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Letture della preghiera notturna dei certosini |
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Tempo Ordinario
Ventiduesima Settimana
Dal Commento al Simbolo degli apostoli di san Tommaso d'Aquino Opusc.theolog. VII, art.11 Opera omnia, Parmae,1864, XVI,149-150. La
fede e la speranza nella risurrezione ci procurano molteplici
benefici. Prima di tutto, ci liberano dalla tristezza che proviamo per
i nostri defunti. Naturalmente è impossibile non essere colpiti dal
dolore per la perdita di una persona cara; tuttavia la speranza che
essa risusciterà mitiga molto la sofferenza. Rammentiamo
l'esortazione dell'Apostolo: Non vogliamo lasciarvi nell'ignoranza,
fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad
affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Crédere e sperare
nella risurrezione valgono pure a esorcizzare la paura della morte.
Chi non sperasse in un altra vita migliore dopo quella presente,
dovrebbe senz’altro avere orrore della sua fine, tanto da
scegliere di commettere qualunque male piuttosto che incorrere nella
morte. Noi invece crediamo che dopo la vita di quaggiù entreremo in
un’esistenza di gran lunga migliore; perciò è ovvio che nessuno
deve pensare con raccapriccio di finire nel nulla e tanto meno
scegliere il male per evitare quella sorte. La lettera agli Ebrei corrobora questa nostra speranza dicendo che Gesù
ha preso una natura in tutto simile alla nostra per ridurre
all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere,
cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte
erano tenuti in schiavitù per tutta la vita. La fede e la speranza nella risurrezione rendono solleciti e zelanti nel compiere il bene. Non riusciremmo a impegnarci in questo cammino, se la vita umana si riducesse a quella mortale. Ogni nostra impresa sarebbe talmente irrisoria in confronto del desiderio illimitato che ci urge dentro e ha dimensioni d'eterno! Invece
la fede in una ricompensa, che travalica il tempo e mediante la
risurrezione sbocca nell'eternità, ci ispira tenacia e costanza nel
bene. Siamo infatti consapevoli che se noi abbiamo avuto speranza in
Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli
uomini . Ne
segue che fede e speranza nella risurrezione significano
allontanamento dal male. Speriamo la ricompensa per cui rispondiamo
con slancio all'appello del bene. E poiché temiamo il castigo che la
fede ci assicura in sorte al malvagio, ci stacchiamo dal peccato.
Gesù ha sentenziato infatti che il giorno del giudizio, tutti
coloro che sono nei sepolcri ne usciranno: quanti fecero il bene, per
una risurrezione di vita e quanti fecero il
male, per una risurrezione di condanna. Dal Commento al Simbolo degli apostoli di san Tommaso d'Aquino Opusc.theolog. VII, art.12 Opera omnia, Parmae,1864, XVI,150-151. Quando
saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nella vita eterna,
le fede cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di
verità che nel Credo si chiude con le parole: Vita eterna. Amen. La prima cosa che si compie nella vita eterna. è l'unione dell'uomo con Dio. Dio
stesso, infatti, è il premio e il fine di tutte le nostre fatiche: Io
sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande. Questa,
unione, poi, consiste nella perfetta visione: Ora vediamo come in
uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a
faccia. La
vita eterna inoltre consiste nella somma lode, come dice il profeta: Giubilo
e gioia saranno in essa. ringraziamenti e inni di lode. Questa
vita di cielo consiste anche nella perfetta soddisfazione del
desiderio. Ivi infatti ogni beato avrà più di quanto ha desiderato e
sperato. La ragione è che nessuno può in questa vita appagare
pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado di
colmare le aspirazioni dell'uomo. Solo Dio può saziarlo, anzi andare
molto al di là, fino all’infinito. Per questo le brame dell'uomo
si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: "Ci hai
fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando
non riposa in te". I santi nella patria possederanno
perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno all'apice di ogni loro
desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto speravano. Per
questo Gesù dice nel vangelo: Prendi parte alla gioia del tuo
Signore; e Agostino aggiunge: "Tutta la gioia non entrerà
nei beati, ma tutti i beati entreranno nella gioia". Dallo "Specchio della salvezza eterna" di Giovanni Ruusbroec Cap.III.
Un miroir de l'éternelle béatitude. Lovanio, 1991, 30 – 33. Consegnando
la sua volontà alla volontà del Padre, Cristo ci ha riscattato e ha
pagato per noi con la sua morte. Se vogliamo seguirlo, dobbiamo
rinunciare alla nostra volontà propria e vivere della sua. Così
ratifichiamo il suo riscatto. Dobbiamo
anche domare i sensi, vincere la natura, portare la croce e imitare
Cristo. Così restituiamo in certo modo quanto egli ha pagato per noi.
Mediante la sua morte e la nostra penitenza volontaria, gli siamo
uniti, diventiamo i suoi “servi fedeli” entriamo a far parte del
suo Regno. Ma
nella misura che immoliamo la nostra volontà, scegliendo la sua perché
diventi la nostra, siamo i suoi "discepoli e i suoi amici"
eletti. C'è
di più: in quanto siamo mossi dallo Spirito di Dio siamo “Figli di
Dio”. A tal fine lo Spirito deve consumare il nostro spirito
nell'amore e immergerlo nell'abisso della grazia di Cristo e della sua
libera bontà. Lì il nostro spirito è battezzato, liberato e unito
allo Spirito di Dio. Allora, nella volontà di Dio muore la nostra
volontà propria, per cui non abbiamo più né la capacità né la
possibilità di volere qualcosa di diverso da quello che Dio vuole: la
volontà di Dio è divenuta la nostra. Sta qui la radice della genuina
carità. Nell'abisso
della grazia di Dio riceviamo anche la nuova nascita che lo Spirito
genera in noi. Lì la nostra volontà è libera, perché è una con la
libera volontà di Dio. Lì il nostro spirito è innalzato dall'amore
fino a raggiungere l'unità di spirito, di volontà e di libertà con
Dio. E in questa libertà divina, lo spirito dell'uomo è elevato
dall'amore sopra la propria natura, cioè sopra la sofferenza, la
fatica e l'affanno. Dallo "Specchio della salvezza eterna" di Giovanni Ruusbroec Cap.III. Un miroir de l'éternelle béatitude. Lovanio, 1991, 34 – 35. Sono
realmente poveri in spirito quelli che non conservano nulla in
proprio: perciò sono beati perché l'amore di Dio è la loro vita. E
sono ancor più beati perché miti e umili, sicché, per quanto
abbattuta e afflitta sia la natura, essi hanno sempre la pace del
cuore e dello spirito. Sono
per la terza volta beati perché si dolgono e piangono tanto per le
imperfezioni quotidiane in cui cadono quanto per i peccati di tutti
gli uomini. Lamentano e deplorano che Dio sia così poco conosciuto,
così poco amato, così poco onorato secondo la sua alta dignità. Da
qui nasce la quarta beatitudine: la fame e la sete, l’ardente ed
eterno desiderio che Dio sia amato e lodato da tutte le creature in
cielo e sulla terra. Ne
risulta la quinta beatitudine con il desiderio cordiale, umile e
generoso che Dio diffonda la sua benevolenza e la sua grazia in cielo
e sulla terra, perché tutti siano colmati dei suoi doni, gli rendano
grazie e lo lodino eternamente.
Da
questo deriva ancora la sesta forma di beatitudine: essa conviene a
quelli che ricevono le grazie e i doni di Dio con cuore puro, senza
immagini, per cui persistono in una lode piena di riconoscenza sono
questi che contemplano Dio. Da tale
contemplazione nasce la settima forma di beatitudine: l’amoroso
raccoglimento in Dio, in una pace divina ove entrano il cuore, la
sensibilità, il corpo, l'anima con tutte le potenze, nella compagnia
di quanti sono beati o lo diverranno. Dallo "Specchio della salvezza eterna" di Giovanni Ruusbroec Cap.VII. Un miroir de l'éternelle béatitude. Lovanio, 1991, 56 – 57. 65s. Chiunque
voglia inebriarsi d'amore potrà contemplare, scrutare e ammirare due
segni d'amore di cui Cristo ci ha dato testimonianza nel sacramento
del suo corpo e del suo sangue. Sono attestazioni così grandi e
profonde che nessuno può percepirle o comprenderle a fondo. Il
primo segno d'amore ci attesta che Cristo ha donato alla nostra anima
la sua carne in cibo e il suo sangue come bevanda. Non si era mai
sentito dire prima d'allora che l'amore avesse realizzato una simile
meraviglia. Adesso comprendiamo che è proprio dell'amore sempre dare
e prendere, amare ed essere amato. Questi due elementi connotano
chiunque ama. L'amore
di Cristo è avido e generoso. Sebbene ci doni tutto ciò che ha e
tutto ciò che è, in cambio prende tutto quello che abbiamo e quello
che siamo. Ed esige da noi più di quanto possiamo offrirgli. La sua
fame è smisuratamente grande; ci consuma totalmente sino in fondo,
tanto sconfinata è la sua avidità e insaziabile la sua brama. Sì,
egli ci divora fino al midollo delle nostre ossa! Tuttavia
noi ci consegniamo volentieri a lui, e più gli cediamo tutto il
nostro essere, più egli ci prende gusto. Ma, per quanto ci consumi,
non è mai appagato, perché è insaziabile e la sua fame oltrepassa
ogni misura. Siamo poveri, ma lui non ci bada, poiché non ci vuole
lasciar andare. Segue
la seconda testimonianza d'amore. La troviamo alla consacrazione,
quando Cristo dice: Questo è il calice del mio Sangue, versato per
voi e per tutti in remissione dei peccati. Sono le parole che Cristo
pronunziò quando consacrò il suo sangue come bevanda per i suoi
apostoli e per noi tutti. Subito dopo l’avrebbe sparso per noi
morendo d'amore a causa dei nostri peccati. Non si era mai conosciuto
un amore simile a quello del Figlio di Dio che consegnò la sua vita
alla morte affinché a tal prezzo vivessimo eternamente con lui. Dallo "Specchio della salvezza eterna" di Giovanni Ruusbroec Cap.XVII. Un miroir de l'éternelle béatitude. Lovanio, 1991, 127 – 128. Adesso
alzate gli occhi oltre la ragione, al di là di tutti gli esercizi
virtuosi e considerate con spirito amante e sguardo attento questa
vita superiore che è origine e causa di ogni vita e di ogni santità. Essa
è come un glorioso abisso della ricchezza di Dio, come una sorgente
di vita ove ci sentiamo uniti a Dio e che fluisce in tutte le potenze,
con la grazia e doni molteplici, secondo il bisogno e il merito di
ognuno. In questa sorgente di vita siamo tutti uniti a Dio, mentre nei
fiumi della sua grazia siamo separati e riceviamo tutto, in modo
distinto, secondo quanto conviene a ciascuno. Rimaniamo
però sempre uniti gli uni agli altri mediante la carità e la
comunanza di natura, ma anche e soprattutto in questa vita superiore
ove siamo tutti uniti a Dio. Questa
unione con Dio sta sopra della ragione e dei sensi, e lì siamo con
Dio un solo spirito in una sola vita. Nessuno può vedere, trovare, possedere questa vita superiore, se tramite l’amore e la grazia di Dio non è morto a sé nella vita suddetta, battezzato in questa sorgente e rinato di nuovo nella libertà divina che viene dallo Spirito di Dio. Rimanendo sempre unito a Dio in questa vita superiore, egli fluisce mediante la grazia in tutte le virtù, rinnovato senza posa dalla ricchezza e dalla pienezza dell'amore divino. |
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Tempo Ordinario
Ventiduesima Settimana
VANGELO
(Lc 10,23-37) Chi
è il mio prossimo? +
Dal Vangelo secondo Luca E
volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono
ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato
vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite,
ma non l’udirono». In
quel tempo, un dottore della legge si alzò per mettere alla prova Gesù:
“Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli
disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”. Costui
rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la
tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo
tuo come te stesso”. E Gesù: “Hai risposto bene; fa’ questo e
vivrai”. Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il
mio prossimo?”. Gesù
riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei
briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono,
lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella
medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche
un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un
Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe
compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e
vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si
prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede
all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più,
te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il
prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. Quegli
rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’
e anche tu fa’ lo stesso”. Carità effettiva
L’autentica misericordia (235) e l’autentica carità fraterna, (236) che non esclude nessuno dal nostro cuore (237), manifestano il primato dell’amore (238). E’ lo Spirito Santo ad insegnarci l’arte di amare (239): non porre misure al nostro amore! (240)
235 Lunedì
Dagli scritti di Youssef Bousnaya. Evangile au désert, Le Cerf, 1965, pp.244-246. Figlio
mio, sii misericordioso e diffondi benevolenza su tutti, affinché tu
possa elevarti al grado della divinità; in questo senso, l’uomo
misericordioso è un altro dio sulla terra. Attento, però, a non
lasciarti sedurre da questo pensiero che potrebbe allettarti: E’ meglio
che io sia misericordioso con colui che aderisce alla fede, piuttosto che
con colui che ci è estraneo. Questo non è affatto la misericordia
perfetta che imita Dio, il quale effonde i suoi benefici su tutti, senza
discriminazione alcuna: egli fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e
sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti (Mt 5,45). Non
dire dunque: Non ho nulla da dare ai poveri: né devi affliggerti nel tuo
intimo di non poter essere per questo motivo, misericordioso. Se hai
qualcosa, dà ciò che hai. Se non hai nulla, dà ugualmente, non foss’altro
che un tozzo di pane secco, con intenzione veramente misericordiosa: ciò
sarà considerato dinanzi a Dio come la misericordia perfetta. Nostro
Signore non ha lodato chi gettava nella cassa delle oblazioni molte
monete. Ha invece lodato la vedova che vi aveva messo due monetine tolte
alla sua indigenza, con retta intenzione, per gettarle nel tesoro di Dio (cf
Mc 12,38-44). L’uomo
che sente in cuore pietà per i suoi simili, è reputato misericordioso
davanti a Dio. Una retta intenzione senza conseguenze visibili vale molto
di più di molte opere manifeste, prive di retta intenzione. Dunque,
l’uomo può essere misericordioso e giungere ad avere misericordia anche
senza possedere nulla: egli è allora misericordioso nel pensiero. Dio è amore (1Gv 4,8): l’amore è la sua stessa essenza. E’ stato l’amore per noi che ha indotto il Creatore a crearci. L’uomo che possiede la carità, è veramente Dio in mezzo agli uomini 236 Martedì
Dalle “Omelie” attribuite a Macario l’egiziano. Hom III,2-3. PGL 19,1178-1179. I
fratelli devono stare insieme nell’amore e nella gioia, qualunque cosa
facciano. Nei confronti di chi prega colui che lavora dica cosi: Il tesoro
che si procura il mio fratello lo posseggo anch’io, perché è in
comune. Rispetto a chi legge, colui che prega dica così: Il vantaggio che
ricava lui dalla lettura, torna a guadagno mio. E chi lavora a sua volta
dica così: Il servizio che compio è vantaggio comune. Chi prega non
giudichi chi lavora, dicendo: Perché non prega? Chi lavora non giudichi
chi prega, dicendo: Quello sta fermo e io fatico. Chi compie un servizio
non giudichi l’altro, ma ciascuno, qualunque cosa faccia, la compia a
gloria di Dio. Chi legge nutrirà amore e gioia per chi prega, pensando:
Sta pregando per me. E chi prega penserà a chi si affatica così: Quello
che fa, lo compie per l’utilità comune. Così
una grande concordia, una grande armonia potranno conservare i fratelli
reciprocamente nel vincolo della pace e potranno vivere insieme in
sincerità e semplicità, sotto lo sguardo compiaciuto di Dio. Però
è palese che più importante di tutto è perseverare nella preghiera. Una
sola cosa tuttavia è richiesta: avere nell’anima quel tesoro e nella
mente quella vita che è il Signore; sia che lavoriamo, sia che preghiamo
o leggiamo, si abbia quel possesso che non passa mai, cioè lo Spirito
Santo.
237 Mercoledì
Dalle “Centurie sulla carità” di san Massimo il confessore. IV,
82ss.. S Ch 9, 170ss.
Fa’
il possibile per amare ogni uomo. Se non sei ancora capace, perlomeno non
odiare nessuno. Ma neanche di questo sarai capace se non avrai raggiunto
il distacco dalle cose del mondo. Bisogna amare
ogni uomo con tutta l’anima, però sperando solo in Dio e onorandolo con
tutto il cuore. Gli
amici di Cristo non sono amati da tutti gli uomini, però essi li amano
sinceramente tutti. Gli amici del mondo perseverano solo finché non si
trovano in disaccordo sulle cose del mondo. Un
amico fedele è un protettore efficace. Nel successo ti dà buoni consigli
e ti mostra concretamente la sua simpatia. Nella sventura ti difende
generosamente ed è un alleato partecipe in profondità. Sull’amore
hanno parlato molti e molto. Ma se lo cerchi, lo troverai solo nei
discepoli di Cristo: essi soli hanno come maestro di amore l’Amore vero.
E’ l’Amore a proposito del quale sta scritto: Se avessi il dono della
profezia e conoscessi tutti i misteri e tutto la scienza, e possedessi la
pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la
carità, non sono nulla (1Cor 13,2). Chi
ha l’amore ha Dio, perché Dio è amore.
238 Giovedì
Dai “Detti” dei padri del deserto. Nau 365.353.358. Rusconi, p.167. Mortari,1972,pp.316.317.
Un
fratello fece visita a un anziano dotato di discernimento degli spiriti e
lo supplicò dicendo: Prega per me, Abba, perché sono debole. E
l’anziano così gli rispose: Un Padre disse una volta che chi prende
dell’olio nel cavo della mano per massaggiarne un malato beneficia per
primo dell’unzione dell’olio fatta dalla sua mano. Così colui che
prega per un fratello in pena, ancora prima che questi ne profitti, ha la
sua parte di profitto lui stesso, per l’intenzione della carità.
Preghiamo dunque gli uni per gli altri, al fine di essere guariti, poiché
Dio ce lo ha comandato (cf Gc 5,16). Un
anziano diceva: Non ho mai desiderato una cosa che mi fosse utile e
comportasse un danno per il mio fratello, perché spero che il guadagno
del fratello sia per me un vantaggio. Uno
dei padri andò in città a vendere il suo lavoro e, vedendo un povero
nudo, fu mosso a compassione e gli regalò la sua tunica. Il povero andò
a venderla. Saputo ciò che aveva fatto l’anziano si rattristò e si
pentì di avergli dato il vestito. Ma quella notte apparve in sogno
all’anziano Cristo che indossava la sua tunica e gli disse : Non
rattristarti, ecco che io porto ciò che tu mi hai dato.
239 Venerdì
Dai “Sette gradi dell’amore spirituale” di Giovanni Ruusbroec. Oeuvres,
Bruxelles,1922,T.I,pp.248-249.
Il
nostro Padre celeste fin dall’eternità ci ha chiamati e prescelti nel
suo Figlio diletto; con la sua mano amorosa ha scritto i nostri nomi sul
libro vivente dell’eterna Sapienza: noi quindi dobbiamo corrispondere al
suo amore con tutte le nostre forze, con un rispetto e una venerazione
infinita. Proprio così cominciano tutti i canti degli angeli e degli
uomini, i canti che non avranno mai fine. La prima melodia del canto
celeste è l’amore verso Dio e verso il prossimo; per insegnarcela Dio
Padre ha mandato a noi suo Figlio. Chi non conosce questa melodia non può
entrare nel coro celeste, perchè non solo non la conosce, ma non ne gusta
la bellezza; sarà quindi escluso in eterno dalle schiere del cielo. Cristo,
nostro cantore e maestro di coro, ha cantato fin dal principio e intonerà
per noi eternamente il cantico della fedeltà e dell’amore. Anche noi,
con tutte le forze, canteremo dopo di lui, sia quaggiù sia nel coro della
gloria di Dio. Il
canto comune che tutti dobbiamo conoscere per far parte del coro degli
angeli e dei santi nel regno di Dio è dunque l’amore vero e senza
finzioni. L’amore infatti è la radice e la causa di tutte le virtù
nell’intimo del cuore; e all’esterno è la veste capace di ornare le
nostre opere buone. L’amore
vive di sé stesso, è ricompensa a sé stesso. In quel che fa non può
ingannarsi, perché nell’esercizio della carità fummo preceduti e
superati da Cristo. Egli ci ha insegnato l’amore e visse nell’amore,
lui e tutti i suoi. Imitiamolo, se vogliamo essere beati con lui e
possedere la salvezza. Questa
prima melodia del canto celeste è insegnata dalla Sapienza di Dio, per la
mediazione dello Spirito Santo, a tutti i discepoli che le obbediscono.
240 Sabato
Dal “Canto d’amore” di Riccardo Rolle. N.50.
S Ch 169,183-187.
Fratelli,
non mettete misure al vostro amore di Dio, Non è un vero amante chi fissa
un limite al suo amore per Dio. L’amore riporti sempre vittoria, aumenti
in un crescendo senza tregua, e per. tutta ìa vita, tenda verso cime più
alte. Non
pensate di aver mai raggiunto la vetta. Non potrete mai amare Dio come
egli lo merita; per grande che sia il vostro sentimento, troverete in
cielo chi vi sarà maestro in amore. Resta
perciò chiaro che se il precetto di amare le creature ha una misura, essa
consiste nel non poter eguagliare la creatura al Creatore. Invece il
comandamento di amare Dio esclude ogni misurazione. Dunque in ogni dove,
senza tregua, in ogni occasione, sempre e totalmente, Cristo va amato. Il
nostro amore per Dio sarà ardente, vivo, avvampante, impetuoso,
invincibile, indissolubile, esclusivo; attirerà a sé tutto l’essere,
lo trasferirà completamente in sé, assoggettandolo del tutto al suo
servizio. Quando poi l’amore è corredato di delizie, diventa audace e niente lo frena. Si salda all’Amato, languisce incessantemente d’amore, sdegna quanto non è capace di condurlo ad amare. Reputa che senza amore nulla riesce, e con lui nessun tormento fa paura. |
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