TOMMASO D'AQUINO 

1224 - 1274

 

Il Commento al Simbolo degli Apostoli fa parte degli Opuscula dell'Aquinate. A Napoli Tommaso tenne questa predicazione, durante la Quaresima del 1273, a un gran concorso di popolo, di ogni classe sociale, nella lingua che era l'italiano della città partenopea; il testo latino fu compilato da chi fissò per iscritto il pensiero del Santo.

Gli sviluppi metafisici sono qui assenti, e lo stile è semplice, ma anche freddo. Resta perciò da scoprire la bellezza che promana dalla preminenza dell'idea sul sentimento, per la costruzione della vita radicata sulla verità. La luce che illumina il cammino presentato da Tommaso è quella della verità: una verità, che pur avvalendosi della riflessione filosofica, trova ultima e decisiva conferma nella Parola di Dio. L'esuberanza delle citazioni bibliche (cf. ad es. 234) stanno a dire che l'unica e insuperabile sintesi teologica è sempre la Scrittura stessa., nella sua ricchezza inesauribile. Il Simbolo della fede non è che l'espressione condensata della Scrittura.

Dalla filosofia l'Aquinate eredita la fiducia nella possibilità dell'intelletto umano; dalla Scrittura coglie gli articoli della fede. Sicché ricerca intellettuale e grazia della rivelazione trovano in lui una mirabile fusione. Tommaso non scinde mai la ricerca teologica dall'esperienza di Dio e la sua indagine non è mai intellettualistica, ma scaturisce dal contatto con la Parola vivente. Credere alle parole di Dio è penetrare nella conoscenza del Verbo (232).

Le spiegazioni tomiste riconducono al problema dell’esistenza umana, dando ad esso una chiara risposta. Esse ripropongono le affermazioni della fede con acuta analisi ed esigenza realistica, stimolando alla preghiera come ritmo per l’armonia della vita umana. C'è infatti un'espressione ascetico‑mistica che pervade l'opera dell'Aquinate, frutto del suo amore appassionato a Cristo e della docilità allo Spirito Santo (ad es. cf 235). Non sfuggirà il linguaggio intenso con cui la lettura 233 conside­ra Cristo crocifisso, modello di vita, libro che parla con la sapienza della Croce. L'anima di Tommaso è piena dell'avvertenza del divino, in una simbiosi di speculazione e d’orazione. Il suo testo è insieme freddo e luminoso, come i materiali delle cattedrali del suo tempo, che sono soprattutto pietra e vetro. Ma questa materialità esteriore è interamente relativa a una incandescente spiritualità interiore.

Un tratto decisivo della dottrina tomista, che torna in questo opuscolo, è il posto prioritario dato agli oggetti in causa. Non sono gli “Stati interiori” le regole e i valori supremi della vita spirituale, ma l'adesione positiva alle realtà in cui l'uomo trova il suo bene. La prima cosa necessaria al cristiano è la fede, per i beni che produce, nel congiungere l’anima con Dio, nel dar inizio alla vita eterna e dirigere quella presente facendo superare le prove (230). Si tratta di una spiritualità "oggettiva", in cui la perfezione è orientata e diretta dagli oggetti divini con cui l'anima è entrata in comunione (232.233).

Che significa credere alla vita eterna? Tommaso sfron­da la sovrabbondanza che la letteratura devota usa per decorare una verità di fede così nuda. Credo che Dio in Gesù unisce gli uomini a sé e dunque credo che Dio sarà per noi la vita eterna. Tommaso riduce all'essenziale: vita eterna è l'uomo unito a Dio. E vi aggiunge poco più a com­mento: "Questa unione consiste nella visione perfetta" (238).

Nella teologia medievale san Tommaso e santa Caterina sono come le due ante di un dittico. Tommaso presenta la teologia delle università, Caterina la teologia dei mistici. Ciò che è espresso in modo speculativo dal Dottore angelico, è spontaneamente tradotto in forma simbolica da Caterina. Vi è qui una complementarietà stupenda. La ricchezza speculativa dell'uno si sposa alla povertà dell'altra che riveste la secchezza del primo con un continuo zampillare di immagini piene di forza e di bellezza. In san Tommaso la forza del discorso spirituale dipende dalla concisione, dalla logica così rigorosa e ineccepibile che perciò stesso convince e quasi fa toccare la realtà del Mistero (cf. la giustificazione per cui il Padre ha un Verbo in 231, o alla fine di 235 perché la vita eterna è dovuta all'uomo).