Giovanni Ruusbroec
1293 - 1381
Lo
Specchio della salvezza eterna è una istruzione spirituale rivolta a
un’anima devota, desiderosa di intraprendere rivolta a un’anima devota,
desiderosa di intraprendere il cammino della perfezione. Il nostro Priore di
Groenendael la esorta a donarsi interamente a Dio, perché a sua volta Dio si
doni totalmente a lei. Coloro che progrediscono e si abbandonano alla volontà
di Dio (239) praticano la vera povertà di spirito. Possono quindi penetrare
nella sfera delle beatitudini promesse da Nostro Signore (240) e sono in grado
di saziarsi al banchetto preparato per loro, l’Eucaristia. Offrendosi in cibo,
Gesù ci assimila a sé e noi siamo in crisi di godimenti
spirituali. Ormai la vita diventa un divorare e un essere divorati (241)!
Prendendo
l’avvio da questi segni dell’amore eterno per l’uomo, l’autore delinea una
concezione che gli è cara: Dio creò l’uomo a sua immagine. In Dio stesso
questa immagine è appunto lo specchio specialissimo in cui il creatore vede
ogni sua creatura. L’immagine è stata impressa nel fondo dell’anima, laddove
ogni battezzato può ritrovare la sua deificante somiglianza con le tre divine
Persone. Il lavoro spirituale consiste nell’eliminazione di qualsiasi
impedimento per cui l’immagine di Dio non può nel fondo dell’anima. Così l’uomo
scopre in se stesso una “vita superiore”.
Nessuna
delle opere ruusbroechiane tratteggia con tanta limpidezza gli elementi della contemplazione,
soprattutto l’esemplarismo, quanto lo Specchio. La contemplazione è la
partecipazione alla vita delle tre Persone divine, una vita che vivifica. Per sperimentarla l’uomo deve evadere da
se stesso. Quando il lavoro delle virtù, tramite la grazia di Dio, abbia
svuotato l’anima di se stessa, ella diventa docilissima all’ azione divina che opera in lei meravigliosamente
(243. 244). Dio si rivela allora nel
fondo più riposto dell’anima, manifestandole le operazioni delle divine Persone
che la trasformano elevandola all’unione più intima (244).
Ruusbroec
definisce questa stato come la rivelazione del regno di Dio in noi o come un
inesausto slanciarsi verso la Sorgente, oltre ogni immagine e concetto (245. 246).
La contemplazione è l’ora per attingere Dio (246), la tappa suprema, in cui nell’amore ci uniamo a Dio in un medesimo spirito, un medesimo amore, una medesima vita, pur senza perdere il nostro stato di semplici creature; il contemplativo infatti ‑ Ruusbroec non si stanca di ripeterlo ‑ rimane sempre distinto da Dio (247).
L'esercizio
vivificante della contemplazione è attivo e passivo ad un tempo. Passivo,
perché lo si raggiunge soltanto grazie all'illuminazione del Verbo e al dono
dello Spirito Santo. Attivo, perché le nostre facoltà devono tendere verso
l'infinito di Dio, pur senza mai raggiungerlo appieno (243. 247. 248).
Come
in Hadewijch e in Maestro Eckhart, il centro della spiritualità ruusbroechiana
ruota attorno al mistero di Dio, principio e fine eterno di tutto; e il mistero
dell'uomo è visto sempre alla luce del circolo trinitario. Con questo autore
tocchiamo il vertice di una metafisica d'amore divino che nessuno ha superato
in tutto il medioevo del Nord. Le sue intuizioni geniali hanno molto in comune
con Agostino. Forse meno penetrante sono segnate però da un acuto senso
architettonico (sebbene qui forse poco evidente, dato l'esiguo campionario del Corpus
ruusbmechiano).
Siamo nei secoli delle grandi Somme. Anche le opere di Ruusbroec formano vere somme sulla vita spirituale, scritte in base a ricchissime esperienze personali e rese veri edifici armoniosi e imponenti.
Sarà
anche utile accennare al carisma d'eccezione che ha lo stile di Ruusbroec per
evocare la realtà della vita mistica e darcene un presentimento quasi fisico.
Mentre il terreno di Elredo era psicologico (per quanto fosse uno psicologico
soprannaturale), quello di Baldovino nettamente teologico, con Ruusbroec siamo
specificamente in campo mistico. Egli parla del Mistero con un linguaggio forte
che lascia abbagliati e nello stesso tempo è interiore e penetrante.