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Letture della preghiera notturna dei certosini |
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Elredo di Rievaulx 1110 – 1167
A 32 anni Elredo scrive la sua opera più importante, Lo specchio della carità, e comincia un primo abbozzo della sua opera più celebre, L’amicizia spirituale, la cui stesura definitiva sarà frutto della piena maturità. Questo trattato, L’amicizia spirituale, pur così breve, è lo scritto di Elredo più espressivo e simpatico, il diario del suo cuore. L’amicizia cristiana è scrutata con metodo pari a finezza di acume. Ovviamente l’autore considera l’amicizia soprannaturale, ma forse questo aspetto (o peggio ancora l’aspetto moralistico) è stato troppo esclusivamente privilegiato a detrimento della ricchissima umanità del nostro autore. Il solo fatto che egli abbia osato scrivere un trattato sull’amicizia è significativo. Il tema dell’amicizia era classico nella letteratura greco – romana e ne troviamo gli echi in Elredo (Cicerone, Platone: 214. 215). Nel cristianesimo talvolta l’amicizia apparve sospetta: c’era la fobia delle “amicizie particolari”. Benché si potrebbero citare molti esempi di amicizie cristiane, i trattati ex professo sull’amicizia sono rari. Il mondo monastico, poi, mise molto tempo, prima di centrare il tema “amicizia – amore”. E quando ne parla, (vedi la conferenza di Giovanni Cassiano sull’amicizia”, vi manca quella nota saporosa di calore umano. Nella regola di San Benedetto cercheremmo invano il vocabolo “amicizia”. Perciò il confronto tra la Collatio 16°. Di Cassiano e il De spiritali amicitia del nostro Elredo ci fa misurare il cammino percorso. La sensibilità medioevale è diventata frutto maturo. Il fascino di Elredo è nella finezza – oltre che nel calore umano – delle sue analisi concrete. Descrivendo la natura dell’amicizia, egli ci offre stupende definizioni: “L’amico è il guardiano” (206). “L’amicizia lega gli animi con una dolce alleanza di predilezione e fa unità del molteplice” (206). La vera amicizia, nettamente distinta da quella mondana, ama gli amici in Dio, vale a dire a causa di ciò che vede in essi divino, li ama spiritualmente, senza mescolarvi Interessi terreni e, infine, li ama in vista di Dio, per rendergli migliori e avvicinarli al loro fine (207. 209). D’altronde, l’amicizia stessa viene da Dio. La Sapienza eterna ha voluto che le creature ricevessero una certa somiglianza della sua perfetta unità, per cui la natura ha impresso nelle anime un certo “affectus”, una tendenza per l’amore, destinato ad accrescere la dolcezza inerente all’atto di amare (208). Rispetto alla carità, l’amicizia brilla di una luce speciale. Lei sola ammette nell’intimità, in quella “camera del cuore”, secondo un’espressione cara a Elredo. Occorre perciò custodirla con cura, mettendo al bando quanto può rovinarla (210). Tra le righe si sente il maestro: senza una generosa mortificazione e il controllo dei propri sentimenti non sarà possibile instaurare una relazione nobile e costante. L’amicizia non è un dovere, tuttavia, una volta stabilita, impone doveri scambievoli a quanti si sono legati con quel patto. Li potremmo riassumere tutti in una parola: la fedeltà (211. 213). L’amico sopporterà i difetti dell’altro con pazienza, eviterà ogni parola dura o capace di ferire così come tutto quello che potrebbe addolorare, e baderà di non divulgare i segreti di loro due. La virtù che deve regolare le manifestazioni esterne degli amici e l’affabilità (213. 215). Non per nulla Elredo sorprese i contemporanei per la sua pazienza, serenità, dolcezza. I rapporti, - insegna Elredo – vanno costruiti sulla verità (215 – 217). Le pagine che presentano la correzione fraterna testimoniano la limpidezza e l’onesta dell’abate di Rievaulx. Del resto tutto il trattato posa su un solido realismo e rivela grande intuizione psicologica. Dio amicizia. Ogni santa amicizia che diffonde nell’anima soavità e dolcezza, proviene da lui (209). Perciò non ci resta difficoltoso passare da Cristo, che ispira l’amore con cui amiamo l’amico, a Cristo che offre se stesso al nostro amore, come un amico a cui voler bene. Appunto nella preghiera si effettua insensibilmente, per contiguità, quest’estensione del sentimento: mentre preghiamo Cristo per il nostro amico, col desiderio ardente di venir esauditi, a poco a poco riversiamo sul Signore l’affetto che ci lega all’amico (219). Uno non può scrivere queste cose senza averne fatta l’esperienza. C’è qui l’indice certo di un’anima contemplativa che ha ricevuto le visite del Signore e in lui ha gustato l’Amico divino. Gli studiosi parlano di “una teologia cistercense dell’amore”, e l’elenco degli scritti di questa scuola è significativo. Pensiamo al De diligendo Deo di Bernardo, al De natura et dignitate amoris di Guglielmo di Saint – Thierry, allo Speculum caritatis di Aelredo stesso, al De dirigendo Deo di Acheo di Clairvaux. Per non parlare del Trattato III di Baldovino di Ford sull’amore di Dio, e del VII “Sulle ferite della carità”. Se però passiamo dall’amore di Dio a quello del prossimo, le opere si assottigliano molto e l’autore di maggior spicco è sicuramente Elredo, definito del resto come il più umano di tutti gli scrittori cistercensi (216, cf. 217). Effettivamente, nella luce di Agostino, dottore della grazia, e di Bernardo, dottore dell’amore, Elredo appare come il dottore per eccellenza dell’amicizia. Il suo trattato, composto circa 850 anni or sono, lo si direbbe scritto apposta per noi, monaci e monache, all’alba del terzo millennio.
bibliografia
L'amicizia
spirituale Aelredo di Rievaulx ; Paoline Editoriale Libri
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