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Letture della preghiera notturna dei certosini

 

 

BALDOVINO DI FORDA

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Ecco ancora un autore cistercense, ma il contrasto tra Baldovino ed Elredo appena letto balza subito all'occhio. Mentre il cantore dell'amicizia aveva uno stile flessibile e suasivo, meravigliosamente atto a descrivere le sfumature del cuore umano, Baldovino ci offre uno stile sostenuto, che si muove nel registro teologico, strutturato in modo architettonico.

Infatti, il Trattato XV, secondo alcuni il capolavoro di Baldovino, è una teologia della vita monastica considerata come comunione. Per Baldovino, la comunione cenobitica discende dalla comunione che regna nel rapporto trinitario: idea nient’affatto frequente nella tradizione occidentale, ove le meditazioni trinitarie si soffermano normalmente a vedere un'immagine della Trinità nelle facoltà del singolo uomo. Scorgere il segno della vita trinitaria nella comunione che regge i rapporti umani, fa di questo Trattato XV una delle opere più singolari del Medio Evo.

Dio è comunione nella sua natura profonda, in virtù dell'azione dello Spirito Santo che, vien detto più volte dal testo 222 in avanti, è "legame e comunione" del Padre e del Figlio. Benché Dio basti a se stesso (226), l'amore effuso in noi dallo Spirito Santo è segno del bisogno di dare tutto se stesso di un Dio "costretto" ad amare e anche a farsi amare (220) anzi, lo Spirito Santo è per l’uomo a tempo stesso donatore e dono (2281 l’uomo, dal canto suo, riceve la grazia di Dio come un prestito ch'egli deve trasformare in strumento di comunione. Solo attraverso il comunicare egli può sperare di possedere veramente il dono che ha ricevuto (227).

Questa dialettica dare - comunicare (227. 228) è la chiave del passaggio dall'amore trinitario a quello cenobitico. Così, dopo un breve capitolo (223) sulla comunione fra gli angeli, suscitata da quello stesso Spirito che costitui­sce la comunione trinitaria, Baldovino si accinge a delineare i tratti della comunione apostolica e cenobitica. Ma prima avverte che vi sono altri tipi di comunione, tra cui quella di natura, legata al peccato. Essa è riscattata dalla comu­nione di grazia, comunione di tutti i battezzati (224), che costituisce la vita comune, non già semplicemente nel senso di vita che si svolge in comune, ma in quello ben più forte che è comune a tutti: L’essere un cuore solo e un'anima sola, così come la comunione di ogni cosa, fanno la vita comune" (224).

Ma cosa S’intende precisamente con i termini "comunio­ne" e "amore", due parole che percorrono tutto l'opuscolo?

Il termine "comunione" esprime il possesso in comune dei beni materiali e spirituali di ciascuno, oppure l'unione dei cuori che credono e vivono le stesse cose. Notiamo l'inesistenza dell'accezione eucaristica, non perché Baldovi­no, l'autore del De Sacramento altaris, la svaluti, ma perché in questa sede egli non si sofferma sugli strumenti della vita comune.

L'amore non può non cercare e provocare la comunione, giungendo fino a privarsi di qualcosa a favore dell'altro: tale è il senso dell'espressione "amore della comunione" che ritorna spesso dal n.221.

La reciprocità, che si stabilisce grazie all'amore, è "comunione dell'amore" (225), perché suscitata dall'amore e perché l’amore stesso tende in essa a diventare comune. "Se <l'amore> desidera che tutti i suoi beni siano comuni, molto più vuole che lo sia l'amore stesso "(221).

Qualora tale corrispondenza d'amore non si produca, il risultato è la sofferenza (221); tuttavia l'appello all'amore è senza limiti per l'uomo. "La carità opera sempre in modo che colui che è amato ami a sua volta e in tal modo non sia il solo ad essere amato" (221). La dialettica delineata si svolge così attraverso tre fasi: 1 - l'amore dell'amante cerca la comunione: è l'amore della comunione; 2 - grazie ad esso è realizzata la comu­nione: è la comunione dell'amore; 3 - ne segue un ritorno d'amore da parte dell'amato, che è al tempo stesso strumento di comunione: è di nuovo l'amore della comunione (cf. 223).

Questo schema è esplicitato in 224, ove si dice che “più è grande l'amore, più forte è il legame e più piena la comunione, e viceversa: più grande è la comunione, più forte è il legame e più pieno l’amore” D'altronde la lirica descrizione della vita degli angeli (223) è in realtà una rappresentazione ideale del monastero. Basti, per con­vincersene, il dettaglio molto concreto del bene “trattenuto di nascosto con l'intento di appropriarsene

Sebbene la fragilità umana possa sabotare l'alleanza con Dio, il credente trova nel Corpo mistico, che è la Chiesa, la comunione dei santi realizzata dallo Spirito. Essa può sopperire alla sua inconsistenza. Non sperare in essa, aggiunge Baldovino in un sospiro di esultanza, significa "stare allo stretto nei nostri cuori" (229).

La comunione così realizzata è figura della vita celeste a cui l'uomo è chiamato: la vita monastica trova in tal modo la sua ragione d'essere in una fondamentale valenza escatologica, preludio alla comunione di gloria (228, 229).

 

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