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Letture della preghiera notturna dei certosini

 

 

   

   

11 novembre

 

SAN MARTINO monaco pastore

 

1

 

Dalla "Vita di san Martino" di Sulpicio Severo. SC 133,255‑259.263.273‑275.313‑315.339‑343.

 

Martino nacque a Sabaria, in Ungheria, ma fu educato a Pavia, in Italia. I suoi genitori pagani seppero farsi un'alta posizione: suo padre, da soldato semplice, divenne tribuno militare.

Da giovane Martino seguì la carriera delle armi, servendo nella guardia imperiale a cavallo, sotto l'imperatore Costanzo, poi sotto Giuliano. Tuttavia lo fece senza entusiasmo, perché fin dai primi anni questo nobile fanciullo aspirò al servizio di Dio. All'età di dieci anni, infatti, nonostante la resistenza famigliare, cercò rifugio in una chiesa dove domandò di diventare catecumeno.

Ben presto volle consacrarsi totalmente all'opera di Dio e desiderò vivere nel deserto. Avrebbe seguito questo ardente desiderio se la debolezza dei suoi dodici anni non glielo avesse impedito. Tuttavia, il suo cuore si volgeva senza posa verso gli eremi e le chiese, e seppure fanciullo pensava costantemente a quello che più tardi avrebbe compiuto.

2

 

Un giorno d'inverno più rigido del solito, tanto che la gente moriva assiderata, Martino, che aveva indosso solo le armi e una semplice mantella militare, incontrò alla porta della città di Amiens un mendicante mezzo nudo.

Il poveretto aveva un bel supplicare i passanti di aver pietà della sua miseria; tiravano tutti diritto senza fargli caso.

L'uomo di Dio comprese che quel povero era riservato alla sua compassione, dato che nessuno gliela mostrava. Ma che fare? Non aveva nulla, tranne il manto, poiché aveva già sacrificato il resto per un'analoga opera buona.

Allora, sguainata l'arma, divise la clamide in due, ne dette una metà al povero mendico e con il resto si rivestì. Alcuni dei presenti si burlarono di lui, trovandolo ridicolo in quell'abbigliamento dimezzato. Molti altri però, dal giudizio più retto, provarono un profondo rincrescimento per non aver soccorso il mendicante, pur avendone i mezzi senza doversi ridurre alla nudità.

La notte dopo, quando Martino si fu addormentato, gli apparve Cristo vestito della metà del manto donato al povero. Considerando più attentamente il Signore, il santo riconobbe la veste che portava Gesù. Poi lo udì esclamare con voce squillante ad un folto d'angeli che lo circondava: "Martino, un semplice catecumeno, mi ha coperto con questa veste".

 

3

 

Dopo aver abbandonato la milizia, Martino si recò da sant'Ilario, vescovo di Poitiers, che fin d'allora era un'autorità riconosciuta in materia teologica, e soggiornò qualche tempo presso di lui.

Ilario cercò di legare il giovane più strettamente a se, consacrandolo diacono, per stabilirlo al servizio di Dio. Tuttavia Martino rifiutò ripetutamente, dichiarandosi indegno. Il saggio vescovo intui che l'unico modo per impegnarlo sarebbe stato conferirgli funzioni in apparenza piuttosto umilianti. Gli propose perciò d'essere esorcista. Il santo giovane non oso rifiutare l'invito per non aver l'aria di sdegnare quell'umile funzione.

Poco tempo dopo, Martino ebbe in sogno l'ordine di visitare con sollecitudine la patria e la famiglia, ancora immerse nel paganesimo. Parti, dunque, con il consenso di sant'Ilario, il quale tra copiose lacrime e preghiere gli fece promettere di ritornare.

Secondo quanto è stato tramandato, Martino si mise in viaggio col cuore mesto, dichiarando ai compagni che andava incontro a molte prove. Il seguito degli eventi l'avrebbe confermato.

 

4

 

Più tardi, Martino fu richiesto come vescovo di Tours. Con perfetta fermezza egli seppe rimanere identico a quello di prima: medesima umiltà di cuore, identica povertà nel vestire. Egli compiva le funzioni di vescovo con prestigio e autorità, senza però tradire la professione e le virtù monastiche.

Per un certo tempo abitò in una cella adiacente alla chiesa. Poi, non sopportando di essere disturbato da tanti visitatori, si trasferi in un eremo subito fuori di città. Era quello un ritiro talmente remoto che non aveva nulla da invidiare alla solitudine del deserto. Da una parte lo proteggevano rocce scoscese e sugli altri lati era racchiuso in un meandro della Loira. Un'unica strada, molto angusta, vi dava accesso.

Martino occupava una cella in legno, e numerosi fratelli alloggiavano nel medesimo modo. Ma la maggioranza aveva preferito scavarsi un rifugio nelle rocce del monte sovrastante. Vi erano circa ottanta discepoli alla scuola di quel santo maestro.

 

5

 

La vita interiore di Martino, la sua condotta quotidiana, quell'avere il cuore sempre proteso verso l'alto, nessun discorso potrà mai esprimerlo. Ci sarebbe da menzionarmela sua perseveranza, il suo senso della misura in materia

di digiuno e astinenze, la sua capacità di vegliare in preghiera notte e giorno, senza lasciare l'opera di Dio se non per le esigenze della natura, ossia nutrirsi, dormire e lavorare.

Infatti attendeva costantemente alla preghiera; poteva star leggendo o essere occupato in qualche attività, ma non sospendeva mai un istante di pregare. Non c'è da stupirsi: come i fabbri continuano a battere sull'incudine anche nei momenti in cui smettono di lavorare, cosi Martino pregava senza posa, anche quando aveva l'aria di far altro.

 

6

 

Beato quest'uomo, senza inganno, incapace di giudicare o di condannare qualcuno, che a nessuno rendeva male per male. La sua pazienza era cosi forte da corazzarlo contro ogni offesa. Benché rivestito della pienezza del sacerdozio, egli si lasciava impunemente oltraggiare dall'ultimo dei chierici. Per quanto dipendeva da lui, non destituiva l'offensore dalle sue funzioni, anzi non gli ritirava la sua amicizia.

Nessuno vide mai Martino incollerito, turbato, afflitto, o in preda al riso. Sempre uguale a se stesso, il viso radioso di gioia celestiale, aveva l'aria di appartenere ad un altro mondo. Sul suo labbro c'era soltanto Cristo, nel suo cuore unicamente bontà, pace e misericordia. Vivendo in pace perfetta nel suo ritiro, gli capitava spesso di deplorare le colpe che i suoi detrattori commettevano contro loro stessi, straziandolo con morsi di vipera e lingue avvelenate.

 

7

 

Martino previde molto tempo prima il giorno della sua morte. Quando improvvisamente senti che le forze del corpo lo abbandonavamo, convoco i fratelli e li avverti della morte ormai imminente.

Tutti si rattristarono allora moltissimo, e tra le lacrime, come se fosse uno solo a parlare, dicevano: "Perché, o Padre, ci abbandoni? A chi ci lasci, desolati come siamo?

Lupi rapaci assaliranno il tuo gregge e chi ci difenderà dai loro morsi, una volta colpito il pastore? Sappiamo beneche tu desideri di essere con Cristo; ma il tuo premio è al sicuro. Se sarà rimandato non diminuirà. Muoviti piuttosto a compassione di coloro che lasci quaggiù.

Commosso da queste lacrime, egli che, ricco dello spirito di Dio, si moveva sempre facilmente a compassione, si associò al loro pianto e, rivolgendosi al Signore, cosi parlò davanti a quelli che piangevano: "Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non ricuso la fatica: sia fatta la tua volontà".

 

8

 

O uomo grande oltre ogni dire, invitto nella fatica, invincibile di fronte alla morte! Egli non fece alcuna scelta per se. Non ebbe paura di morire e non si rifiutò di vivere.

Intanto, nonostante la violenza della febbre che da vari giorni lo tormentava, il santo vescovo non smise di attendere all'opera di Dio. Trascorreva le notti in preghiera e costringeva le membra sfinite a servire lo spirito, disteso su un nobilissimo giaciglio: cenere e cilicio!

I discepoli lo supplicavano di porre sotto il suo corpo almeno qualche povera coperta. "No egli rispose un cristiano deve morire sulla cenere; se vi lasciassi un esempio diverso, commetterei una mancanza".

Sempre rivolto con gli occhi e con le mani al cielo, non rallentava l'intensità della sua preghiera. I sacerdoti che erano accorsi intorno a lui, lo pregavano di sollevare un poco il suo povero corpo, mettendosi di fianco. Egli però rispose: "Lasciate, fratelli, lasciate che io guardi il cielo piuttosto che la terra, perché il mio spirito, che sta per salire al Signore, si trovi già sul retto cammino".

Detto questo, si accorse che il diavolo gli stava accanto. Gli disse allora: "Che fai qui, bestia sanguinaria? Non troverai nulla in me, sciagurato! Il seno di Abramo mi accoglie".

Nel dire queste parole rese l'anima a Dio.

 

9

 

Dal vangelo secondo Giovanni.

13,1.4.12‑15.34‑35

 

Gesù disse ai suoi discepoli:

"Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri".

 

Omelia dai Trattati di sant'Agostino sul vangelo di Giovanni. In Io,tr.LXV,1.2‑3. PL 35,1808‑1809.

 

Cristo ci ha dato un comandamento nuovo: di amarci gli uni gli altri, come egli ci ha amati. Questo è l'amore che ci rinnova, perché noi diventiamo uomini nuovi, eredi della nuova alleanza, cantori di un nuovo cantico.

Quest'amore, fratelli carissimi, ha rinnovato gli antichi giusti, i patriarchi e i profeti, come in seguito ha rinnovato gli apostoli. Quest'amore ora rinnova anche tutti i popoli, e di tutto il genere umano, sparso sulla terra, forma un popolo nuovo; esso è il corpo della nuova Sposa dell'unigenito

Figlio di Dio, della quale si parla nel Cantico dei cantici:

Chi è colei che si alza splendente di candore? 1( Ct 8,5, LXX ) Certo splendente di candore perché è rinnovata. Da chi se non dal nuovo comandamento?

Per questo i membri sono solleciti a vicenda; e se un membro soffre, con lui tutti soffrono, o se uno è onorato, tutti gioiscono con lui.

 

10

 

Nessuno può giungere nella patria celeste, se non è morto a questo mondo; e non si tratta della morte comune a tutti, per cui il corpo è abbandonato dall'anima, ma della morte degli eletti, che consiste nel fissare il cuore sulle realtà dell'alto.

A proposito di questa morte l'Apostolo dice: Voi siete morti, e la vostra vita e ormai nascosta con Cristo in Dio. 2 ( Col 3,3 )

In questo senso forse è stato detto: Forte come la morte è l'amore. 3 ( Ct 8,6 )

In forza di questo amore, mentre ancora viviamo con il corpo corruttibile, moriamo a questo mondo, e la nostra vita si nasconde con Cristo in Dio; anzi, l'amore stesso per noi morte al mondo e vita con Dio.

Se parliamo di morte quando l'anima esce dal corpo, perché non potremmo parlare di morte quando il nostro amore esce dal mondo? L'amore è dunque potente come la morte.

 

11

 

Amiamoci gli uni gli altri, in maniera da stimolarci a vicenda ad attirare in noi il Dio d'amore, per quanto ci è possibile. Quest'amore ce lo da colui stesso che ha detto: Come io vi ho amato, cosi amatevi anche voi gli uni gli altri. Per questo dunque ci ha amati, perché anche noi ci amiamo a vicenda. Ci amava e perciò ha voluto che ci trovassimo legati da reciproco amore, perché fossimo il Corpo del Capo supremo e membra strette da un cosi dolce vincolo.

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri. Come se Gesù dicesse: "Gli altri miei doni li hanno in comune con voi anche coloro che non sono miei; non soltanto la natura, la vita, i sensi, la ragione e la salute comune agli uomini e agli animali; essi hanno anche il dono delle lingue, i sacramenti, il dono della profezia, il dono della scienza e quello della fede; hanno la forza di distribuire i propri averi al poveri e coraggio di dare il corpo alle fiamme.

Essi, però, non hanno la carità, per cui, a modo di cembali, fanno del chiasso, ma in realtà non sono niente e questi doni non giovano loro a niente.

Per essere miei discepoli non basta, perciò, avere questi miei doni, quantunque eccellenti, posseduti magari da chi non mi appartiene, perché da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri.

 

12

 

0 Sposa di Cristo, bella fra tutte le donne!

0 splendida creatura, che vieni avanti appoggiata al tuo diletto!

 Inondata dalla sua luce, appari fulgente;

 sostenuta da lui, non puoi cadere!

Come vieni degnamente celebrata in quel Cantico dei cantici,

che è il tuo epitalamio: L'amore fa le tue delizie!4( Ct 7.6. LXX )

Questo amore preserva la tua anima dal perire con gli empi,

perché sostiene la tua causa. Questo amore è tenace

come la morte e forma l'unica sorgente della tua felicità.

Questa morte per amore è mirabile!

L anima stimerebbe poca cosa l'assenza di pene e dolori,

 se non fosse presente anche la pienezza della gioia! 

 

 

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