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Letture della preghiera notturna dei certosini |
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Tempo Ordinario
Ventesima Settimana
Dal trattato "La vita cenobitica" di Baldovino di Forda. De vita cenobitica, seu communi. PL 204, 555.556. Che
è mai la pace che da Cristo ci vien data e nel cui vincolo è
conservata l'unità dello spirito? È
la reciproca carità della quale cerchiamo di amarci l'un
l'altro. Essa non viene rotta finché diciamo le stesse parole e non
vi sono scissioni fra noi. Di essa parla il beato Pietro quando
ammonisce: Soprattutto conservate tra voi una reciproca ininterrotta
carità. Che
significa reciproca carità se non "ciò che è mio è anche
tuo"? Questo è quanto dico se parlo dei miei beni con una
persona che amo. Se invece io amo senza essere amato da te, o se,
amato da te, io non ti amo, non si può ancora parlare dì reciproca
carità, perché questa non può essere soltanto mia o soltanto tua:
la reciproca carità è comune, non può esser privata della comunione
d'amore. E
oltre a essere reciproca deve anche essere ininterrotta, altrimenti
non vi sarà né vincolo di pace né legame d'amore. È ininterrotta
quella carità che è fondata sulla verità, che non viene spezzata da
rancori o da sospetti, che anzi viene costantemente coltivata e
nutrita da una reciproca accettazione e una reciproca sottomissione;
che viene custodita con delicatezza e prudenza perché non venga meno;
che non è adombrata da alcuna finzione. Questa
carità è di quanti veramente accettano di amarsi in Cristo non a
parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. Questa carità
Cristo la imprime, la fissa, la incide nei nostri cuori profondamente
con la parola e con l'esempio quando dice: Questo è il mio
comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. In
questa carità, vincolo della pace, viene conservata l'unità dello
spirito. Questa è la legge della vita comune. Dal trattato "La vita cenobitica" di Baldovino di Forda. De
vita cenobitica, seu communi. PL 204, 557.558. Dio
va amato non a parole né con la lingua, come amano quelli di cui è
scritto: Lo lusingavano con la bocca e gli mentivano con la lingua.
Dio, che in sé non ha bisogno dei nostri benefici, ha in certo modo
delegato a noi i fratelli il prossimo, che invece ne hanno bisogno.
Saranno essi a ricevere quei benefici, e noi siam tenuti a effonderli
su di loro in vece sua. Nessuno
perciò lusinghi se stesso sull'amore di Dio, nessuno si inganni
pensando di amarlo: se non ama il prossimo non ama Dio. Se
ogni uomo non avesse uno strumento con cui far prova di se stesso, con
cui saggiarsi, se cioè non amasse il prossimo che vede, che ha
davanti a sé come delegatogli da Dio, e cui deve rendere il suo
debito d'amore, come potrebbe mai amare Dio che non vede, che non gli
si mostra presente e bisognoso? In quale altro modo potrebbe beneficare
Dio se non effondendo benefici su colui nel quale egli è bisognoso?
Perché in sé Dio non ha bisogno di nulla: è nelle sue membra che
egli chiede e riceve, che è amato e disprezzato. Dunque
nel voler bene al prossimo, come attraverso un legame d'amore e un
vincolo di pace, l'amore di Dio e l'unità dello spirito vengono da
noi trattenuti e in noi serbati. Chi non vuol bene al fratello si
scosta dall'unità dello spirito, non ama Dio e non vive dello Spirito
di Dio, ma del suo proprio sspirito: vive ormai di se stesso, non
di Dio. Dal trattato "La vita cenobitica" di Baldovino di Forda. De vita cenobitica, seu communi. PL 204, 559.560.
Chi
riceve da Dio un dono suo proprio dev’essere cosciente di averlo
non per sé soltanto, ma per Dio e per il prossimo. Per Dio, cercando
nel dono di Dio non la gloria personale ma la gloria di Dio; per il
prossimo, fissando sempre lo sguardo sull'utilità comune e non sulla
propria. La
carità infatti non cerca il suo interesse, ma quello di Gesù Cristo;
ama la comunione, non la proprietà sottratta alla comunione. Ama
tanto la comunione che può giungere a non rivendicare dei beni che
spettano di diritto a sé e di cui altri si sono impadroniti. Generosa
è la carità e rifugge dalle liti. Perché dovrebbe rivendicare
ostinatamente ciò che non ha se è pronta a dare ciò che ha? Chi
ha comunichi a chi non ha, come avverte colui che dice: Date e vi
sarà dato. L'avidità, incline com'è a non comunicare, trattiene
per sé ciò che ha: quanto è contraria alla comunione, tanto è
nemica della carità. Quanto
più, allora, presso cristiani, e soprattutto presso religiosi che
fanno professione di vita comune, in ogni cosa si deve avere e si deve
mostrare la logica della comunione! E
la grazia di Dio si volge in gloria di Dio allorché il dono di Dio
fatto a ciascuno in particolare viene riportato al bene comune; a sua
volta, la comunione dello Spirito Santo è veramente con noi quando
quel dono particolare che è dato a ogni singolo viene posseduto in
comune grazie alla comunione dell'amore. Dal trattato "La vita cenobitica" di Baldovino di Forda. De vita cenobitica, seu communi. PL 204, 560.561. Lo
Spirito Santo è comunione; ama tanto la comunione da voler lui stesso
essere dato. Egli è la benevolenza stessa. Non è pago di dare ciò
che è suo, vuole dare tutto se stesso: tuttavia solo a quanti egli ha
reso degni di accogliere un sì gran dono. Poiché egli è dono: fin
dall'eternità è stato il più grande bene, il più grande dono. E
colui che, ricevuta la grazia di Dio, la comunica veramente al
prossimo perché se ne avvantaggi, possiede allora veramente ciò che
ha ricevuto. La
comunione dello Spirito Santo porta a mettere in comune anche le
sofferenze e le debolezze dell'uno e dell'altro. Se infatti la carità
è paziente, capace di patire, essa è anche capace di compatire; e
chi compatisce con colui che patisce fa sua la sofferenza di un altro,
sì che quell'unica sofferenza divenga comune a entrambi: per l'uno
sarà un piangere nei patimenti, per l'altro sarà un compiangere
nell'affetto. E
se le sofferenze dei giusti sono comuni, di conseguenza anche le loro
consolazioni saranno comuni: chi per l'affetto che viene dalla carità
sa piangere con chi piange, sa anche rallegrarsi con chi si rallegra. Noi
speriamo di aiutarci a vicenda pregando e acquistando meriti gli uni
per gli altri presso Dio; e dai meriti e dalle preghiere dei santi che
amiamo e dai quali desideriamo essere amati ci viene una grande
fiducia di ottenere presso Dio il perdono. dei nostri peccati e di
essere ritenuti degni della gloria. Dal trattato "La vita cenobitica" di Baldovino di Forda. De vita cenobitica, seu communi. PL 204, 561.562. Se
qualcuno di noi dovesse venir giudicato secondo i propri meriti senza
che i meriti altrui potessero venirgli in aiuto attraverso la
comunione della carità, chi mai potrebbe portare il peso del giudizio
di Dio? Poiché numerose e grandi sono le nostre iniquità. Dice il
profeta: Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà
sussistere? Le nostre buone opere non sono certo sufficienti, e tutti
i nostri atti di giustizia sono come panno immondo. Sebbene
piccoli e scarsi siano i miei meriti, io nutro una speranza ben più
alta, che va al di là dei miei meriti; confido che per la comunione
della carità i meriti dei santi mi verranno in aiuto, così che alla
mia insufficienza e imperfezione supplirà la comunione dei santi.
Mi consola il profeta che dice: Di ogni cosa perfetta ho visto il
limite, ma la tua legge non ha confini. O
spaziosa carità, dilatatrice di spazi, quanto grande è la tua casa,
quanto è vasto il luogo del tuo dominio! Non costringiamoci a stare
allo stretto nei nostri cuori, non lasciamoci imprigionare entro i
confini ristretti della nostra infima giustizia. La
carità fa spaziare la nostra speranza fino alla comunione dei santi
in una comunanza di meriti e di premi. Ma la comunione dei premi è
propria del tempo futuro: è la comunione della gloria che dovrà
essere rivelata in noi.
Dal Commento al Simbolo degli apostoli di san Tommaso d'Aquino. Opusculum theologicum VII, prologus. Opera Omnia, Parmae, 1864, t.XVI; 133. La
prima irrinunciabile connotazione del cristiano è la fede; senza di
essa nessuno può dirsi fedele seguace di Cristo. La
fede produce numerosi benefici. Anzitutto congiunge l'anima con Dio,
al punto che il credente si lega a lui come in matrimonio; difatti
leggiamo in Osea: Ti farò mia sposa nella fede. Il
secondo bene che produce la fede è dar principio in noi alla vita
eterna, che è appunto la conoscenza di Dio. Il Signore stesso ci dice
nel vangelo: Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico
vero Dio. Questa
conoscenza dell' Altissimo comincia quaggiù nella fede, ma raggiunge
la perfezione nella vita futura, quando conosceremo Dio come egli è.
Perciò leggiamo nella lettera agli Ebrei: La fede è fondamento
delle cose che si sperano. Nessuno può giungere alla beatitudine eterna, che è appunto la conoscenza vera di Dio, se prima non l'abbia conosciuto per fede: Beati quelli che pur non avendo visto crederanno! La
fede arreca un'altra utilità: ci fa da guida nella vita presente. Per
vivere bene, infatti, bisogna conoscere quanto è necessario a gestire
la vita nella luce di Dio; se dovessimo imparare attraverso lo studio
tutto quello che ci occorre per incarnare la virtù, non arriveremmo
mai a buon fine o soltanto dopo aver speso tanto tempo. La fede invece
insegna quanto necessita per camminare nelle vie della santità. Ci
rivela infatti che vi è un solo Dio, il quale ricompensa i buoni e
punisce i malvagi; ci avverte che vi è un'altra vita dopo questa, e
altre verità che bastano per spingerci al bene e fanno evitare il
male. Il
giusto vivrà per la sua fede,dice il Signore. Ed è ovvio, perché nessun filosofo, prima della venuta di Cristo,
poté sapere - per quanti sforzi facesse - quel tanto di Dio e sulle
realtà essenziali, necessarie alla vita eterna. Lo sa invece grazie
alla fede, dopo la venuta di Cristo, una semplice vecchierella. Già
Isaia aveva predetto: La saggezza del Signore riempirà la terra.
C'è ancora un beneficio che produce la fede: essa fa vincere le
tentazioni. A questo punto sarà chiara a chiunque la grande utilità
della fede.
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Tempo Ordinario
Ventesima Settimana
VANGELO
(Lc 18,9-14)
Il
pubblicano tornò a casa sua giustificato, a differenza del fariseo. In
quel tempo, Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di
esser giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a
pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il
fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che
non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come
questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di
quanto possiedo. Il
pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli
occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me
peccatore. Io
vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro,
perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.
Umiltà
Come vi è un orgoglio mondano e un orgoglio monastico, così esiste un’umiltà mondana e un’umiltà monastica (223, 224). Tramite la conoscenza di sé (225,226) e la messa in pratica del vangelo di Cristo (227) si acquista un cuore puro. (228)
223 Lunedì
Dalle “Istruzioni” di Doroteo di Gaza. Istruz.II,32.33.38.
S Ch92,195-197.203-205.
Esiste
un orgoglio tipico del mondo e un orgoglio tipico della vita monastica.
L’orgoglio mondano consiste nell’innalzarsi sopra il fratello perché
si è più ricchi, più belli, perché si indossano vesti più belle o si
è più nobili di lui. L’orgoglio
tipico della vita monastica consiste nel vantarsi di fare lunghe veglie,
di digiunare, di essere pii, di compiere sante pratiche ascetiche, di
essere pieni di fervore o addirittura nell’umiliarsi ma per riceverne
gloria. Questo è l’orgoglio monastico. Vediamo ora quali sono i due
generi di umiltà. Il primo genere di umiltà consiste nello stimare il
proprio fratello più intelligente e superiore in tutto; insomma, come
disse quel santo, nel “mettersi al di sotto di tutti”. Il secondo
genere di umiltà consiste nell’attribuire a Dio tutto quello che
riusciamo a fare. Questa è l’umiltà perfetta dei santi. E’
evidente infatti che l’umile, l’uomo di fede sa che non può far nulla
di buono senza l’aiuto e la protezione di Dio e così non smette mai di
invocarlo perché il Signore gli usi misericordia. E chi prega Dio senza
sosta, se gli è dato di compiere qualcosa di valido, sa da dove gliene è
venuta la capacità e non può vantarsene o attribuire quella bell’opera
alle sue forze; invece tutto quello che riesce a fare lo attribuisce a Dio
e non smette mai di ringraziarlo e di invocarlo. Teme che gli venga meno
tale aiuto, e che affiori la sua debolezza e la sua impotenza. Così
grazie all’umiltà prega e grazie alla preghiera si umilia e fa il bene;
e più si umilia, più riceve l’aiuto di Dio e avanza grazie alla sua
umiltà.
224 Martedì
Dai “Detti” dei padri del deserto. Poemen 36.Nau 656. Poemen 167.Nau 305. Poemen 49. Mortari,1972,pp.278-285.
Il
padre Poemen disse: Gettarsi dinanzi a Dio, non misurare sé stessi, e
buttare dietro di.sé la propria volontà, questi sono gli strumenti
dell’anima. Disse
anche: L’umiltà è la terra in cui il Signore ha ordinato che si faccia
il sacrificio. E
poi disse: Se l’uomo resta al suo posto, non subisce turbamento. Un
anziano affermò: Non dire nel tuo cuore queste cose contro il tuo
fratello: Io sono più vigilante e più ascetico; ma sottomettiti alla
grazia di Cristo con spirito di povertà e amore non finto, per non cadere
nello spirito di vana gloria e perdere la tua fatica. Sta scritto infatti:
Colui che crede di stare in piedi, guardi di non cadere (1Cor 10,17).
Sii condito con sale nel Signore. Un
anziano sentenziò: In qualunque prova non incolpare nessuno, ma soltanto
te stesso, dicendo: Questo mi accade per i miei peccati. L’abate
Poemen disse: L’uomo ha bisogno dell’umiltà e del timor di Dio come
del respiro che esce dalle sue narici.
225 Mercoledì
Dalla “Scala del Paradiso” di san Giovanni Climaco. Grado 25°,28,29,38,53. Op.cit.223,225,227.
Chi
conosce sé stesso con finissima sensibilità del cuore, getta un seme in
terra; ma quelli che non seminarono così, non possono vedere fiorire
l’umiltà. Chi conosce sé stesso ottiene di avere nell’animo il
timore del Signore; e chi avanza puntellandosi su questo sentimento
varcherà la porta dell’amore. Contrizione,
conoscenza di sé e umiltà son tre cose differenti. La contrizione è
generata da una caduta. Chi cade si spezza e prega senza fiducia filiale,
ma con lodevole impudenza; depresso com’è, si appoggia al bastone della
speranza e se ne serve per scacciare il cane della disperazione. La
conoscenza di sé è lucidità dei propri limiti e ricordo spietato delle
proprie minime pecche. L’umiltà
è la dottrina spirituale di Cristo, dottrina che viene ad unirsi
spiritualmente e in segreto nel cuore di quelli che ne furono giudicati
degni; è dottrina che le parole umane non possono esprimere. Chi chiede a
Dio meno di quanto merita, riceverà certo più di quanto sia degno. Lo
dimostra l’esempio del pubblicano. Chiedeva il perdono e ricevette la
giustificazione. E il ladrone chiedeva soltanto al Signore che si
ricordasse di lui nel suo Regno ma ricevette in eredità il paradiso
intero.
226 Giovedì
Dai “Discorsi ascetici” di Isacco di Ninive. Disc.21. Op.cit.,145.
Il
giusto che non abbia coscienza della propria debolezza vive sul filo di un
rasoio. Non è lontano dal cadere e lo spia da vicino il leone
distruttore, voglio dire il démone dell’orgoglio. Chi
non conosce la propria debolezza manca infatti di umiltà. E costui è
privo di perfezione. Ma chi è imperfetto trema sempre di spavento.
Infatti la sua città non è fondata su colonne di acciaio né su
basamenti bronzei, ossia sulle fondamenta dell’umiltà. Mai
nessuno diventerà umile se non percorre i sentieri che spezzano il cuore
e annientano la presunzione. Non è raro infatti che il nemico trovi in
noi qualche appiglio mediante il quale riuscirà a farci deviare. Senza
umiltà l’uomo non può assolutamente compiere la sua opera. Il sigillo
dello Spirito non potrà venir impresso sulla sua lettera di affrancamento
finché resta schiavo e la sua opera non ha superato lo stadio della
paura. Ripeto: nessuno lavora bene il suo cuore senza umiltà; e nessuno
impara se non passa attraverso la prova. Soltanto così può acquistare
l’umiltà.
227 Venerdì
Dalle “Istituzioni” di san Giovanni Cassiano. Lib.XII,capp.31-33. S Ch
Se
vogliamo raggiungere le altezze della perfezione che piace a Dio, occorre
gettare le fondamenta non secondo il nostro capriccio, ma seguendo la
stretta disciplina evangelica. Essa altro non è se non timore di Dio e
umiltà che procede dalla mansuetu dine e dalla mitezza di cuore.
L’umiltà poi non si può acquisire senza il distacco dalle cose. E
senza di essa non possiamo acquistare né il bene dell’obbedienza né la
fortezza della pazienza, né la tranquillità della mente né la perfetta
carità; se poi mancano tali virtù, il nostro cuore non può essere
dimora dello Spirito Santo, poiché il Signore ha affermato che volge lo
sguardo soltanto sull’umile e su chi ha lo spirito contrito (Is 66,2). Sopporteremo
tutto con facilità, giudicandolo poco o nulla, se ripenseremo sempre alla
passione di Cristo e dei suoi santi. Così offese, sgarbi e villanie ci
parranno tanto più lievi quanto siamo lontani dai meriti e dal modo di
vivere dei santi. Questo pensiero è davvero efficace e ci renderà umili
verso Dio. E
tutto sarà fatto quando arriveremo a persuaderci che senza l’aiuto e la
grazia divina non possiamo far nulla per la perfezione interiore. Anzi,
persino capire questo è in verità un dono stupendo del Padre dei cieli.
228 Sabato
Dai “Capitoli pratici” di Niceta Stethatos. 1,47-49. FG 3°, 406
Per
i lottatori, ogni abbandono da parte di Dio avviene, naturalmente, per
questi motivi: per la vanagloria, per la condanna del prossimo e per
l’esaltazione a causa della virtù. Se una di queste cose si sarà
avvicinata alle anime dei lottatori, procurerà loro l’abbandono di Dio;
essi non sfuggiranno al giusto giudizio di questo abbandono per le loro
cadute, finché, dopo aver rigettato da sé la causa che ha preceduto
l’abbandono, non si rifugiano nell’altezza dell’umiltà. Non
solo il non conservarsi puro dai pensieri passionali è impurità del
cuore e macchia l’anima, ma anche l’esaltarsi per il gran numero di
opere buone, il gonfiarsi per le virtù, il presumere grandi cose per la
sapienza e la conoscenza di Dio e il biasimare i fratelli noncuranti e
negligenti. Ciò risulta chiaro dalla parabola del fariseo e del
pubblicano (Lc 18,8). Non credere di essere stato liberato dalle passioni
e di sfuggire la contaminazione dei pensieri passionali che ne derivano,
se hai ancora il sentire orgoglioso e superbo per le virtù; finché
confidi in te stesso e nelle tue opere, non vedrai dimora di pace nella
bontà dei pensieri né entrerai con gioia nel tempio della carità, con
ogni dolcezza e quiete di cuore.
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