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Letture della preghiera notturna dei certosini
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SAN BENEDETTO monaco 1 Vita di San Benedetto, tratta dai Dialoghi di
san Gregorio Magno. Vita S.Benedicti ex libris Dialogorum
excerpta,capp.1.3.4.8.20.34. PL 66,128-129.134-135.140-142.152.170-172.198-200. Benedetto
bramava sottoporsi a disagi e fatiche per amore di Dio piuttosto che farsi
grande negli onori di questa vita. Risolse perciò di abbandonare la
famiglia e nascostamente fuggì verso una località chiamata Subiaco.
Questo posto solitario, distante da Roma circa quaranta miglia, era ricco
di chiare e fresche acque raccolte in un vasto lago, prima di trasformarsi
in fiume. Mentre
Benedetto in fuga passava di la, incontrò un monaco di nome Romano, che
gli chiese che cosa cercasse. Conosciuto il desiderio di Benedetto,
mantenne il segreto e gli offri aiuto. Lo rivesti dell'abito monastico e
lo servì in quanto pote. In quel
deserto l'uomo di Dio si ritirò in una spelonca stretta e impervia. Vi
rimase tre anni ignoto a tutti, tranne che a Romano. Questo monaco abitava
in un monastero non lontano, retto dall'abate Adeodato. Con pie
industrie, studiando il momento opportuno, Romano sottraeva una parte del
suo cibo e nei giorni stabiliti lo portava a Benedetto. Tuttavia, dal
monastero di Romano non era possibile arrivare allo speco, perché sopra
di esso si stagliava un'altissima rupe. Dall'alto di essa Romano calava
abilmente il pane con una lunghissima fune. 2 Non molto
distante dallo speco viveva una piccola comunità, il cui abate era morto
da poco. Quei religiosi si presentarono da Benedetto, pregandolo con
insistenza perché si mettesse a loro capo. Il santo uomo
rifiutò a lungo con fermezza, convinto soprattutto che i loro costumi non
si sarebbero potuti mai conciliare con le sue convizioni. Alla fine, vinto
dalle loro suppliche, acconsenti. Quando
Benedetto fu insediato nel monastero, con fermezza tenne all'osservanza
regolare, per cui a nessuno era lecito come prima deviare a destra o a
sinistra dalla regola. Quei fratelli
cominciarono a dolersi di aver chiesto a un uomo simile di governarli e,
stolti com'erano, se ne accusavano a vicenda. La loro condotta tortuosa
cozzava infatti contro la ferma rettitudine di Benedetto. Quei fratelli
si resero conto che l'illecito non era assolutamente permesso e, d'altro
canto, non si sentivano di abbandonare le loro inveterate abitudini. E'
difficile impegnare a nuovi sistemi gente dalla mentalità incallita e chi
si comporta male trova sempre fastidiosa la vita dei buoni. Cosi quei
malvagi si accordarono di cercare qualche mezzo per far perire Benedetto. 3 Dopo aver
tenuto consiglio, quei fratelli prepararono una mistura di vino e veleno.
A mensa, secondo una loro usanza, presentarono all'abate per la
benedizione il recipiente di vetro che conteneva la bevanda avvelenata. Benedetto alzò
la mano e tracciò il segno di croce a una certa distanza: quel vaso di
morte andò in frantumi come se invece di una benedizione fosse stata
scagliata una pietra. L'uomo di Dio comprese subito che il vaso conteneva
una bevanda mortifera, poiché non aveva potuto resistere al segno della
vita. Benedetto si
alzò all'istante, senza alterare minimamente la mitezza del volto e la
serenità della mente, e disse semplicemente cosi: "Chiedo al Signore
che vi perdoni, fratelli. Ma come vi è venuto in mente di macchinare
questa trama contro di me? Non vi avevo detto che i nostri costumi non
potevano andare d'accordo? Cercatevi un padre che condivida la vostra
condotta e non trattenetemi più con voi Benedetto
tornò alla grotta solitaria che tanto amava; e abitava la, solo con se
stesso, sotto gli occhi del Testimone supremo. 4 Nella sua
solitudine, Benedetto progrediva senza posa nella virtù e compiva
miracoli. Attorno a lui si radunarono molti per il servizio di Dio, tanto
che con l'aiuto dei Signore Gesù costruirono dodici monasteri di dodici
monaci ognuno, a cui era preposto un abate. Benedetto
trattenne con se alcuni pochi, ai quali credette opportuno dare
personalmente una formazione più compiuta. Alcuni romani nobili e devoti
cominciarono ad accorre da lui per affidargli i figli da educare al
servizio di Dio. Vi furono tra questi Mauro, figlio di Equizio, e Placido,
figlio del patrizio Tertullio, due ragazzi di belle speranze. Mauro, già
adolescente e dagli atteggiamenti maturi, divenne subito l'aiutante del
maestro. Placido invece era ancora un bambino, con tutte le connotazioni
di quell'età. 5 In uno dei
monasteri costruiti all'intorno vi era un monaco incapace di perseverare
nella preghiera. Tutte le volte che i fratelli si radunavano per
l'orazione, quello usciva fuori e con la mente svagata si occupava in
faccenduole di nessuna importanza. Un
giorno Benedetto giunse in quel monastero e quando, al termine della
salmodia, i monaci attesero all'orazione, osservò una specie di ragazzino
piccolo e tenebroso che traeva fuori quel monaco incapace di stare in
preghiera, tirandolo per il lembo della veste. Benedetto
domandò discretamente all'abate del monastero e a Mauro: "Vi siete
accorti chi è colui che tira fuori questo monaco?". Alla risposta
negativa dei due, Benedetto soggiunse: "Preghiamo che anche voi
possiate vedere a chi egli va dietro". Dopo due giorni di preghiera,
Mauro lo vide, l'abate invece non scorse nulla. Passati alcuni
giorni, all'uscita dall'oratorio dopo la preghiera, il servo di Dio
incontrò il monaco che stava fuori e lo percosse con una verga, perché
aveva il cuore indurito. Da allora il monaco non subi più l'influsso del
piccolo tenebroso, ma perseverò raccolto in orazione. 6 Il paese di
Cassino è situato sul fianco di un alto monte, che aprendosi accoglie
questa rocca come in una conca, e poi svetta ancora per tre miglia,
slanciando un'alta cima verso il cielo. Lassù c'era un antichissimo
tempio, dove la gente contadina, seguendo usi pagani, compiva riti
superstiziosi in onore di Apollo. Attorno crescevano boschetti sacri ai
demoni, a cui ancora a quel tempo infedeli fanatici empiamente
sacrificavano. Appena l'uomo
di Dio vi giunse, infranse l'idolo ribaltò l'altare, incendiò i
boschetti. Dove sorgeva il tempio di Apollo eresse un oratorio in onore di
san Martino e sul posto dell'altare costrui una cappella dedicata a san
Giovanni Battista. Si rivolse poi alla gente dei dintorni
e con assidua predicazione andava invitandola alla fede. 7 Un giorno,
dopo l'ora di vespro, il venerabile Padre prendeva un po' di cibo e un suo
monaco, figlio di un avvocato, gli reggeva la lucerna davanti alla tavola. Mentre l'uomo
di Dio mangiava e l'altro in piedi lo serviva facendogli lume, questi,
taciturno com'era, cominciò a ruminare dentro pensieri di superbia,
dicendo in cuor suo: "Chi è costui, perché io lo debba assistere
mentre mangia, reggergli la lucerna e prestargli servizio? Sono proprio
uno che deve fare il servo?". Voltatosi di
scatto verso di lui, Benedetto cominciò a rimproverarlo vivamente: 'Fatti
un segno di croce sul cuore, fratello! Che vai rimuginando nella mente?
Fatti un segno di croce!". Chiamò altri
monaci, ordinò che gli togliessero di mano il lume, perché costui
desistesse dal servizio e si sedesse placidamente al suo posto.
Interrogato dai fratelli in merito a che cosa avesse avuto in cuore, il
monaco raccontò umilmente tutto ciò che in silenzio aveva formulato
contro il servo di Dio. Apparve
allora evidente che nulla si poteva nascondere al santo abate, perché ai
suoi orecchi giungeva persino il suono di parole unicamente pensate. 8 Mentre i discepoli dormivano ancora,
l'uomo di Dio già vegliava, anticipando l'ora della preghiera notturna.
In piedi davanti alla sua finestra, nel cuore della notte, pregava Iddio
onnipotente, quando a un tratto vide sorgere a dissipare le tenebre una
luce talmente fulgida da far impallidire lo splendore del giorno. Mentre
Benedetto la fissava, successe qualcosa di straordinario: come egli
raccontò più tardi, il mondo intero si raccolse davanti ai suoi occhi
quasi racchiuso in un raggio di sole. Scrutando con
occhio penetrante nell'abisso fulgente di quella luce, Benedetto vide
l'anima di Germano, il vescovo di Capua, trasportata dagli angeli in cielo
in un globo di fuoco. Appena
infatti si intravede la luce di Dio, tutto ciò che è creato appare
estremamente angusto. La luce della contemplazione interiore ingrandisce
Fanima e questa, man mano che si dilata in Dio, travalica il mondo. Debbo
dirlo? L'anima del contemplativo si eleva anche sopra di sé: rapita nella
luce di Dio, si espande sopra di sé e guardando allora verso il basso,
comprende quanto sia limitato ciò che sulla terra le sembrava senza
confini. L'uomo di
Dio, dunque, fissando lo sguardo sul globo di fuoco, vide gli angeli che
risalivano al cielo. E' incontestabile che non potè avere quella visione
se non nella luce di Dio. 9 Dal
vangelo secondo Marco. 4,26-32 Il regno di Dio è come un uomo che
getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il serie
germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Dal Commento di san Beda Il Veneralbile a questo vangelo. In Marci
evangelium expositio,I,4 PL 92,172-174. L'uomo getta
il chicco nel terreno, quando affida al suo cuore generose risoluzioni.
Poi dorme, perché riposa già nella speranza di un'opera buona. Tuttavia,
egli si alza di notte e di giorno, perché deve procedere in mezzo a
circostanze felici o avverse. Il seme
germoglia e viene su senza che egli sappia come, giacché la virtù, una
volta concepita, progredisce senza che sia possibile misurarne
l'avanzamento. La terra da
se porta frutto, perché la grazia preveniente di Dio aiuta l'uomo a far
spuntare buone opere. La terra
dapprima produce erba, poi la spiga, e infine il grano pieno nella spiga.
L'erba rappresenta i teneri inizi del bene; la spiga significa che la virtù
concepita nell'animo sta facendo progressi; il grano maturo vuoi dire che
l'impianto della virtù è abbastanza robusto per compiere un lavoro
consistente e accurato. 10 Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta
la mietitura. Allorché
l'Onnipotente ha fatto maturare il grano, vale a dire quando dirige ognuno
verso la sua perfezione, da mano alla falce, pronunziando il suo giudizio
e mettendo termine alla vita mortale; poi miete per ammassare il frumento
nei granai del cielo. Quando
concepiamo buoni desideri, gettiamo in terra il chicco; dando inizio al
bene, siamo erba; crescendo nelle buone opere diventiamo spiga, e
consolidandoci nella perfezione arriviamo ad essere la spiga turgida di
chicchi. Se dunque
noti qualcuno ancora incerto nel bene, come grano in erba, non lo
canzonare, perché in lui sta spuntando il frumento di Dio.Gesù dice
ancora: A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola
possiamo descriverlo? Esso e come un granellino di senapa che, quando
viene seminato per terra. e il più piccolo
di tutti i semi che sono sulla terra. Il regno di
Dio rappresenta la predicazione del vangelo e la conoscenza delle
Scritture, che sono la via verso la vita. Gesù parlava di questo allorché
affermò ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo: Vi sarà
tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.1(
Mt 21,43 ) Il Regno è perciò
davvero simile a un granellino di senapa che il seminatore getta nel suo
campo. 11 Solitamente
si dice che il seminatore della parabola raffigura Cristo Salvatore, perché
egli semina la salvezza nell'anima dei fedeli. Un'altra interpretazione
vede nel seminatore l'uomo stesso che getta il chicco nel terreno del suo
cuore. La nostra
anima riceve il grano della predicazione, lo semina nel cuore, lo conserva
in vita e lo fa moltiplicare grazie al calore della fede. Questo seme
è il più piccolo di tutti i semi
che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del
cielo possono ripararsi alla sua ombra. La
predicazione del vangelo è la più modesta di tutte le dottrine
filosofiche. Essa annunzia lo scandalo della croce, e in priorità insegna
la fede nella morte e nella risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo,
uomo e Dio. Se paragoni
questa dottrina a quella dei filosofi, ai loro sistemi, al loro volumi,
allo splendore dell'eloquenza e allo sfoggio di cultura dei loro discorsi,
vedrai subito come il vangelo sia il più piccolo fra tutti i semi. Eppure tutte
quelle dottrine non hanno nulla di vivo, di concreto o di essenziale, ma
si esauriscono facilmente, diventando flaccide e marce come ortaggi e
verdure che avvizziscono e sono gettati via. La
predicazione evangelica, al contrario, pur sembrando minuscola in
apertura, spuntando contemporaneamente nell'anima del fedele e nel mondo
intero, non secca come l'erba ma cresce a misura di albero. 12 Il chicco di
senape, seminato in terra o nel campo del Signore, non da un ortaggio ma
cresce e si trasforma in albero. Il suo sviluppo supera in altezza,
dimensione e longevità tutte le piante ortofruttifere. Lalbero della
predicazione evangelica si pianta, elevando gli spiriti degli ascoltatori
e facendo loro desiderare le realtà suprerme. Quest'albero stende lunghi
rami, perché i predicatori annunziano il vangelo nel mondo intero. Esso
eccelle per durata di vita, dato che la verità che i predicatori
annunziano non avrà mai fine. Sotto la sua
ombra nidificano gli uccelli del cielo, perché le anime dei fedeli sono
avvezze a volare verso l'alto con il desiderio e a fissare lassù il
cuore, dimentiche di quello che passa, secondo questa parola del salmista:
Sotto le sue ali troverai rifug io. 2 ( Sal 90,4 ) Lo
stesso la sposa del Cantico dei cantici cioè la Chiesa, composta dalle
anime dei santi proclama con fierezza: Alla sua ombra., cui anelavo mi
siedo e dolce e il suo frutto
al mio palato. 3 ( Ct 2,3 ) Cio significa in altri termini: Abbandonando
ogni consolazione, mi sono posta sotto la protezione di Dio che desideravo
vedere. E' tale l'allegrezza di vederlo e la sua presenza è cosi dolce al
mio cuore che forzatamente devo disprezzare, anzi rigettare, tutto quello
che non è l'amato. |
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