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10 agostoSan Lorenzomartire 1 Dai
Discorsi di san Leone Magno. Sermo LXXXV,
1-4. P L 54, 435-437.
La perfezione di tutte le virtù e la pienezza di ogni giustizia
scaturisce, miei cari, dall'amore che abbiamo verso Dio e verso il
prossimo. Non ci può essere dubbio, perciò, che in nessun altro si
trova e si rivela questo
amore nella sua espressione più eccellente e più fulgida, come nei
santi martiri. Sono costoro vicinissimi a nostro Signore Gesù Cristo,
che è morto per tutti gli uomini, sia perché hanno imitato la sua
carità sia perché hanno subito una passione simile alla sua. Nessuno certo con tutta la sua bontà può raggiungere il grado di quell'amore con cui il Signore ci ha redento: ben diverso, infatti, è il caso di un uomo che, necessariamente mortale, muore per un giusto, dal caso di colui che, esente da ogni debito di morte, immola la sua vita per i peccatori. E tuttavia è davvero grande il contributo che i martiri hanno dato a tutta l'umanità: la loro fortezza è servita al Signore, che ne è la fonte, come mezzo per togliere agli occhi dei suoi figli l'aspetto terribile della pena di morte e della crudeltà della croce, e per renderla anzi a molti di loro desiderabile.
Non esiste persona buona che sia tale solo per se stessa, non c'è
sapiente la cui sapienza giovi solo a lui stesso; anzi, la natura delle
virtù autentiche è come una luce, per cui chi ne è illuminato può
strappare anche altri dalle tenebre dell'errore. Ne segue che non c'è
modello più valido di quello dei martiri per istruire e formare il
popolo di Dio. Sarà quindi adatta l'eloquenza per commuovere, sarà
efficace il ragionamento per persuadere; resta però che gli esempi sono
sempre più forti delle parole, e vale di più insegnare coi fatti che
con la lingua.
In questo genere di insegnamento superiore si distingue il santo
martire Lorenzo, la cui passione dà splendore a questo giorno. Quale
fosse in proposito il suo grande prestigio, poterono avvertirlo i suoi
stessi persecutori: infatti, la sua forza d'animo meravigliosa, in lui
essenzialmente derivata dall'amore di Cristo, non solo sfidò impavida
tutti i tormenti, ma con l'esempio di resistenza che offriva diede
vigore anche agli altri.
In quel tempo si scatenò il furore della autorità pagane contro
le membra più nobili del corpo di Cristo, dando la caccia soprattutto a
coloro che appartenevano all'ordine sacerdotale; e l'empio persecutore
riversò il suo ardente odio contro il levita Lorenzo, in quanto
svolgeva funzioni di primo piano non solo nell'amministrazione dei
sacramenti ma anche nel gestire i beni della Chiesa. Dalla cattura di un
solo uomo egli si riprometteva un doppio bottino: pensava infatti che,
se fosse riuscito a farsi consegnare da lui il denaro sacro, sarebbe
anche riuscito a staccarlo dalla vera religione. Ecco dunque che l'uomo, avido di denaro e nemico della verità, trova le sue armi in queste due passioni che tutto lo infiammano: nella cupidigia per arraffare l'oro, e nell'empietà per eliminare Cristo. Pretende anzitutto dall'onestissimo custode del tesoro che gli siano consegnate le ricchezze della Chiesa, cioè l'oggetto primo della sua brama spasmodica. E il santo levita, per fargli vedere dove le teneva riposte, gli presentò le schiere innumerevoli dei cristiani poveri. Per sfamarli e vestirli — egli diceva — aveva impiegato quelle sostanze certo indistruttibili, perché tanto più integralmente le aveva salvate, quanto più santo era l'uso che dimostrava di averne fatto.
Quel ladrone, deluso nei suoi desideri, freme di rabbia, e in un
impeto di odio contro la religione che aveva disposto un tale impiego
delle ricchezze, passa al saccheggio dell'altro tesoro più prezioso,
Tenta cioè di strappare a colui presso il quale non aveva trovato nessuna
somma di denaro, il deposito della fede, di cui in un senso ben più
elevato e santo era ricco.
Comanda quindi a Lorenzo di rinunziare a Cristo, e intanto si
accinge ad attaccare con crudeli tormenti la forza solidissima della sua
anima di levita. E poiché le prime prove non approdano a nulla, egli
passa a torture ancora più violente. Quelle membra erano ormai
orrendamente straziate per le molte mutilazioni provocate dai flagelli;
ebbene egli dà ordine che siano messe sopra il fuoco per esservi
abbrustolite: fa prendere un graticcio di ferro, che arroventato bruciava
per l'ininterrotto calore, e vi fa ripetutamente voltare e rivoltare quel
corpo, perché più violento ne sia lo strazio e più prolungata la pena. Ma pure con questo nulla ottieni, a nulla riesci, o crudele aguzzino! Sfugge alla tua tecnica raffinata la materia del corpo e a un certo punto, mentre Lorenzo vola verso il cielo, non puoi più continuare. Le fiamme che preparasti non poterono vincere la fiamma della carità di Cristo, perché il fuoco che bruciava Lorenzo di fuori fu più fiacco di quello che internamente lo infiammava.
O persecutore, con le tue sevizie rendesti un gran servizio al
martire e facesti più bella la sua vittoria raddoppiando le pene. Che
cosa, infatti, tu non escogitasti per accrescere la gloria del vincitore,
se anche gli strumenti del supplizio servirono ad abbellire il suo
trionfo?
Apriamo dunque il cuore, o miei cari, a una grande gioia, e per la
fine beata di questo nobilissimo eroe rallegriamoci nel Signore che è
davvero mirabile nei
suoi
santi,[1]
perché di
essi ha fatto a un tempo i nostri protettori e i nostri modelli. Egli ha
voluto esaltare a tal punto il suo nome glorioso in tutto il mondo, che
dall'oriente all'occidente, nel fulgore vivissimo della luce irradiata dai
più grandi diaconi, la stessa gloria che è venuta a Gerusalemme da
Stefano, è toccata anche a Roma per merito di Lorenzo. Mai noi cesseremo di confidare nella potenza della sua preghiera e del suo patrocinio. Potremo così, dato che — come afferma l'Apostolo — tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati,[2] rafforzarci nello spirito di carità e premunirci con una fede ferma e perseverante capace di superare tutte le tentazioni.
6 Dai
Discorsi di san Massimo di Torino.
De Natali S. Laurentii levitæ
et martyris. Sermo LXX,
4, 1-2. PL LVII, 675-677.
Credo che voi conosciate il martirio del beatissimo martire
Lorenzo, di cui oggi celebriamo la nascita al cielo; e non dubito che
conoscerete quali atroci tormenti abbia sopportato nella persecuzione. Fu
così grande la gloria del suo martirio, che illuminò tutto il mondo con
le sue sofferenze. Sì, Lorenzo illuminò l'orbe intero con quel fuoco col
quale egli stesso fu arso; e riscaldò i cuori di tutti i cristiani
con le fiamme che egli sopportò.
Chi, infatti, di fronte a un tale esempio non vorrebbe bruciare per
Cristo con Lorenzo per ricevere la corona di Cristo con Lorenzo? Chi non
vorrebbe sopportare il fuoco di Lorenzo per un'ora, per non subire il
fuoco eterno della geenna? Dall'esempio, dunque, del beato diacono siamo
eccitati al martirio, siamo infiammati alla fede, siamo riscaldati alla
devozione. Anche se a noi manca la fiamma del persecutore, non ci manca la fiamma della fede. È vero che non ardiamo nel corpo per Cristo, ma ardiamo nell'affetto; il persecutore non mi sottopone al fuoco, ma mi procura fuoco il desiderio del Salvatore.
7 Leggiamo nel Vangelo che vi è un fuoco del Salvatore, perché il Signore stesso dice: Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso.[3] Infiammati da quel fuoco, i discepoli di Emmaus dissero: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?[4] Anche il beato Lorenzo, ardendo di tale fuoco, non sentì la vampa delle fiamme; e mentre ardeva per il desiderio di Cristo, non ardeva per il tormento del persecutore. Rovente era in lui l'ardore della fede al punto che la fiamma del supplizio si raffreddava. Lorenzo soffre per l'incendio che ne divora il corpo, ma l'ardore divino del Salvatore spegne l'ardore materiale del tiranno. Da una parte il nostro diacono è infiammato dall'amore di Cristo, dall'altra è tormentato dalla fiamma del persecutore. Sebbene le sue membra si dissolvano in cenere, non si dissolve l’intrepidezza della fede: sopporta il danno del corpo, ma acquista il guadagno della salvezza.
8
Non è un rapido e semplice martirio quello che annienta il beato
Lorenzo. Chi è decapitato muore in una sola volta; chi è gettato tra le
fiamme di una fornace, è liberato in un sol colpo. Egli invece è
torturato da una lunga e macchinosa pensa, così che la morte, inevitabile
per il supplizio non interviene a porvi fine. Si narra, infatti, che da
quel crudelissimo persecutore gli fu inflitta questa pena: ammucchiata una
massa di carboni ardenti, egli vi fu disteso sopra su una graticola di
ferro e fu consumato da una lenta fiamma, perché non tanto questa con la
sua vampa uccidesse l'uomo, quanto lo tormentasse bruciando a lungo; tant'è
che quando il persecutore vedeva arso un fianco, esponeva al fuoco l'altro
fianco. Leggiamo che i santi fanciulli Anania, Azaria e Misaele, rinchiusi dal re in una fornace ardente, passeggiavano tra le fiamme del loro martirio e calpestavano con i piedi le vampe del fuoco.[5] La gloria di Lorenzo non è minore: se quelli passeggiano tra le fiamme del loro martirio, questo giace sullo stesso fuoco del suo supplizio; quelli calpestano le fiamme con la pianta dei piedi, questo le spegne con la devota offerta dei suoi fianchi. Quelli, dico, ritti in mezzo al loro supplizio adoravano il Signore con le mani alzate, questi disteso nella sua sofferenza prega il Signore con tutto il corpo. 9 Dal
vangelo secondo Giovanni.
12, 24-26
In quel tempo Gesù disse ai suoi
discepoli: “In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto
in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto f
rutto”. Dalle
Omelie di san Giovanni Crisostomo su questo vangelo.
In Joannem Homil. LXVI,
2. LXVII, 1. PG 59, 368. 369.
370-371.
Che cosa significa: Se
il
chicco
di
grano
caduto
in
terra
non
muore?
Gesù parla della sua croce. Per evitare che i suoi si turbino pensando
che lo avrebbero ucciso, perché i Greci stavano venendo da lui, egli
dice: Proprio la croce più che tutto li spinge a me, essa propagherà il
mio annuncio.
Poi, siccome sono quelle parole non li hanno convinti, ricorre alla
prova dei fatti, dicendo: Ecco che cosa accade nel grano: produce molto più
frutto quando muore. Se ciò accade per i semi, tanto maggiormente accadrà
per me.
I discepoli, però, non compresero il significato di quelle parole. 10
Dolce è la vita presente e piena di molte gioie: non per tutti,
però, ma solo per quelli che entrano nel suo giro. Chi invece guarderà
al cielo e ai beni di lassù, subito non farà alcun caso di questa vita.
Anche la bellezza corporea desta la nostra ammirazione finché non se ne
presenta un'altra più splendida: allora di fronte a una bellezza
migliore, disprezziamo la prima.
Se vogliamo fissare la bellezza di Dio, contemplare lo splendore
del regno di lassù, dobbiamo disfarci al più presto dei legami terreni.
Affezionarsi alle realtà presenti vuol dire caderne schiavi. Per condurti
a tale convinzione, Cristo ti dice: Chi
ama
la
sua
vita
la
perde
e
chi
odia
la
sua
vita
in
questo
mondo,
la
conserverà
per
la
vita
eterna.
Se
uno
mi
vuol
servire
mi
segua,
e
dove
sono
io,
là
sarà
anche
il
mio
servo. 11
Le lusinghe della vita terrena sono molto forti, per cui Cristo, ai
fini di sciogliere queste catene, dice: Chi
odia
la
sua
vita
in
questo
mondo,
la
conserverà
per
la
vita
eterna.
Poiché
egli parla così per istruire i discepoli e liberarli dalla loro paura,
ascolta il seguito: Se uno
mi
vuol
servire,
mi
segua.
Cristo
parla qui della sua morte ed esige una sequela fattiva e concreta. È
necessario, infatti, aderire totalmente a colui che si serve.
Considera anche che il Signore non parlava ai discepoli in un
momento in cui essi erano perseguitati, ma allorché in un clima di
serenità si credevano al sicuro, onorati e assistiti da molti. Quando
dunque potevano esaltarsi, ascoltarono queste parole: Prenda
la
sua
croce
e
mi
segua:[6]
vale a
dire: sii sempre preparato ad ogni pericolo, alla morte; sta pronto per
emigrare da questa terra. 12 Dopo
aver prospettato ai discepoli un futuro penoso, il Maestro parla anche
della ricompensa. Quale è? Seguirlo e stare dove egli sta; al di là
della morte egli fa loro intravedere la risurrezione. Infatti, dove sono
io
—
egli dice — là sarà anche
il
mio
servo.
Dov'è Cristo se non nei cieli? Perciò anche prima della risurrezione,
trasferiamoci lassù, con il cuore e la mente.
Se uno
mi
serve
il
Padre
mio
lo
onorerà.
Perché non ha detto: Io lo onorerò? Perché i discepoli non avevano
ancora di Cristo un'opinione adeguata e consideravano il Padre più
grande. Se ancora non sapevano che il Maestro sarebbe risorto, come
avrebbero potuto formarsi di lui un concetto adeguato alla sua grandezza?
Per questo egli disse ai figli di Zebedeo: Sedere
alla
mia
destra
o
alla
mia
sinistra
non
sta
a
me
concederlo:
è
per
coloro
per
i
quali
è
stato
preparato
dal
Padre
mio.[7]
Eppure Gesù è giudice; qui si dichiara anche il vero Figlio. Perciò il
Padre accoglierà i discepoli come servi di colui che è Figlio per
natura. [1]Cf Sal 67,36 Volgata [2]2 Tm 3,12 [3]Lc 12,49 [4]Lc 24,32 [5]Cf Dn 3, 19-24 [6]Mt 16,24 [7]Mc 10,40
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10 agosto SAN LORENZO martire
1 Da “I doveri” di sant’Ambrogio.De officiis I, 205-207; II, 140-141. Opera omnia. Biblioteca Ambrosiana-Città Nuova, 1977, n. XIII, pp. 149. 263. 151.
San Lorenzo, vedendo il suo vescovo Sisto condotto al martirio,
cominciò a piangere: non perché quello era condotto al martirio, ma
perché egli doveva sopravvivere. Cominciò dunque a dirgli a gran
voce: “Dove vai, padre, senza tuo figlio? Dove ti affretti, o santo
vescovo, senza il tuo diacono? Non offrivi mai il sacrificio senza
ministro. Che ti è spiaciuto dunque in me, o padre? Forse mi hai
trovato indegno? Verifica almeno se hai scelto un ministro idoneo.
Non vuoi che versi il sangue insieme con te colui al quale hai
affidato il sangue del Signore, colui che hai fatto partecipe della
celebrazione dei sacri misteri? Sta’ attento che, mentre viene
lodata la tua fortezza, il tuo discernimento non vacilli. Il
disprezzo per il discepolo è danno per il maestro.
E’ necessario ricordare che gli uomini grandi e famosi
vincono con le prove vittoriose dei loro discepoli più che con le
proprie? Abramo offrì suo figlio, Pietro mandò innanzi Stefano.
Anche tu, o padre, mostra in tuo figlio la tua virtù; offri chi hai
educato, per giungere al premio eterno in gloriosa compagnia, sicuro
del tuo giudizio”. 2
Sisto rispose a Lorenzo: “Non ti lascio, non ti abbandono, o
figlio; ma ti sono riservate prove più difficili. A noi, perché
vecchi, è stato assegnato il percorso d’una gara più facile; a te,
perché giovane, è destinato un più glorioso trionfo sul tiranno.
Presto verrai, cessa di piangere: fra tre giorni mi seguirai.
Tra un vescovo e un levita è conveniente che ci sia questo
intervallo. Non sarebbe stato degno di te vincere sotto la guida del
maestro, come se cercassi un aiuto. Perché chiedi di condividere il
mio martirio? Te ne lascio l’intera eredità. Perché esigi la mia
presenza? I discepoli ancor deboli precedano il maestro, quelli già
forti, che non hanno più bisogno d’insegnamenti, lo seguano per
vincere senza di lui. Così anche Elia lasciò Eliseo. Ti affido la
successione della mia virtù”.
C’era fra loro una gara, veramente degna d’essere
combattuta da un vescovo e da un diacono: chi per primo dovesse
soffrire per Cristo. 3
A chi gli chiedeva i tesori della Chiesa, Lorenzo
promise di mostrarli. Il giorno seguente condusse i poveri.
Interrogato dove fossero i tesori promessi, indicò i poveri dicendo:
“Questi sono i tesori della Chiesa”.
E sono veramente tesori quelli in cui c’è Cristo, in cui
c’è la fede di Cristo. L’Apostolo dice: Abbiamo questo tesoro
in vasi di creta.[1]
Quali
tesori più preziosi ha Cristo di quelli nei quali ha detto di
trovarsi? Così infatti sta scritto: Io ho avuto fame e mi avete
dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero
forestiero e mi avete ospitato.[2]
E
più sotto: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di
questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me.[3]
Quali tesori più preziosi ha Gesù di quelli nei
quali ama mostrarsi? Tali tesori mostrò Lorenzo e vinse perché
nemmeno il persecutore poté sottrarglieli.
Tre giorni dopo, avendo così beffato il tiranno, veniva
bruciato su una graticola. “Questa parte
è cotta — disse — volta e mangia”. Così con la sua
forza d’animo vinceva l’ardore del fuoco. 4 Dal Commento al salmo 118 di sant’Ambrogio.Expositio Psalmi CXVIII, XX, 47-48. 50-51; XXI, 8-9. Opera omnia. Biblioteca Ambrosiana-Città Nuova, 1987, n. X, 358-362. 374-376. Quanto più sono le persecuzioni, tanto
più sono i martìri. Ogni giorno sei chiamato ad essere testimone
di Cristo. Sei stato tentato dallo spirito dell’impudicizia, ma il
timore del futuro giudizio di Cristo ti ha vietato di violare la
castità dello spirito e del corpo? Sei un martire di Cristo.
Sei stato dallo spirito di avidità tentato di occupare i
beni di un orfano minorenne, di violare i diritti di una vedova
indifesa; eppure la contemplazione della legge divina ti ha convinto a
portare aiuto piuttosto che arrecare danno? Sei un testimone di
Cristo.
Tant’è vero che è Cristo a desiderare la presenza di
testimoni di questo tipo, secondo quanto sta scritto: Rendete
giustizia all’orfano, difende te la causa della vedova. Su, venite e
discutiamo, dice il Signore.[4]
Sei stato tentato dallo spirito di superbia; ma lo
spettacolo del povero e del bisognoso ti ha mosso a misericordiosa
compassione e hai amato più l’umiltà che la prepotenza? Sei un
testimone di Cristo. Ancor di più: non hai dato testimonianza solo a
parole, ma anche con l’opera. 5
Chi è testimone più attendibile di colui che professa
la sua fede nell’incarnazione del Signore Gesù,[5]
osservando fedelmente le prescrizioni del Vangelo? Infatti chi ascolta
e non fa, rinnega Cristo; anche se lo confessa a parole, lo rinnega
nei fatti. Nel giorno del giudizio molti diranno: “Signore,
Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni e
compiuto molti miracoli? Ma il Signore dichiarerà loro: Allontanatevi
da me, voi operatori di iniquità.[6]
Vero testimone è l’uomo che testimonia confermando
con i fatti l’adesione ai precetti del Signore Gesù.
Quanti sono, ogni giorno, i martiri occulti di Cristo, che
confessano il Signore Gesù! L’Apostolo conosce questo tipo di
martirio e questa fedele testimonianza di Cristo. Egli ha scritto: Questo
è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza.[7]
Quanti
hanno professato la loro fede all’esterno e l’hanno rinnegata
all’interno! 6
Cerca dì essere fedele e forte nelle persecuzioni
interiori, se vuoi essere confermato anche in quelle esterne. Anche le
persecuzioni che si scatenano dentro di te hanno il loro re, i loro
governatori, i loro giudici strapotenti.
Ne hai un esempio nella tentazione che ha dovuto subire fino in
fondo il Signore. Gli sono stati mostrati tutti i reami e gli è stato
detto: Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai.[8]
Abbiamo
letto anche in un altro passo: Non regni più il peccato nel vostro
corpo mortale.[9]
Tu
vedi, o uomo, davanti a che razza di re sei collocato, se ti trovi
nel reame della colpa. Tanti peccati, tanti vizi, altrettanti re; e
siamo trascinati alla loro presenza e stiamo ritti alloro cospetto.
Anche questi re possiedono un loro tribunale dentro l’anima
di moltissime persone. Ma basta confessare Cristo che subito quel re
diventa un prigioniero,
viene scalzato dal trono dell’anima. Come potrà reggere il
tribunale del diavolo nell’uomo in cui s’innalza il tribunale di
Cristo? 7
Sono molti i persecutori che mi assalgono, ma io non
abbandono le tue leggi.[10]
Forse a parlare così è Cristo; ed egli parla col
discorso di ciascuno di noi, perché è lui che l’Avversario
perseguita in noi. Se tu eviti i persecutori, rinunci a Cristo, che
accetta la tentazione per vincerla. Dovunque lo vede, là il diavolo
tende il suo agguato, là piazza le sue macchine di tentazione, là
ordisce la tela del suo inganno, per tentare - se può - di metterlo
fuori gioco.
Ma dove il diavolo dà battaglia, là Cristo è presente. Dove
il diavolo pone l’assedio, là - chiuso tra gli assediati - sta
Cristo a difendere la cerchia delle mura spirituali. Dunque chi scappa
lontano dal persecutore, respinge via da sé anche il difensore.
Ma quando senti dire: Sono molti i persecutori che mi
assalgono,
10
non
impaurirti, perché puoi rispondere: Se Dio è per noi, chi sarò
contro di noi?[11]
1n verità, questo lo può dire l’uomo che non devia dai segni della
volontà del Signore e non sceglie la strada tortuosa del vizio. 8
Chi riceve un’ostilità immotivata deve essere
forte e saldo. Come mai dunque il salmista soggiunge: Il mio cuore
teme le tue parole?[12]
Il timore, la trepidazione sono segno di debolezza e di
vigliaccheria. Ma c’è anche una debolezza che porta alla
salvezza, c’è il timore dei santi: Temete il Signore, suoi santi;
[13]e:
Beato l’uomo che teme il Signore.[14] Perché beato? Perché trova grande gioia
nei suoi comandamenti.
14
Allora, non è forse possibile che questa trepidazione
equivalga alla sicurezza d’un uomo saldo? La fiduciosa certezza
dell’uomo che desidera l’eternità e dell’uomo che trepida per
Dio vanno nella stessa direzione. Tuttavia dobbiamo ammettere che sarà
più forte l’uomo che spera, sarà più forte l’uomo che dimostra
piena sicurezza.
Se fossi capace anch’io, nel caso in cui mi investisse una
persecuzione, di non fermarmi a considerare la durezza delle mie
prove, a misurare il peso delle torture, le punizioni, di non pensare
all’asprezza di alcun dolore, ma di considerarli tutti fardelli
leggeri. Mi sta bene anche trepidare per la paura che Cristo mi
rinneghi, per la paura che mi escluda, che mi respinga dal collegio
dei sacerdoti, avendomene giudicato indegno.
Purché egli veda piuttosto che, anche se sono scosso dal
terrore delle sofferenze fisiche, la mia trepidazione è ancora più
grande per i giudizi che mi aspettano. Anche se mi dirà: Uomo di
poca fede, perché hai dubitato?[15]
mi porgerà pur sempre la sua destra; e il mio turbamento per questi
marosi del mondo che si gonfiano troverà sicura fermezza nella
fiduciosa stabilità dello spirito. 9 Dal
vangelo secondo Giovanni.
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “In verità,
in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra, non muore
rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Dal “Commento al vangelo di Giovanni” di san Cirillo di Alessandria.In Jo evang. lib. VII et VlII, fragmenta. PG 74, 86-87.
Il Signore non si limita a soffrire mentre preannunzia
la passione che dovrà affrontare: ormai e giunta la sua ora. Egli
espone anche il motivo che gli ha reso dolcissimo il soffrire e per
cui ne sarebbe venuto tanto vantaggio. Altrimenti, non avrebbe scelto
di soffrire, giacché non poteva esservi costretto.
Per il suo amore estremo e la sua incommensurabile premura
verso di noi giunse a un punto tale da non temere di soffrire tutte le
pene più crudeli.
Il chicco di grano, seminato, produce molte spighe senza subire
per questo nessuna diminuzione, poiché rimane presente con la sua
forza in tutti i chicchi
della spiga; così anche il Signore è morto, e, spalancate le
profondità della terra, si è portato con sé le anime degli uomini,
restando presente in tutti con il proprio modo di essere per mezzo
della fede. E fece sì che tutto questo guadagno non toccasse soltanto
ai morti, ma anche ai vivi. Poiché il frutto della passione di Cristo
è la vita di tutti, e dei morti e dei vivi; la sua morte è stata
seme di vita. 10
Come poté la natura divina del Verbo subire la morte? Non è
da empi supporre una simile cosa? C’è una vita che il Verbo attinge
dal Padre secondo la sua natura divina. Questa è piuttosto un tendere
all’alto che un cadere in terra. Abolisce la morte invece di perire
in preda alla corruzione. Dà la vita lui che non ha bisogno di
riceverla ma la possiede per se stesso, essendo la fonte. Dove splende
un lume non potrà mai esserci buio; così è impossibile che la vita
non sia vivente.
Come può il Verbo andare soggetto a cambiamento? Si dice,
infatti, che cade in terra come chicco di grano e in cambio risorge
come Dio. È chiaro che Cristo sperimentò la morte perché si è
fatto uomo; invece risorgere gli è connaturale come succede a chi è
Dio.
Il vangelo odierno soggiunge: Chi ama la sua vita la perde.
Non solo non vi è lecito scandalizzarvi della mia passione,
rifiutare l’assenso di fede alle mie parole, ma conviene piuttosto
che tendiate voi stessi a vivere in questo modo. Chi si mostra
sollecito della sua vita e non vuole metterla a repentaglio per me, la
perderà nel secolo futuro. Chi invece non teme di coinvolgere la sua
vita in questo mondo, la riavrà immortale nell’eternità.
Questo amore di sé di cui il Signore parla qui, non concerne
colui che attualmente soffre, ma colui che crede proteggersi
rifiutando di esporsi al pericolo. 11
Se uno mi vuoi servire mi segua. Se
io — dice il Signore — per il vostro bene mi consegno alla
morte, non sarebbe somma ignavia da parte vostra non disprezzare a
vostro vantaggio la vita temporale e pretendere, una volta morti, la
vita incorruttibile? Coloro che si espongono alla morte in vista dei
beni eterni sembrano, sì, odiare la propria vita, in quanto
affrontano pene e dolori. E anche quelli che vivono nell’ascesi
odiano in certo senso la propria vita; in realtà l’ascesi serve
loro per vincere quella negatività che è il darsi ai piaceri.
Quello che Cristo fece soffrendo per la salvezza di tutti è un
esempio di coraggio e un insegnamento per chiunque desidera quei beni,
oggetto della nostra speranza. E’ un invito a praticare la virtù,
senza cedimenti fuorvianti. Occorre — egli dice — che quanti mi
vogliono seguire dimostrino una fortezza e una fiducia pari alla mia.
Solo così otterranno il premio della vittoria. 12
Dove sono io, là sarà anche il mio servo. Colui
che ci guida alla gloria non è passato per la gloria e i piaceri, ma
attraverso l’ignominia e le fatiche. Lo stesso dobbiamo fare noi,
con animo risoluto, se vogliamo arrivare a quello stesso traguardo e
partecipare alla beatitudine eterna. Di quale onore saremo degni se
non vogliamo soffrire ciò che ha sofferto il Signore? Quando
Cristo afferma: Dove sono io, là sarà anche il mio servo, non
si riferisce a un luogo ma a un ideale di virtù. Coloro che lo
seguono devono cimentarsi in quegli stessi esercizi in cui si è
distinto lui, escluse le prerogative divine che trascendono la natura
umana. Non è in potere dell’uomo imitare Dio in tutto, ma soltanto
in quello in cui la natura umana può eccellere: non nel sedare le
bufere o in altre prodezze del genere, ma nell’umiltà del cuore,
nella mitezza e, ancora, nel sopportare le ingiurie. [1]2 Cor 4,7 [2]Mt 25,35 [3]Mt 25,40 [4]Is 1,17-18 [5]Cf 1 Gv 4,2 [6]Mt 7,22-23 [7]2 Cor 1,12 [8]Mt 4,9 [9]Rm 6,12 [10]Sal 118,157 [11]Rm 8,31 [12]Sal 118,161 [13]Sal 33,10 [14]Sal 111,1 [15]Mt 14,31
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10 agosto SAN LORENZO martire
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Dalla "Esortazione al martirio" di Origene. Exhortatio ad martyriurn,48-50. PG 11,631-635.
Da molto tempo ascoltiamo la parola di Gesù; sono ormai molti anni che viviamo secondo i precetti del vangelo e lavoriamo per costruirci una dimora. Ma abbiamo edificato sulla pietra, scavando in profondità per gettarvi le fondamenta, oppure sulla sabbia e senza basi? Lo dimostrerà il combattimento che ci attende, perché sovrasta una bufera gravida di piogge torrenziali e di venti o, come dice Luca (Lc 6,4), d'inondazione. Allorché quegli elementi si abbatteranno contro la casa, non avranno la forza di scuoterla ed essa non cadrà, perché fondata sulla roccia che è Cristo. Oppure mostrerà quanto fu precaria la sua struttura, perché alla prima occasione si abbatterà al suolo. Dio allontani una tale disgrazia dalla nostra casa! Il rinnegamento è davvero una caduta terribile; oppure, per usare le parole di Luca, grande è la rovina, giacché la mancanza di fondamenta causa la distruzione completa dell'edificio.
2
Preghiamo per diventare simili all'uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia (Mt 7,24). Su tale edificio cada pure la pioggia scatenata dagli spiriti perversi che abitano nell'aria; si rovescino le inondazioni provocate dai principi e dalle potestà, i gagliardi venti dei dominatori di questo mondo tenebroso, o il diluvio mandato dagli spiriti infernali. Tutte queste forze del nemico cozzeranno contro la nostra dimora fondata sulla roccia, per cui essa non cadrà, anzi nemmeno verrà scossa. Saranno gli spiriti del male a patire da noi offesa più che a provocarla. Ognuno di noi possa dire, colpendo il nemico Faccio il pugilato, ma non come chi batte l'aria (1 Cor 9,26). Poiché il seminatore è uscito per seminare, mostriamo che la nostra anima ha ricevuto quel seme, non come l'orlo della strada, né come luogo sassoso, oppure come le spine, ma come la buona zolla.
3
L'Apostolo ci dice: Voi siete il campo di Dio, l'edificio di Dio (1 Cor 3,9). Questo campo è fertile, questa costruzione è piantata sulla roccia. Come edificio uscito dalla mano di Dio, persistiamo irremovibili nella tempesta; come terreno reso fertile dal divino Agricoltore, non diamo retta al maligno né inquietiamoci della tribolazione o delle ostilità che devono sorgere contro la Parola. Non lasciamoci affliggere dagli affanni di questo mondo, dall'inganno delle ricchezze o dai piaceri della vita. Disprezziamo tutte queste effimere cose e accogliamo lo Spirito di sapienza che bandisce ogni angoscia. Voliamo verso ricchezze che non hanno nulla di vano o di menzognero, verso i piaceri del cosiddetto "paradiso di delizie". In ogni sfibrante afflizione ricordiamoci di questa parola: il momentaneo. leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili ma su quelle invisibili (2 Cor 4,17-18).
4
Ciò che la Scrittura dice su Abele, ucciso dall'omicida e ingiusto Caino, si riferisce a tutti quelli il cui sangue fu sparso ingiustamente. La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! (Gn 4,10). Penso che questa frase valga per qualsiasi martire, perché la voce del loro sangue grida verso Dio dalla terra. Siamo stati riscattati dal sangue prezioso di Cristo, dopo ch'egli ebbe ricevuto il nome che è al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,9). In lui il sangue prezioso dei martiri potrà servire ugualmente al riscatto, poiché questi santi sono esaltati più di quanto lo sarebbero se fossero soltanto giusti e non martiri. E' adeguato il termine di esaltazione gloriosa per la morte sofferta nel martirio. In tal senso vanno intese le parole: Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me (Gv 12,32). Perciò, a nostra volta, rendiamo gloria a Dio, esaltandolo con la nostra morte.
5
Dal "Discorso di Gesù Cristo all'anima fedele" di Giovanni Giusto Lanspergio. Alloquium Jesu Christi ad animam fidelem, in Alloquiorum,lib.I,p.IV,26. Opera,omnia,Monsterolii,1890,t.IV,363.
Se qualcuno ti rimprovera o t'insulta, rispondigli con volto sereno e benigno; taci e sorridi umilmente, dando un segno che non ti senti offesa, che non pensi a vendetta. In tali momenti non dire più di due o tre parole, e con modestia. Sii cosi umile e mite che chiunque possa osare di rimproverarti; nessuno tema di accantonarti, nessuno di lanciarti un insulto. Impara a tacere in ogni contrasto, di fronte a rimproveri, insulti, oltraggi, e troverai la mia grazia.
6
Otterrai la grazia che desidero donarti soltanto tacendo e sopportando serenamente ciò che io ti chiedo di sopportare. Tu hai, figlia e sposa mia, un esempio di umiltà e di pazienza nella mia vita. Non dissi a caso: Imparate da me, che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29). Tra pene e atroci tormenti, tra derisioni e imprecazioni, tra minacce e pugni, quale lamento è uscito dalla mia bocca? Chi ho maledetto? Non ho forse pregato per tutti? Così anche tu abbi pazienza, in silenzio e tranquillità, mite, senza mormorazione né lamenti.
7
Non combattere per te. Non rispondere in tua difesa; non ti scusare. Taci e affida a me te stessa e la tua causa. lo combatterò per te; e tu, in silenzio, senza scomporti, unisciti a me, pronta a subire qualsiasi umiliazione per amor mio, piuttosto che reagire minimamente, anche solo nel tuo interno. Fino a quando credi di ricevere un torto, fino a quando ti sembra subire ingiustizie, ancora, figlia mia, non sei arrivata alla vera pazienza e alla conoscenza di te stessa.
8
Va incontro, con gioia e amore, all'avversità e offriti a me per sopportare e soffrire qualunque cosa io voglia. Considera perduto quel giorno in cui non hai portato una croce particolare. Se sapessi quanto vale un atto di pazienza, avresti un gran rispetto e gratitudine per quelli che te ne danno l'occasione. Pensa alla dolcezza del mio cuore verso quelli che sputavano, flagellavano, crocifiggevano me, Agnello innocente; io li scusavo e pregavo per loro. Cosi tu non devi mai pensare che ti si faccia un torto; pensa solo a me e renditi conto che sono solo io a dirigere tutto per tuo amore. (Mt 11,29).
9
Dal vangelo secondo Giovanni. 12,24-26 Gesù diceva ai suoi discepoli: "In verità, in verità vi dico: Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto".
Dalle Opere di sant'Agostino. Sermo 331,1‑2. Enarrationes in psalmos 102,3. PL 38,1459‑1460. PL 37,1317.
Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Provocati da queste parole del Signore, come da squillo di tromba, i martiri si sentirono infiammare al combattimento; e vinsero, non contando sulle proprie forze, ma sul Signore. In due modi si può intendere la frase evangelica: Chi ama la sua vita la perde. Ciò può voler dire: Se la ami, la perdi. Oppure: Non amarla per non perderla. Il primo senso possibile ha questo significato: Se ami veramente la tua anima, se c'è in te amore, perdila. Seminala sulla terra, per mieterla in cielo. Se l'agricoltore non sacrifica il frumento seminandolo, non ha molto a cuore la messe. L'altro senso suona cosi: Sta' attento a non amare la tua anima, per non perderla. Chi teme di morire crede di amarla, ma se i martiri avessero amato la vita cosi l'avrebbero senz'altro perduta. Che vantaggio sarebbe conservare la propria anima in questo mondo, se tu la perdessi nell'altro? Che gioverebbe conservarla sulla terra e perderla in cielo?
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Che valore ha conservare la vita quaggiù? E fino a quando potrai tenerla? Quel che possiedi ti lascia: se a lasciare sei tu, lo ritrovi in te. Ecco, i martiri hanno conservato la loro vita, ma sarebbero martiri se si fossero attaccati ad essa? Ammesso pure che l'avessero conservata, sarebbero forse vissuti fino ad oggi? Se avessero rinnegato Cristo per conservare l'esistenza in questo mondo, non avrebbero da un pezzo lasciato la terra e indubbiamente perduto l'anima? Al contrario, per non aver rinnegato Cristo, i martiri passarono da questo mondo al Padre. Cercarono Cristo confessandolo, lo raggiunsero morendo. Cosi si sono arricchiti enormemente, perdendo la vita mortale; con del fieno a cui rinunziarono si sono acquistati la corona. Proprio cosi: si sono meritati la corona, giungendo a possedere la vita che non finisce.
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I martiri dettero compimento alla parola del Signore, meglio, la parola del Signore si compì in essi, perché: Chi avrà perduto la sua vita per causa .mia la troverà (Mt 10,39). Non si tratta di perderla in un qualsiasi modo, o per una ragione qualunque, ma per causa di Cristo. Infatti i martiri gli avevano attestato mediante una profezia: Per te ogni giorno siamo messi a morte (Sal 43,23). Ciò che costituisce il martirio non è il supplizio ma la motivazione. Sul Calvario, la passione dei tre crocifissi ebbe cause differenti. Il Signore era in croce tra due ladri, l'uno a destra e l'altro a sinistra. E come se quel legno fosse stato un tribunale, egli condannò colui che ingiuriava e salvò l'altro che lo riconobbe. Se già dalla croce il Signore emette tali giudizi, quale sarà la sentenza quando ritornerà come giudice? Infatti egli distingue tra le croci, non secondo il supplizio ma in ordine alla motivazione.
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Se consideriamo il supplizio, Cristo non somiglia forse ai due malfattori? Ma se uno domanda alla croce, perché Gesù vi sia appeso, essa risponderà: "A causa vostra". I martiri dicano dunque al Signore: "Noi moriamo per te Sdegnando la loro vita quaggiù, per ritrovarla in cielo, essi rimangono fedeli a questa parola del Signore: Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. I martiri vollero dunque donare. ma essi chi erano, che cosa avevano da donare e a chi? Erano uomini che resero a Dio il loro servizio, compiendolo fino alla morte. E che cos'era questo se non quanto era stato loro donato? Che cosa davano che non l'avessero già ricevuto? In realtà, a ricompensare con la vita eterna è Dio, cosi com'egli è il solo che tutto dona. |