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Letture della preghiera notturna dei certosini

[Ciclo A] [Ciclo C]

 

Ciclo A

 

 

Tempo Ordinario

 

 

Ventiduesima Settimana

 

Lunedì

Martedì

Mercoledì

Giovedì

Venerdì

Sabato

 

237

 

Dal Commento al Simbolo degli apostoli di san Tommaso d'Aquino

Opusc.theolog. VII, art.11 Opera omnia, Parmae,1864, XVI,149-150.

 

La fede e la speranza nella risurrezione ci procurano molteplici benefici. Prima di tutto, ci liberano dalla tristezza che proviamo per i nostri defunti. Naturalmente è impossibile non essere colpiti dal dolore per la perdita di una persona cara; tuttavia la speranza che essa risusciterà mitiga molto la sofferenza. Rammentiamo l'esortazione dell'Apostolo: Non vogliamo lasciarvi nell'ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Crédere e sperare nella risurrezione valgono pure a esorcizzare la paura della morte. Chi non sperasse in un altra vita migliore dopo quella presente, dovrebbe senz’al­tro avere orrore della sua fine, tanto da scegliere di commettere qualunque male piuttosto che incorrere nella morte. Noi invece crediamo che dopo la vita di quaggiù entreremo in un’esistenza di gran lunga migliore; perciò è ovvio che nessuno deve pensare con raccapriccio di finire nel nulla e tanto meno scegliere il male per evitare quella sorte.

La lettera agli Ebrei corrobora questa nostra speranza dicendo che Gesù ha preso una natura in tutto simile alla nostra per ridurre all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita.

La fede e la speranza nella risurrezione rendono solleci­ti e zelanti nel compiere il bene. Non riusciremmo a impe­gnarci in questo cammino, se la vita umana si riducesse a quella mortale. Ogni nostra impresa sarebbe talmente irrisoria in confronto del desiderio illimitato che ci urge dentro e ha dimensioni d'eterno!

Invece la fede in una ricompensa, che travalica il tem­po e mediante la risurrezione sbocca nell'eternità, ci ispira tenacia e costanza nel bene. Siamo infatti consapevoli che se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini .

Ne segue che fede e speranza nella risurrezione signifi­cano allontanamento dal male. Speriamo la ricompensa per cui rispondiamo con slancio all'appello del bene. E poiché temiamo il castigo che la fede ci assicura in sorte al malva­gio, ci stacchiamo dal peccato. Gesù ha sentenziato infatti che il giorno del giudizio, tutti coloro che sono nei sepolcri ne usciranno: quanti fecero il bene, per una risurrezione

di vita  e quanti fecero il male, per una risurrezione di con­danna.

 

 

238

 

Dal Commento al Simbolo degli apostoli di san Tommaso d'Aquino

Opusc.theolog. VII, art.12 Opera omnia, Parmae,1864, XVI,150-151.

 

Quando saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nel­la vita eterna, le fede cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di verità che nel Credo si chiude con le pa­role: Vita eterna. Amen.

La prima cosa che si compie nella vita eterna. è l'unione dell'uomo con Dio.

Dio stesso, infatti, è il premio e il fine di tutte le nostre fatiche: Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande. Questa, unione, poi, consiste nella perfetta vi­sione: Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confu­sa; ma allora vedremo a faccia a faccia.

La vita eterna inoltre consiste nella somma lode, come dice il profeta: Giubilo e gioia saranno in essa. ringrazia­menti e inni di lode. Questa vita di cielo consiste anche nel­la perfetta soddisfazione del desiderio. Ivi infatti ogni beato avrà più di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che nessuno può in questa vita appagare pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni dell'uomo. Solo Dio può saziarlo, anzi andare molto al di là, fino all’infinito. Per questo le brame dell'uo­mo si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: "Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando non riposa in te". I santi nella patria possederanno perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno all'apice di ogni loro desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto speravano.

Per questo Gesù dice nel vangelo: Prendi parte alla gioia del tuo Signore; e Agostino aggiunge: "Tutta la gioia non entrerà nei beati, ma tutti i beati entreranno nella gioia".

 

239

 

Dallo "Specchio della salvezza eterna" di Giovanni Ruusbroec

Cap.III. Un miroir de l'éternelle béatitude. Lovanio, 1991, 30 – 33.

 

Consegnando la sua volontà alla volontà del Padre, Cristo ci ha riscattato e ha pagato per noi con la sua morte. Se vogliamo seguirlo, dobbiamo rinunciare alla nostra volon­tà propria e vivere della sua. Così ratifichiamo il suo riscat­to.

Dobbiamo anche domare i sensi, vincere la natura, portare la croce e imitare Cristo. Così restituiamo in certo modo quanto egli ha pagato per noi. Mediante la sua morte e la nostra penitenza volontaria, gli siamo uniti, diventiamo i suoi “servi fedeli” entriamo a far parte del suo Regno.

Ma nella misura che immoliamo la nostra volontà, scegliendo la sua perché diventi la nostra, siamo i suoi "discepoli e i suoi amici" eletti.

C'è di più: in quanto siamo mossi dallo Spirito di Dio siamo “Figli di Dio”. A tal fine lo Spirito deve consumare il nostro spirito nell'amore e immergerlo nell'abisso della grazia di Cristo e della sua libera bontà. Lì il nostro spirito è battezzato, liberato e unito allo Spirito di Dio. Allora, nella volontà di Dio muore la nostra volontà propria, per cui non abbiamo più né la capacità né la possibilità di volere qualcosa di diverso da quello che Dio vuole: la volontà di Dio è divenuta la nostra. Sta qui la radice della genuina carità.

Nell'abisso della grazia di Dio riceviamo anche la nuova nascita che lo Spirito genera in noi. Lì la nostra volontà è libera, perché è una con la libera volontà di Dio. Lì il nostro spirito è innalzato dall'amore fino a raggiungere l'unità di spirito, di volontà e di libertà con Dio. E in questa libertà divina, lo spirito dell'uomo è elevato dall'amore sopra la propria natura, cioè sopra la sofferenza, la fatica e l'affanno.

 

240

 

Dallo "Specchio della salvezza eterna" di Giovanni Ruusbroec

Cap.III. Un miroir de l'éternelle béatitude. Lovanio, 1991, 34 – 35.

  

Sono realmente poveri in spirito quelli che non conser­vano nulla in proprio: perciò sono beati perché l'amore di Dio è la loro vita.

E sono ancor più beati perché miti e umili, sicché, per quanto abbattuta e afflitta sia la natura, essi hanno sempre la pace del cuore e dello spirito.

Sono per la terza volta beati perché si dolgono e pian­gono tanto per le imperfezioni quotidiane in cui cadono quanto per i peccati di tutti gli uomini. Lamentano e deplo­rano che Dio sia così poco conosciuto, così poco amato, così poco onorato secondo la sua alta dignità.

Da qui nasce la quarta beatitudine: la fame e la sete, l’ardente ed eterno desiderio che Dio sia amato e lodato da tutte le creature in cielo e sulla terra.

Ne risulta la quinta beatitudine con il desiderio cordia­le, umile e generoso che Dio diffonda la sua benevolenza e la sua grazia in cielo e sulla terra, perché tutti siano colmati dei suoi doni, gli rendano grazie e lo lodino eterna­mente.   

Da questo deriva ancora la sesta forma di beatitudine: essa conviene a quelli che ricevono le grazie e i doni di Dio con cuore puro, senza immagini, per cui persistono in una lode piena di riconoscenza sono questi che contem­plano Dio.

Da tale contemplazione nasce la settima forma di beatitudine: l’amoroso raccoglimento in Dio, in una pace divina ove entrano il cuore, la sensibilità, il corpo, l'anima con tutte le potenze, nella compagnia di quanti sono beati o lo diverranno.

  

 

241

  

Dallo "Specchio della salvezza eterna" di Giovanni Ruusbroec

Cap.VII. Un miroir de l'éternelle béatitude. Lovanio, 1991, 56 – 57. 65s.

 

Chiunque voglia inebriarsi d'amore potrà contemplare, scrutare e ammirare due segni d'amore di cui Cristo ci ha dato testimonianza nel sacramento del suo corpo e del suo sangue. Sono attestazioni così grandi e profonde che nessuno può percepirle o comprenderle a fondo.

Il primo segno d'amore ci attesta che Cristo ha donato alla nostra anima la sua carne in cibo e il suo sangue come bevanda. Non si era mai sentito dire prima d'allora che l'amore avesse realizzato una simile meraviglia. Adesso comprendiamo che è proprio dell'amore sempre dare e prendere, amare ed essere amato. Questi due elementi connotano chiunque ama.

L'amore di Cristo è avido e generoso. Sebbene ci doni tutto ciò che ha e tutto ciò che è, in cambio prende tutto quello che abbiamo e quello che siamo. Ed esige da noi più di quanto possiamo offrirgli. La sua fame è smisurata­mente grande; ci consuma totalmente sino in fondo, tanto sconfinata è la sua avidità e insaziabile la sua brama. Sì, egli ci divora fino al midollo delle nostre ossa!

Tuttavia noi ci consegniamo volentieri a lui, e più gli cediamo tutto il nostro essere, più egli ci prende gusto. Ma, per quanto ci consumi, non è mai appagato, perché è insaziabile e la sua fame oltrepassa ogni misura. Siamo poveri, ma lui non ci bada, poiché non ci vuole lasciar andare.

Segue la seconda testimonianza d'amore. La troviamo alla consacrazione, quando Cristo dice: Questo è il calice del mio Sangue, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Sono le parole che Cristo pronunziò quando consacrò il suo sangue come bevanda per i suoi apostoli e per noi tutti. Subito dopo l’avrebbe sparso per noi morendo d'amore a causa dei nostri peccati. Non si era mai conosciu­to un amore simile a quello del Figlio di Dio che consegnò la sua vita alla morte affinché a tal prezzo vivessimo eter­namente con lui.

 

 

242

 

Dallo "Specchio della salvezza eterna" di Giovanni Ruusbroec

Cap.XVII. Un miroir de l'éternelle béatitude. Lovanio, 1991, 127 – 128.

 

Adesso alzate gli occhi oltre la ragione, al di là di tutti gli esercizi virtuosi e considerate con spirito amante e sguardo attento questa vita superiore che è origine e causa di ogni vita e di ogni santità.

Essa è come un glorioso abisso della ricchezza di Dio, come una sorgente di vita ove ci sentiamo uniti a Dio e che fluisce in tutte le potenze, con la grazia e doni molte­plici, secondo il bisogno e il merito di ognuno. In questa sorgente di vita siamo tutti uniti a Dio, mentre nei fiumi della sua grazia siamo separati e riceviamo tutto, in modo distinto, secondo quanto conviene a ciascuno.

Rimaniamo però sempre uniti gli uni agli altri mediante la carità e la comunanza di natura, ma anche e soprattutto in questa vita superiore ove siamo tutti uniti a Dio.

Questa unione con Dio sta sopra della ragione e dei sensi, e lì siamo con Dio un solo spirito in una sola vita.

Nessuno può vedere, trovare, possedere questa vita superiore, se tramite l’amore e la grazia di Dio non è morto a sé nella vita suddetta, battezzato in questa sorgente e rinato di nuovo nella libertà divina che viene dallo Spirito di Dio. Rimanendo sempre unito a Dio in questa vita superio­re, egli fluisce mediante la grazia in tutte le virtù, rinnovato senza posa dalla ricchezza e dalla pienezza dell'amore divino.

 

 

Letture della preghiera notturna dei certosini

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 Ciclo C

 

Tempo Ordinario

 

Ventiduesima Settimana

 

 

VANGELO (Lc 10,23-37)

Chi è il mio prossimo?

 

+ Dal Vangelo secondo Luca

E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono».

In quel tempo, un dottore della legge si alzò per mettere alla prova Gesù: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”. E Gesù: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”.

Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte.

Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”.

Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.

 

Carità effettiva

 

 

L’autentica misericordia (235) e l’autentica carità fraterna, (236) che non esclude nessuno dal nostro cuore (237), manifestano il primato dell’amore (238). E’ lo Spirito Santo ad insegnarci l’arte di amare (239): non porre misure al nostro amore! (240)

 

235

Lunedì

 

Dagli scritti di Youssef Bousnaya.

Evangile au désert, Le Cerf, 1965, pp.244-246.

Figlio mio, sii misericordioso e diffondi benevolenza su tutti, affinché tu possa elevarti al grado della divinità; in questo senso, l’uomo misericordioso è un altro dio sulla terra. Attento, però, a non lasciarti sedurre da questo pensiero che potrebbe allettarti: E’ meglio che io sia misericordioso con colui che aderisce alla fede, piuttosto che con colui che ci è estraneo. Questo non è affatto la misericordia perfetta che imita Dio, il quale effonde i suoi benefici su tutti, senza discriminazione alcuna: egli fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti (Mt 5,45).

Non dire dunque: Non ho nulla da dare ai poveri: né devi affliggerti nel tuo intimo di non poter essere per questo motivo, misericordioso. Se hai qualcosa, dà ciò che hai. Se non hai nulla, dà ugualmente, non foss’altro che un tozzo di pane secco, con intenzione veramente misericordiosa: ciò sarà considerato dinanzi a Dio come la misericordia perfetta. Nostro Signore non ha lodato chi gettava nella cassa delle oblazioni molte monete. Ha invece lodato la vedova che vi aveva messo due monetine tolte alla sua indigenza, con retta intenzione, per gettarle nel tesoro di Dio (cf Mc 12,38-44).

L’uomo che sente in cuore pietà per i suoi simili, è reputato misericordioso davanti a Dio. Una retta intenzione senza conseguenze visibili vale molto di più di molte opere manifeste, prive di retta intenzione. Dunque, l’uomo può essere misericordioso e giungere ad avere misericordia anche senza possedere nulla: egli è allora misericordioso nel pensiero.

Dio è amore (1Gv 4,8): l’amore è la sua stessa essenza. E’ stato l’amore per noi che ha indotto il Creatore a crearci. L’uomo che possiede la carità, è veramente Dio in mezzo agli uomini

236

Martedì

 

Dalle “Omelie” attribuite a Macario l’egiziano.

Hom III,2-3. PGL 19,1178-1179.

I fratelli devono stare insieme nell’amore e nella gioia, qualunque cosa facciano. Nei confronti di chi prega colui che lavora dica cosi: Il tesoro che si procura il mio fratello lo posseggo anch’io, perché è in comune. Rispetto a chi legge, colui che prega dica così: Il vantaggio che ricava lui dalla lettura, torna a guadagno mio. E chi lavora a sua volta dica così: Il servizio che compio è vantaggio comune. Chi prega non giudichi chi lavora, dicendo: Perché non prega? Chi lavora non giudichi chi prega, dicendo: Quello sta fermo e io fatico. Chi compie un servizio non giudichi l’altro, ma ciascuno, qualunque cosa faccia, la compia a gloria di Dio. Chi legge nutrirà amore e gioia per chi prega, pensando: Sta pregando per me. E chi prega penserà a chi si affatica così: Quello che fa, lo compie per l’utilità comune.

Così una grande concordia, una grande armonia potranno conservare i fratelli reciprocamente nel vincolo della pace e potranno vivere insieme in sincerità e semplicità, sotto lo sguardo compiaciuto di Dio.

Però è palese che più importante di tutto è perseverare nella preghiera. Una sola cosa tuttavia è richiesta: avere nell’anima quel tesoro e nella mente quella vita che è il Signore; sia che lavoriamo, sia che preghiamo o leggiamo, si abbia quel possesso che non passa mai, cioè lo Spirito Santo.

 

237

Mercoledì

 

Dalle “Centurie sulla carità” di san Massimo il confessore.

IV, 82ss.. S Ch 9, 170ss.

 

Fa’ il possibile per amare ogni uomo. Se non sei ancora capace, perlomeno non odiare nessuno. Ma neanche di questo sarai capace se non avrai raggiunto il distacco dalle cose del mondo.  Bisogna  amare ogni uomo con tutta l’anima, però sperando solo in Dio e onorandolo con tutto il cuore.

Gli amici di Cristo non sono amati da tutti gli uomini, però essi li amano sinceramente tutti. Gli amici del mondo perseverano solo finché non si trovano in disaccordo sulle cose del mondo.

Un amico fedele è un protettore efficace. Nel successo ti dà buoni consigli e ti mostra concretamente la sua simpatia. Nella sventura ti difende generosamente ed è un alleato partecipe in profondità.

Sull’amore hanno parlato molti e molto. Ma se lo cerchi, lo troverai solo nei discepoli di Cristo: essi soli hanno come maestro di amore l’Amore vero. E’ l’Amore a proposito del quale sta scritto: Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutto la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla (1Cor 13,2).

Chi ha l’amore ha Dio, perché Dio è amore.

 

238

Giovedì

 

Dai “Detti” dei padri del deserto.

Nau 365.353.358. Rusconi, p.167. Mortari,1972,pp.316.317.

 

Un fratello fece visita a un anziano dotato di discernimento degli spiriti e lo supplicò dicendo: Prega per me, Abba, perché sono debole. E l’anziano così gli rispose: Un Padre disse una volta che chi prende dell’olio nel cavo della mano per massaggiarne un malato beneficia per primo dell’unzione dell’olio fatta dalla sua mano. Così colui che prega per un fratello in pena, ancora prima che questi ne profitti, ha la sua parte di profitto lui stesso, per l’intenzione della carità. Preghiamo dunque gli uni per gli altri, al fine di essere guariti, poiché Dio ce lo ha comandato (cf Gc 5,16).

Un anziano diceva: Non ho mai desiderato una cosa che mi fosse utile e comportasse un danno per il mio fratello, perché spero che il guadagno del fratello sia per me un vantaggio.

Uno dei padri andò in città a vendere il suo lavoro e, vedendo un povero nudo, fu mosso a compassione e gli regalò la sua tunica. Il povero andò a venderla. Saputo ciò che aveva fatto l’anziano si rattristò e si pentì di avergli dato il vestito. Ma quella notte apparve in sogno all’anziano Cristo che indossava la sua tunica e gli disse : Non rattristarti, ecco che io porto ciò che tu mi hai dato.

 

239

Venerdì

 

Dai “Sette gradi dell’amore spirituale” di Giovanni Ruusbroec.

Oeuvres, Bruxelles,1922,T.I,pp.248-249.

 

Il nostro Padre celeste fin dall’eternità ci ha chiamati e prescelti nel suo Figlio diletto; con la sua mano amorosa ha scritto i nostri nomi sul libro vivente dell’eterna Sapienza: noi quindi dobbiamo corrispondere al suo amore con tutte le nostre forze, con un rispetto e una venerazione infinita. Proprio così cominciano tutti i canti degli angeli e degli uomini, i canti che non avranno mai fine. La prima melodia del canto celeste è l’amore verso Dio e verso il prossimo; per insegnarcela Dio Padre ha mandato a noi suo Figlio. Chi non conosce questa melodia non può entrare nel coro celeste, perchè non solo non la conosce, ma non ne gusta la bellezza; sarà quindi escluso in eterno dalle schiere del cielo.

Cristo, nostro cantore e maestro di coro, ha cantato fin dal principio e intonerà per noi eternamente il cantico della fedeltà e dell’amore. Anche noi, con tutte le forze, canteremo dopo di lui, sia quaggiù sia nel coro della gloria di Dio.

Il canto comune che tutti dobbiamo conoscere per far parte del coro degli angeli e dei santi nel regno di Dio è dunque l’amore vero e senza finzioni. L’amore infatti è la radice e la causa di tutte le virtù nell’intimo del cuore; e all’esterno è la veste capace di ornare le nostre opere buone.

L’amore vive di sé stesso, è ricompensa a sé stesso. In quel che fa non può ingannarsi, perché nell’esercizio della carità fummo preceduti e superati da Cristo. Egli ci ha insegnato l’amore e visse nell’amore, lui e tutti i suoi. Imitiamolo, se vogliamo essere beati con lui e possedere la salvezza.

Questa prima melodia del canto celeste è insegnata dalla Sapienza di Dio, per la mediazione dello Spirito Santo, a tutti i discepoli che le obbediscono.

 

240

Sabato

 

Dal “Canto d’amore” di Riccardo Rolle.

N.50. S Ch 169,183-187.

 

Fratelli, non mettete misure al vostro amore di Dio, Non è un vero amante chi fissa un limite al suo amore per Dio. L’amore riporti sempre vittoria, aumenti in un crescendo senza tregua, e per. tutta ìa vita, tenda verso cime più alte.

Non pensate di aver mai raggiunto la vetta. Non potrete mai amare Dio come egli lo merita; per grande che sia il vostro sentimento, troverete in cielo chi vi sarà maestro in amore.

Resta perciò chiaro che se il precetto di amare le creature ha una misura, essa consiste nel non poter eguagliare la creatura al Creatore. Invece il comandamento di amare Dio esclude ogni misurazione. Dunque in ogni dove, senza tregua, in ogni occasione, sempre e totalmente, Cristo va amato. Il nostro amore per Dio sarà ardente, vivo, avvampante, impetuoso, invincibile, indissolubile, esclusivo; attirerà a sé tutto l’essere, lo trasferirà completamente in sé, assoggettandolo del tutto al suo servizio.

Quando poi l’amore è corredato di delizie, diventa audace e niente lo frena. Si salda all’Amato, languisce incessantemente d’amore, sdegna quanto non è capace di condurlo ad amare. Reputa che senza amore nulla riesce, e con lui nessun tormento fa paura.

 

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