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Letture della preghiera notturna dei certosini |
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Tempo Ordinario
Ventunesima Settimana
Dal Commento al Simbolo degli apostoli di san Tommaso d'Aquino. Opusc. Theolog. VII, art. II. Opera omnia, Parmae, 1864, t. XVI, 138 – 139. Il
Figlio di Dio non è altro che il Verbo di Dio; non un verbo o parola
proferita esternamente, perché la parola esteriore passa, ma come un
verbo o parola concepito internamente; per questo il Verbo di Dio è
della medesima natura di Dio e uguale a lui. Ma
il verbo, cioè la parola, non è in Dio e in noi nella medesima
maniera. In noi la parola è in modo accidentale; in Dio invece il
Verbo divino è la stessa realtà che Dio, poiché in lui non vi è
altro che l'essenza divina. Nessuno
può dire che Dio non possegga il Verbo, perché se ciò fosse, egli
sarebbe senza nessuna intelligenza; perciò come Dio è sempre
esistito, così il suo Verbo. Come
l'artigiano esegue tutte le sue opere secondo il modello che aveva
elaborato nella sua mente, modello che è il suo verbo interiore, così
Dio fa tutto per mezzo del suo Verbo, il quale è come la sua scienza
e la sua arte. San Giovanni scrive: Tutto fu fatto per mezzo di lui,
vale a dire del Verbo di Dio. Se il Verbo di Dio è il Figlio e se tutte le parole di Dio hanno una certa somiglianza con questo Verbo, dobbiamo ascoltarle volentieri. Se poi ascoltiamo con piacere le parole di Dio, è segno che lo amiamo. Dobbiamo
però anche credere alle parole di Dio, perché allora il Verbo di
Dio, cioè Cristo, abita in noi tramite la fede. Lo afferma
l'Apostolo: Il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori . Bisogna pure che meditiamo continuamente il Verbo, la Parola divina che dimora in noi. Non basta credere, ma è necessario meditare; altrimenti non ne ricaveremo profitto. Questa
meditazione è di grande aiuto contro il peccato, come attesta il
salmista: Conservo nel cuore le tue parole per non offenderti con
il peccato. L'uomo giusto si esercita senza posa nel meditare: La
legge del Signore medita giorno e notte, dice ancora il salmista. E
san Luca scrive che la Madre di Dio serbava tutte le parole di Gesù
nel suo cuore. Infine,
dobbiamo seguire l'esortazione di san Giacomo a mettere in pratica la
parola di Dio: Siate di quelli che mettono in pratica la parola e
non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Dal Commento al Simbolo degli apostoli di san Tommaso d'Aquino. Opusc. Theolog. VII, art. 3. Opera omnia, Parmae, 1864, t. XVI, 139 – 140. È
necessario che il discepolo di Cristo creda non solo nel Figlio di
Dio, ma anche nella sua incarnazione. Prima
che Cristo venisse nel mondo, i patriarchi, i profeti e san Giovanni
Battista rivelarono alcuni misteri divini; ma gli uomini non
prestarono alle loro parole la fede che dovevano riservare a Cristo,
il quale era con Dio, anzi uno con lui. Così la nostra fede, che
poggia sulla parola di Cristo, è fermissima. Dio nessuno l'ha mai
visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo
ha rivelato. Ecco perché molti misteri divini, prima nascosti,
con la venuta di Cristo si sono manifestati a noi. Questa
rivelazione eleva la nostra speranza. Il Figlio di Dio, infatti, non
venne in terra assumendo la nostra natura per motivi secondari e
trascurabili. Per il nostro massimo bene operò una scambio
ineffabile: ha assunto un corpo e un'anima, nascendo dalla Vergine
Maria, e ci ha fatto dono della sua divinità. Si è fatto uomo perché
l'uomo divenisse Dio. San Paolo scrive ai Romani che per mezzo di Cristo
abbiamo ottenuto, mediante la fede di accedere a questa grazia nella
quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. Tutto questo accende la carità. Ci potrebbe essere prova più evidente dell'amore di Dio? Il Creatore di tutto si è fatto creatura, il Signore è diventato nostro fratello, il Figlio di Dio si è fatto figlio dell'uomo. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. La meditazione del mistero del Verbo non può non ravvivare in noi l’amore, rendendolo di fuoco. Così il nostro desiderio di raggiungere Cristo si fa incandescente. Dal Commento al Simbolo degli apostoli di san Tommaso d'Aquino. Opusc. Theolog. VII, art. 3. Opera omnia, Parmae, 1864, t. XVI, 139 – 140s. Chiunque
vuol vivere secondo la perfezione non ha che da disprezzare quello che
Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò.
Nessun esempio di virtù è assente dalla croce. Se
cerchi un esempio di carità, ricorda: Nessuno ha un amore più grande
A questo: dare la vita per i propri amici. Questo ha fatto Cristo sulla croce. E quindi, se egli ha dato la sua
vita per noi, non ci deve essere pesante sostenere qualsiasi male
per lui. Se
cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente
sulla croce; la pazienza infatti si giudica grande in due circostanze:
o quando uno sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si
sostengono avversità che si potrebbero evitare, ma non si evitano. Ora
Cristo ci ha dato sulla croce l'esempio dell'una
e dell'altra cosa. Infatti soffrendo non minacciava e come un
agnello fu condotto alla morte e non aprì la sua bocca. Grande è
dunque la pazienza di Cristo sulla croce. Se
cerchi un esempio di umiltà, guarda il Crocifisso: Dio, infatti,
volle essere giudicato sotto Ponzio Pilato e morire. Se
cerchi un esempio di obbedienza, segui colui che si fece obbediente al
Padre fino alla morte: Come per la disobbedienza di uno solo
‑ cioè di Adamo ‑ tutti sono stati costituiti
peccatori così anche per la disobbedienza di uno solo tutti saranno
costituiti giusti. Se cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene, segui colui che è il re dei re e il Signore dei signori, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza. Egli
è nudo sulla croce, schernito, sputacchiato, percosso, coronato di
spine, dissetato con aceto e fiele, finché muore. Non legare perciò
il tuo cuore a nessuna cosa. Dal Commento al Simbolo degli apostoli di san Tommaso d'Aquino. Opusc. Theolog. VII, art. 6. Opera omnia, Parmae, 1864, t. XVI, 144 – 145. L'ascensione di
Gesù fu secondo ragione. Il cielo infatti era dovuto a Cristo a
motivo della sua natura, poiché è conforme a natura che ogni essere
ritorni là dove ha avuto origine. Ora l'origine di Cristo è da Dio,
che è sopra ogni cosa. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel
mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre. Pure i santi salgono in cielo, ma non allo stesso modo di Cristo. Gesù vi è asceso per virtù propria, i santi invece attratti da lui. Attirami dietro a te, sta scritto nel Cantico dei Cantici. Potremmo dire che nessuno è salito al cielo, se non Gesù: perché i santi vi salgono unicamente in quanto sono membra di Cristo, che è il capo della Chiesa. Era
giusto che Cristo ascendesse nelle altezze, perché il cielo gli era
dovuto a motivo della sua vittoria. Cristo fu inviato nel mondo per
combattere contro il diavolo e ne fu vittorioso; meritò perciò di
essere esaltato sopra di tutto. Infine, Cristo
meritò di salire al cielo a motivo della sua umiltà. Nessuno sarà
mai Umile come lo fu il Verbo divino, il quale, da Dio che era, volle
farsi uomo e lui, il Signore, assumere la condizione di schiavo,
facendosi obbediente fino alla morte. Perciò ha meritato
l'esaltazione fino al cielo, fino al trono di Dio. L'umiltà non è
forse la via che conduce alla gloria? L'ascensione di
Cristo al cielo ci giova per vari motivi. Anzitutto, come
via che ci guida al cielo. Poiché non la conoscevamo, Gesù ce l'ha
manifestata. Egli è salito, aprendo cammino davanti a loro
dice il profeta Michea. Per assicurarci il possesso del Regno celeste,
Gesù stesso affermò: Io vado a prepararvi un posto. L'ascensione
di Gesù ci ha pure donato la sicurezza che egli intercede in nostro
favore presso il Padre. Può infatti salvare perfettamente quelli
che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per
intercedere a loro favore. E poi l'ascensione di Cristo è mezzo potente per attirare a lui i nostri cuori. Là dov'è il tuo tesoro. sarà anche il tuo cuore, leggiamo in Matteo. Gesù entrato nella patria eterna ci stimola potentemente a chiudere il cuore a ogni fugace realtà terrena. Dal Commento al Simbolo degli apostoli di san Tommaso d'Aquino. Opusc. Theolog. VII, art. 8. Opera omnia, Parmae, 1864, t. XVI, 147. I
frutti dello Spirito Santo sono molteplici. Anzitutto egli ci purifica
dal peccati. Vediamo come. Chi
ha fatto una cosa, ha la capacità di rifarla. Ora, lo Spirito Santo
ha creato l'anima umana; mediante il suo Spirito Dio fa ogni cosa,
poiché amando la sua stessa bontà, egli produce tutto. Tu ami
tutte le cose esistenti ‑ leggiamo nel libro della Sapienza
‑ e nulla disprezzi di quanto hai creato. Conviene
dunque che sia lo Spirito Santo a rigenerare i cuori degli uomini
distrutti dal peccato. Mandi il tuo spirito; tutti gli esseri
sono creati, e rinnovi la faccia della terra. Non
può stupirci che lo Spirito Santo purifichi, poiché tutti i peccati
sono rimessi grazie all'amore. Le sono perdonati i suoi molti peccati.
poiché ha molto amato, disse Gesù riferendosi alla peccatrice. Lo
Spirito Santo illumina poi l'intelligenza. Tutto quello che sappiamo
non l'abbiamo forse appreso dallo Spirito Santo? Ce lo attesta questa
parola di Gesù: Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre
manderà nel mio nome., egli v’insegnerà ogni cosa. Lo
Spirito poi ci aiuta, anzi quasi ci obbliga, a osservare i
comandamenti. Chi non amasse Dio, non potrebbe mai osservare i suoi
precetti. Se uno mi ama, osserverà la mia parola . Poiché lo
Spirito Santo ci fa amare Dio, ci aiuta per essere fedeli ai
comandamenti divini. Ed egli compie quest'opera trasformandoci dentro:
Vi darò un cuore nuovo. Porrò il mio spirito dentro di voi,
aveva già predetto il Signore per mezzo del profeta. Infine,
lo
Spirito Santo ci rafforza nella speranza della vita eterna,
poiché egli ne è il pegno, secondo la parola dell'Apostolo: Avete
ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il
quale è caparra della nostra eredità. La
ragione a suo modo lo conferma. La vita eterna non è forse dovuta
all'uomo perché egli è figlio di Dio? Ma
questa figliolanza l'acquistiamo grazie a Cristo che ci rende simili a
sé. Però noi diventiamo conformi a Cristo poiché possediamo il suo
Spirito, vale a dire lo Spirito Santo. Dal Commento al Simbolo degli apostoli di san Tommaso d'Aquino. Opusc.
Theolog. VII, art. 9. Opera omnia, Parmae, 1864, t. XVI,
148. La Chiesa è cattolica, cioè universale. Tale
connotazione vale anzitutto per lo spazio, perché essa è diffusa nel
mondo intero, come leggiamo nella lettera ai Romani: La fama della
vostra fede si espande in tutto il mondo. Ma
l'universalità della Chiesa dipende anche dalla condizione degli
uomini che la compongono, perché nessuno è escluso dal farne parte:
né il padrone né il servo, né l'uomo né la donna. Paolo è
categorico: Non c'è più uomo né donna, egli scriverà ai
Galati. Secondo la categoria del tempo, la Chiesa è niversale,
quantunque alcuni abbiano affermato che essa non durerà che per un
certo tempo. Ma è una diceria, perché la Chiesa ha avuto inizio dal
tempo di Abele e durerà sino alla fine dei tempi. Basta aprire il
vangelo di Matteo: Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla
fine del mondo. Dopo la consumazione dell'evo presente, la Chiesa
sussisterà in cielo. Un'altra connotazione della Chiesa è la sua
fermezza incrollabile.
Una casa è stabile se ha salde fondamenta. E Cristo non è forse il
fondamento basilare della Chiesa? Rammentiamo ciò che ha scritto
l’apostolo: Nessuno può porre un fondamento diverso da quello
che già vi si trova, che è Gesù Cristo. La Chiesa poggia poi
sopra gli apostoli e sulla loro dottrina, tanto che nell'Apocalisse
leggiamo che la città santa ha dodici basamenti., sopra i quali
sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello. Da
qui deriva l'attributo di apostolicità alla compagine ecclesiale. La
Chiesa di Pietro permane forte nella fede e libera da errori ciò che
non stupisce, poiché Gesù disse a Pietro: Ho pregato per te, che
non venga meno la tua fede. |
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Ventunesima Settimana
VANGELO
(Mc 7,31-37)
Fa
udire i sordi e fa parlare i muti.
In quel tempo, di ritorno dalla regione di Tiro, Gesù passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decapoli. E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: “Effatà” cioè: “Apriti!”. E
subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e
parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più
egli lo raccomandava, più essi ne parlavano e, pieni di stupore,
dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i
muti!”. Orecchi che odono, occhi che vedono
Se il Signore guarisce i nostri corpi, perché non potrà sanarci l’anima, se glielo chiediamo? (229, 230). La custodia dei sensi in solitudine (231, 232) conduce alla fruizione di Dio (233, 234).
229 Lunedì
Dalla “Parafrasi” di Simeone Metafrasto ai discorsi di Macario l’egiziano. N.72. FG 3°,304-305.
Corriamo
prontamente a Cristo che chiama, riversando su di lui i nostri cuori e non
rifiutiamo con cattiveria deliberata la nostra propria salvezza. Poiché
questa è sottile perfidia del Maligno: spianare la strada alla
disperazione col ricordo dei peccati passati. Ma
noi dobbiamo considerare che se Cristo venne a sanare e raddrizzare
ciechi, paralitici e sordi e a risuscitare morti già corrotti, quanto più
non sanerà la cecità della mente e la paralisi dell’anima e la sordità
del cuore negligente? Poiché lui e non un altro ha creato il corpo, è
lui stesso che ha creato anche l’anima; e se fu tanto benevolo e
propizio a corpi paralitici e morti, quanto più non tratterà con quella
sua cura di amante degli uomini l’anima immortale presa dalla malattia
della malizia e dell’ignoranza, ma che poi gli si accosta e lo supplica?
Giacché sono sue le parole: Il mio Padre celeste non vendicherà
coloro che gridano a lui notte e giorno? Sì, io vi dico, li vendicherà
in fretta (cf Lc 18,8); e: Chiedete e vi sarà dato, cercate e
troverete, bussute e vi sarà aperto (Mt 7,7). E ancora: Anche se non
glielo darà perché è amico, certo per la sua importunità si alzerà e
gliene darà quanto gliene occorre (cf Lc 11,8); con ciò il Signore ci
prescrive che la richiesta sia importuna e perseverante, poiché egli è
venuto per i peccatori, per farli ritornare a sè. Noi,
allora, tenendoci lontano quanto possiamo dalle cattive predisposizioni,
siamo liberi per il Signore, ed egli non ci disprezzerà ma sarà pronto
ad offrirci il suo aiuto.
230 Martedì Dagli scritti di sant’Efrem il siro. Livre d’Heures d’Encalcat, 1964, pp.899-900. La
potenza divina che non possiamo toccare si è rivestita, venendo in terra,
di membra palpabili, perché la nostra debolezza possa giungere a lei e
sentire la divinità toccando l’umanità. Il
sordomuto guarito da Cristo sentì dita di carne toccargli le orecchie e
la lingua; ma quando i suoi sensi furono riaperti, per l’intermediario
di quelle dita accessibili ai suoi sensi, egli raggiunse l’inaccessibile
Divinità. Una
volta ancora il Signore completava ciò che mancava alla natura. Che cosa
di più importante di un’imperfezione nei sensi? E quando vediamo Cristo
ripararla perfettamente, dobbiamo credere che il Salvatore sta per portare
a compimento la nostra intera natura. E’ nel segreto del seno materno
che egli forma le nostre membra, ma è in pieno giorno che volle rendere
perfette quelle difettose. Tali miracoli ci mostrano fin dal principio
come il corpo intero sia opera sua. Gesù
spalmò saliva sulle orecchie del sordo, come l’aveva fatto sugli occhi
del cieco nato. Il gesto rivela che entrambi avevano un difetto fin
dall’origine ed era necessaria una sostanza tratta dall’artefice
stesso per risanarli. Ma non era conveniente che il Signore mutilasse il
proprio corpo per curarci. Insomma, le sue membra ebbero realmente parte
alla guarigione dei malati senza nulla perdere. Ancora
così il Signore oggi agisce con noi, quando sotto la forma di un cibo
offerto a tutti, dona sé stesso da mangiare ai mortali. Con gli uomini
colpiti da un difetto, egli completava quanto loro mancava; a noi mortali
dona la vita.
231 Mercoledì
Dalla “Lettera d’oro” di Guglielmo di san Teodorico. Nn.104-106. Sansoni,p.131. L’Apostolo
raccomanda di custodirci puri con sollecitudine (cf 1Tm 5,22), e tu, per
non perderti mai di vista, distogli gli occhi da tutti. Straordinario
strumento del corpo l’occhio, se potesse vedere sé stesso, come vede
gli altri oggetti! Ora, all’occhio interiore è stato concesso questo
privilegio; se, sull’esempio dell’occhio esteriore, si trascura per
portare tutta la sua attenzione su realtà estranee, quand’anche poi lo
volesse con fermezza non è più capace di ritornare a sé stesso.
Occupati dunque di te; tu sei per te stesso ampia materia di
sollecitudine. Allontana dagli occhi del corpo quello che hai perduto
l’abitudine di vedere; e dagli occhi dell’anima quello che non ami più,
perché nulla si ravviva tanto facilmente come l’amore, soprattutto
nelle anime tenere e novizie. Osa
anche talvolta gustare ed aspirare ai doni migliori; sii a te stesso
parabola di edificazione. Altra è la tua cella esteriore, altra
l’interiore. L’esteriore è la casa dove la tua anima dimora con il
tuo corpo; l’interiore, è la tua coscienza, dove deve abitare, intimo
fra tutti i tuoi intimi, Dio con il tuo spirito. La porta della clausura
esteriore è il simbolo della porta del baluardo interiore: come la prima
non permette ai sensi del corpo di vagare all’esterno, così i sensi
dell’anima siano trattenuti sempre all’interno che è loro. Ama
dunque la tua cella interiore, ama anche l’esteriore e rendi a ciascuna
il culto che le spetta.
232 Giovedì
Dalla “Lettera sulla vita monastica” di Filòsseno di Mabboug. Nn. 131.147. L’Orient syrien,VI,1961. I
nostri padri spirituali dicono che la cella del monaco è la fornace di
Babilonia dove i tre fanciulli videro il Figlio di Dio. Ebbene fratelli
miei, se Anania e i suoi compagni non avessero sopportato la vampa delle
fiamme e risoluto di morire,non sarebbero stati giudicati degni di quella
visione gloriosa e della nube di rugiada che estinse il fuoco. Essi
rinunciarono a tutti i beni della vita, stimando più opportuna la morte
dopo una breve vita temporale piuttosto che rinnegare Iddio. Magnifica
carità di quegli illustri atleti, talmente ardente da spegnere la fiamma
del fuoco. Ecco quella estasi ineffabile il cui fuoco spense il fuoco: il
fuoco dell’amore di Anania e compagni estinse il fuoco di Babilonia,
reggia di Nabucodònosor. Così pure tutti quelli che sopportano le prove
della fornace della cella e che nonostante i colpi non cadono nella
disperazione, hanno i corpi trasformati dalla condizione corporea a quella
spirituale. I loro volti si illuminano della luce santa che brilla loro in
cuore, come quella che apparve ad Anania e ai suoi beati compagni, affinché
mediante la visione della luce di gloria che li illuminava, fosse nascosta
ai loro occhi la luce del fuoco di Babilonia e ch’essi non la
scorgessero più. Beato
il monaco che non ha spento il fuoco divino nel suo cuore! Beato colui che
ha avuto la gloriosa visione del nostro Salvatore e Signore, il Cristo Gesù,
quando egli si è rivelato durante la preghiera, allo spirito pervenuto
nella regione della quiete serena.
233 Venerdì
Dalle “Considerazioni sulla fede” di Diàdoco di Fòtica. N.30. S Ch 30. Il
gusto dell’intelletto è un gusto preciso di ciò che si discerne. Allo
stesso modo infatti in cui mediante il senso corporeo del gusto, quando
godiamo buona salute, distinguiamo senza errore il buono dal cattivo e ci
indirizziamo verso quanto ci fa bene, così anche la nostra mente quando
comincia a muoversi sana e libera da affanni, può sentire abbondantemente
la consolazione divina, senza mai farsi prendere da quella opposta. Come
il corpo per gustare le dolcezze della terra possiede l’infallibile
esperienza del senso, così anche la mente, quando esulta al di sopra dei
consigli della carne, può gustare senza errori la consolazione dello
Spirito Santo. Gustate - dice infatti la Scrittura, - e vedete
quanto è buono il Signore (Sal 33,9). Possiamo
allora conservare intatto, per effetto dell’amore, il ricordo del gusto,
per cui distinguiamo con sicurezza ciò che è più importante, secondo
l’espressione di san Paolo: Prego che la vostra carità si arricchisca
sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché
possiate distinguere sempre il meglio (Fil 1,9-10).
234 Sabato
Dai “Dialoghi” di san Gregorio Magno. 11,35. PL 66,198-200.
In
piedi davanti alla sua finestra, Benedetto, in piena notte, pregava il
Signore onnipotente; ad un tratto vide sorgere una luce che dissipava le
tenebre e brillava di tale splendore, che avrebbe fatto impallidire quello
del giorno. Mentre la guardava successe qualcosa di straordinario: come
raccontò più tardi, il mondo intero si raccolse tutto davanti al suoi
occhi come in un raggio di sole. -
Come è possibile che il mondo intero sia visto così da un uomo? -
Per chi vede il Creatore, l’intera creazione è limitata. Se appena si
intravede la luce di Dio, tutto ciò che è creato appare troppo angusto.
La luce della contemplazione interiore, infatti, ingrandisce l’anima, e
questa, a forza di dilatarsi in Dio, travalica il mondo. Debbo dirlo?
L’anima del contemplativo oltrepassa sé stessa, quando nella luce di
Dio, è trasportata al di là di sé. Allora, guardando sotto di sé,
comprende quanto sia limitato ciò che sulla terra le sembrava senza
confini. Quell’uomo non ha potuto avere quella visione se non nella luce
di Dio. Non c’è allora da stupirsi che abbia visto il mondo intero
tutto raccolto davanti a sé, poiché egli stesso, nella luce dello
Spirito, era innalzato fuori del mondo. Quando si dice che il mondo si raccolse sotto i suoi occhi, non significa che il cielo e la terra si siano contratti. Ma l’anima del veggente si è dilatata. Rapito in Dio, poté vedere senza fatica tutto ciò che è al di sotto di Dio. |
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