condizioni precise. La risurrezione esige il presupposto, da parte nostra, di essere buoni, veri cristiani, di conoscere la sorte d'essere veramente inseriti nella sorgente della vita che è Cristo, di essere sin d'ora attratti e compaginati nella sua misteriosa esistenza. Cristo è la vita: non vi sono su ciò dubbi o riserve. Noi dobbiamo essere cristiani, dobbiamo essere uniti a Cristo, giacché se vogliamo davvero che il prodigio della sua vita risorta sia pure nostro, dobbiamo agire in modo da credere e operare secondo l'unione indispensabile con lui.

E' la cosa più importante del nostro tempo presente: o cristiani, o falliti; e il fallimento sarebbe di una portata incalcolabile, Dio mio, perché eterno.

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 Con la sua assunzione al cielo Maria ci garantisce la possibilità di ascendere anche noi, se siamo, come lei, uniti a Cristo. Con tanta madre, la distanza fra noi e Cristo è abbreviata, annullata; e il Signore ci viene incontro e ci ripete: “Mangia di questo pane e vivrai in eterno” (Gv 6,58).

In tal modo si raggiunge l'immortalità, cioè l'inserimento della vita nuova nella nostra povera giornata terrena, che da se sarebbe enigmatica e forse tormentata e inghiottita dal dubbio.

Siamo esseri mortali, che devono rinunziare al grande sogno della vita perfetta e della vita eterna? No, di certo. Il Signore ci dice:  "Io ti prometto, se tu credi, se rimani unito a me, se accetti di vivere cosi, che la tua vita sarà un giorno come quella di Maria".

Cosi nell'unione eterna con Cristo formeremo con lui quella luminosa società e unità del Corpo mistico che è il segreto dell'intera creazione e di ogni opera di bontà del genio cristiano.

Celebriamo, perciò, l'odierna festa nella fede della vita eterna, cercando di raggiungere le supreme conseguenze di tale fede.

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 La Vergine Maria, dall'alto del suo seggio di gloria, ci tende le braccia perché sentiamo ancora meglio l'invito e la certezza della sua protezione, l'esempio e il flusso della sua intercessione. Ella viene sempre in nostro soccorso.

E' bello vivere, con questa agilità e levitazione spirituale, la vita presente: i dolori, le fatiche, le delusioni, i pesi, le responsabilità cambiano di gravità; e invece di essere ostacoli diventano i gradini per raggiungere il traguardo, la vetta a cui siamo indirizzati.

Che Maria ci aiuti: confidiamo in lei. La visione, la realtà del suo mistero illumini la nostra vita di speranza, di gaudio anticipato, di forza morale, di gioia cristiana; e ripetiamo cosi con lei: Quanto è grande il Signore! L'anima mia magnifica il Signore (Lc 1,46).

Si, egli ha fatto cose grandi a Maria, e anche a noi che siamo, per divina adozione, fratelli di Cristo e fratelli, nella umanità, di Maria santissima.

 

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 Dal vangelo secondo Luca.

1,46-55  

Maria disse: "Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome".

 

Dalle Meditazioni di Guigo II, certosino.  

Meditatio VIII. SC 163,164-170.

 

O casa d'avorio, palazzo reale, costruito con tavole di cedro e rivolto verso spazi infiniti, o Maria, quante ricchezze sono in te racchiuse! Tu sei veramente il grande trono d'avorio di Salomone, opera tale che non ne esistettero di simili in nessun regno; sei rivestita con l'oro purissimo della sapienza, i tuoi fianchi hanno la perfezione dell'intatta verginità. Tu sei ascesa per i sei gradini dell'azione, e ora innalzi sul settimo il seggio della quiete contemplativa.

E' il seggio del re di pace: di qua e di la, da una parte e dall'altra, si ergono sui gradini dodici leoni, i profeti e gli apostoli, i padri più grandi dei due testamenti, sostenuti dai tuoi meriti, quali fanciullini ricolmi di stupefatta meraviglia innanzi alla tua elevazione. Chi è costei essi dicono che sorge come l'aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati? (Ct 6, 10).

 

 10

 

Tutta la corte celeste s'innalza nello stupore di fronte a te e ammira in te l'opera delle dita di Dio. O piena di grazia, che è ciò che porti nel tuo seno? E' il Signore, Sono la serva del Signore. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente (Lc 1,38.49). Cose da guardarsi con meraviglia, perché sono grandi,e chi ha fatto in me queste cose grandi è il potente.Egli è il Signore, io sono la serva;egli è la rugiada, io la terra,e da questo viene il frumento.Egli è la manna, io il vaso,e da questo viene il verme, poiché è detto:lo sono verme, non uomo (Sal 21,7). L'uomo è come l'erba, ma quest'Uomo è frumento (Sal 102,15). Dalla rugiada del cielo e dalla terra vergine è spuntato il frumento. Sono grandi cose colui che le ha fatte è il potente. Un sol chicco di frumento nasce da me, e della grande abbondanza di questo frumento vien detto: Se muore, produce molto frutto (Gv 12,24). E' vero: morendo egli ha versato una grande abbondanza di vino; risorgendo e ascendendo ha effuso olio, e l'ha effuso su di noi abbondantemente, come dice l'Apostolo (Tt 3,6). Ecco l'abbondanza di frumento, di vino e di olio con rugiada del cielo e terre grasse.

 

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Dio ha fatto di te, o Maria, una terra fertile. Ti ha colmato di grazia e separata dalla massa peccatrice, come il grasso nel sacrificio è separato dalla carne. Tu sei piena di grazia, piena di frumento, piena di vino, piena di olio, piena e debordante di tutti i doni dello Spirito Santo.

Il Signore è con te: (Lc 1.28) con te nell'intimità del cuore, con te nel talamo del seno; con te egli dimora, con te rimane, mai si allontana da te.

Il Signore è con te. Che significa "con te"? Il Signore è con te una sola natura destinata ad essere innalzata ben sopra gli angeli. Dio abita in mezzo agli angeli, ma non con gli angeli; invece abita in mezzo a te e anche con te. Dio siede sopra gli angeli, siede sul trono, siede sui cherubini e i serafini, siede e regna sopra tutti costoro. Ma in nessun regno esiste opera alcuna simile a questo grande trono d'avorio.

 

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Benedetta tu fra le donne (Lc 1.42).

La pienezza della grazia che è in te si riversa sulla terra e la disseta moltiplicandone i frutti;sotto questo stillicidio essa germinerà nella gioia, e tutte le generazioni ti chiameranno beata. Benedetta tu fra le donne. Sarebbe poco per te essere benedetta sopra gli uomini; le donne partoriscono con dolore, gli uomini con il sudore del volto mangiano il loro pane. Tu invece partorisci senza dolore, mangi senza fatica. Sarebbe poco per te anche essere benedetta sopra gli angeli: gli angeli sono nutriti da Dio, non vien detto che nutrano essi Dio. Tu invece, o benedetta, nutri colui che nutre sia te che gli angeli.

E benedetto il frutto del tuo grembo, (Lc 1.42).

il frutto per il quale le donne, gli uomini e gli angeli sono benedetti e tu sei benedetta sopra di tutti: perché molte figlie hanno radunato ricchezze,ma tu le hai superate tutte.

Dio ha consacrato il frutto del tuo grembo con olio di letizia a preferenza dei suoi compagni,e dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto:ma tu hai ricevuto con più abbondanza di tutti.