Letture della preghiera notturna dei certosini

 

Ciclo A

 

 

Tempo Ordinario

 

 

Ventesima Settimana

 

Lunedì

Martedì

Mercoledì

Giovedì

Venerdì

Sabato

 

 

225

 

Dal trattato "La vita cenobitica" di Baldovino di Forda.

De vita cenobitica,  seu communi. PL 204, 555.556.

 

Che è mai la pace che da Cristo ci vien data e nel cui vincolo è conservata l'unità dello spirito? È  la reciproca carità della quale cerchiamo di amarci l'un l'altro. Essa non viene rotta finché diciamo le stesse parole e non vi sono scissioni fra noi. Di essa parla il beato Pietro quando ammonisce: Soprattutto conservate tra voi una reciproca ininterrotta carità.

Che significa reciproca carità se non "ciò che è mio è anche tuo"? Questo è quanto dico se parlo dei miei beni con una persona che amo. Se invece io amo senza essere amato da te, o se, amato da te, io non ti amo, non si può ancora parlare dì reciproca carità, perché questa non può essere soltanto mia o soltanto tua: la reciproca carità è comune, non può esser privata della comunione d'amore.

E oltre a essere reciproca deve anche essere ininterrot­ta, altrimenti non vi sarà né vincolo di pace né legame d'amore. È ininterrotta quella carità che è fondata sulla verità, che non viene spezzata da rancori o da sospetti, che anzi viene costantemente coltivata e nutrita da una reciproca accettazione e una reciproca sottomissione; che viene custodita con delicatezza e prudenza perché non venga meno; che non è adombrata da alcuna finzione.

Questa carità è di quanti veramente accettano di amar­si in Cristo non a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. Questa carità Cristo la imprime, la fissa, la incide nei nostri cuori profondamente con la parola e con l'esempio quando dice: Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. In questa carità, vincolo della pace, viene conservata l'unità dello spirito. Questa è la legge della vita comune.

  

 

226 

Dal trattato "La vita cenobitica" di Baldovino di Forda.

De vita cenobitica,  seu communi. PL 204, 557.558.

 

Dio va amato non a parole né con la lingua, come amano quelli di cui è scritto: Lo lusingavano con la bocca e gli mentivano con la lingua. Dio, che in sé non ha bisogno dei nostri benefici, ha in certo modo delegato a noi i fratelli il prossimo, che invece ne hanno bisogno. Saranno essi a ricevere quei benefici, e noi siam tenuti a effonderli su di loro in vece sua.

Nessuno perciò lusinghi se stesso sull'amore di Dio, nessuno si inganni pensando di amarlo: se non ama il prossi­mo non ama Dio.

Se ogni uomo non avesse uno strumento con cui far prova di se stesso, con cui saggiarsi, se cioè non amasse il prossimo che vede, che ha davanti a sé come delegatogli da Dio, e cui deve rendere il suo debito d'amore, come potrebbe mai amare Dio che non vede, che non gli si mostra presente e bisognoso? In quale altro modo potrebbe benefi­care Dio se non effondendo benefici su colui nel quale egli è bisognoso? Perché in sé Dio non ha bisogno di nulla: è nelle sue membra che egli chiede e riceve, che è amato e disprezzato.

Dunque nel voler bene al prossimo, come attraverso un legame d'amore e un vincolo di pace, l'amore di Dio e l'unità dello spirito vengono da noi trattenuti e in noi serbati. Chi non vuol bene al fratello si scosta dall'unità dello spirito, non ama Dio e non vive dello Spirito di Dio, ma del suo proprio sspirito: vive ormai di se stesso, non  di Dio.

  

227 

Dal trattato "La vita cenobitica" di Baldovino di Forda.

De vita cenobitica,  seu communi. PL 204, 559.560.

 

Chi riceve da Dio un dono suo proprio dev’essere co­sciente di averlo non per sé soltanto, ma per Dio e per il prossimo. Per Dio, cercando nel dono di Dio non la gloria personale ma la gloria di Dio; per il prossimo, fissando sempre lo sguardo sull'utilità comune e non sulla propria.

La carità infatti non cerca il suo interesse, ma quello di Gesù Cristo; ama la comunione, non la proprietà sottratta alla comunione. Ama tanto la comunione che può giungere a non rivendicare dei beni che spettano di diritto a sé e di cui altri si sono impadroniti.

Generosa è la carità e rifugge dalle liti. Perché dovreb­be rivendicare ostinatamente ciò che non ha se è pronta a dare ciò che ha?

Chi ha comunichi a chi non ha, come avverte colui che dice: Date e vi sarà dato. L'avidità, incline com'è a non comunicare, trattiene per sé ciò che ha: quanto è contraria alla comunione, tanto è nemica della carità.

Quanto più, allora, presso cristiani, e soprattutto presso religiosi che fanno professione di vita comune, in ogni cosa si deve avere e si deve mostrare la logica della comunione!

E la grazia di Dio si volge in gloria di Dio allorché il dono di Dio fatto a ciascuno in particolare viene riportato al bene comune; a sua volta, la comunione dello Spirito Santo è veramente con noi quando quel dono particolare che è dato a ogni singolo viene posseduto in comune grazie alla comunione dell'amore.

 

 

228 

Dal trattato "La vita cenobitica" di Baldovino di Forda.

De vita cenobitica,  seu communi. PL 204, 560.561.

  

Lo Spirito Santo è comunione; ama tanto la comunione da voler lui stesso essere dato. Egli è la benevolenza stessa. Non è pago di dare ciò che è suo, vuole dare tutto se stesso: tuttavia solo a quanti egli ha reso degni di accogliere un sì gran dono. Poiché egli è dono: fin dall'eternità è stato il più grande bene, il più grande dono. E colui che, ricevuta la grazia di Dio, la comunica veramente al prossimo perché se ne avvantaggi, possiede allora veramente ciò che ha ricevuto.

La comunione dello Spirito Santo porta a mettere in comune anche le sofferenze e le debolezze dell'uno e dell'altro. Se infatti la carità è paziente, capace di patire, essa è anche capace di compatire; e chi compatisce con colui che patisce fa sua la sofferenza di un altro, sì che quell'unica sofferenza divenga comune a entrambi: per l'uno sarà un piangere nei patimenti, per l'altro sarà un compiangere nell'affetto.

E se le sofferenze dei giusti sono comuni, di conseguenza anche le loro consolazioni saranno comuni: chi per l'affet­to che viene dalla carità sa piangere con chi piange, sa anche rallegrarsi con chi si rallegra.

Noi speriamo di aiutarci a vicenda pregando e acqui­stando meriti gli uni per gli altri presso Dio; e dai meriti e dalle preghiere dei santi che amiamo e dai quali desideriamo essere amati ci viene una grande fiducia di ottenere presso Dio il perdono. dei nostri peccati e di essere ritenuti degni della gloria.

 

229 

 

Dal trattato "La vita cenobitica" di Baldovino di Forda.

De vita cenobitica,  seu communi. PL 204, 561.562.

  

Se qualcuno di noi dovesse venir giudicato secondo i propri meriti senza che i meriti altrui potessero venirgli in aiuto attraverso la comunione della carità, chi mai potrebbe portare il peso del giudizio di Dio? Poiché numerose e grandi sono le nostre iniquità. Dice il profeta: Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Le nostre buone opere non sono certo sufficienti, e tutti i nostri atti di giustizia sono come panno immondo.

Sebbene piccoli e scarsi siano i miei meriti, io nutro una speranza ben più alta, che va al di là dei miei meriti; confido che per la comunione della carità i meriti dei santi mi verranno in aiuto, così che alla mia insufficienza e im­perfezione supplirà la comunione dei santi. Mi consola il profeta che dice: Di ogni cosa perfetta ho visto il limite, ma la tua legge non ha confini.

O spaziosa carità, dilatatrice di spazi, quanto grande è la tua casa, quanto è vasto il luogo del tuo dominio! Non costringiamoci a stare allo stretto nei nostri cuori, non lasciamoci imprigionare entro i confini ristretti della nostra infima giustizia.

La carità fa spaziare la nostra speranza fino alla comunione dei santi in una comunanza di meriti e di premi. Ma la comunione dei premi è propria del tempo futuro: è la comunione della gloria che dovrà essere rivelata in noi.

 

230 

Dal Commento al Simbolo degli apostoli di san Tommaso d'Aquino.

Opusculum theologicum VII, prologus. Opera Omnia, Parmae, 1864, t.XVI; 133.

 

La prima irrinunciabile connotazione del cristiano è la fede; senza di essa nessuno può dirsi fedele seguace di Cristo.

La fede produce numerosi benefici. Anzitutto congiunge l'anima con Dio, al punto che il credente si lega a lui come in matrimonio; difatti leggiamo in Osea: Ti farò mia sposa nella fede.

Il secondo bene che produce la fede è dar principio in noi alla vita eterna, che è appunto la conoscenza di Dio. Il Signore stesso ci dice nel vangelo: Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio.  Questa conoscenza dell' Altissimo comincia quaggiù nella fede, ma raggiunge la perfezione nella vita futura, quando conosceremo Dio come egli è. Perciò leggiamo nella lettera agli Ebrei: La fede è fonda­mento delle cose che si sperano.

Nessuno può giungere alla beatitudine eterna, che è appunto la conoscenza vera di Dio, se prima non l'abbia conosciuto per fede: Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!

La fede arreca un'altra utilità: ci fa da guida nella vita presente. Per vivere bene, infatti, bisogna conoscere quanto è necessario a gestire la vita nella luce di Dio; se dovessimo imparare attraverso lo studio tutto quello che ci occorre per incarnare la virtù, non arriveremmo mai a buon fine o soltanto dopo aver speso tanto tempo. La fede invece insegna quanto necessita per camminare nelle vie della santità. Ci rivela infatti che vi è un solo Dio, il quale ricompensa i buoni e punisce i malvagi; ci avverte che vi è un'altra vita dopo questa, e altre verità che bastano per spingerci al bene e fanno evitare il male.

Il giusto vivrà per la sua fede,dice il Signore. Ed è ovvio, perché nessun filosofo, prima della venuta di Cristo, poté sapere - per quanti sforzi facesse - quel tanto di Dio e sulle realtà essenziali, necessarie alla vita eterna. Lo sa invece grazie alla fede, dopo la venuta di Cristo, una semplice vecchierella. Già Isaia aveva predetto: La saggezza del Signore riempirà la terra. C'è ancora un beneficio che produce la fede: essa fa vincere le tentazioni. A questo punto sarà chiara a chiunque la grande utilità della fede.

 

 

 

Letture della preghiera notturna dei certosini

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 Ciclo C

 

Tempo Ordinario

 

Ventesima Settimana

 

VANGELO (Lc 18,9-14)

Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, a differenza del fariseo.

 

In quel tempo, Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.

Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo.

Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.

Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.

 

Umiltà

 

Come vi è un orgoglio mondano e un orgoglio monastico, così esiste un’umiltà mondana e un’umiltà monastica (223, 224).

Tramite la conoscenza di sé (225,226) e la messa in pratica del vangelo di Cristo (227) si acquista un cuore puro. (228)

 

Lunedì

Martedì

Mercoledì

Giovedì

Venerdì

Sabato

 

 

223

Lunedì

 

Dalle “Istruzioni” di Doroteo di Gaza.

Istruz.II,32.33.38. S Ch92,195-197.203-205.

 

Esiste un orgoglio tipico del mondo e un orgoglio tipico della vita monastica. L’orgoglio mondano consiste nell’innalzarsi sopra il fratello perché si è più ricchi, più belli, perché si indossano vesti più belle o si è più nobili di lui.

L’orgoglio tipico della vita monastica consiste nel vantarsi di fare lunghe veglie, di digiunare, di essere pii, di compiere sante pratiche ascetiche, di essere pieni di fervore o addirittura nell’umiliarsi ma per riceverne gloria. Questo è l’orgoglio monastico. Vediamo ora quali sono i due generi di umiltà. Il primo genere di umiltà consiste nello stimare il proprio fratello più intelligente e superiore in tutto; insomma, come disse quel santo, nel “mettersi al di sotto di tutti”. Il secondo genere di umiltà consiste nell’attribuire a Dio tutto quello che riusciamo a fare. Questa è l’umiltà perfetta dei santi.

E’ evidente infatti che l’umile, l’uomo di fede sa che non può far nulla di buono senza l’aiuto e la protezione di Dio e così non smette mai di invocarlo perché il Signore gli usi misericordia. E chi prega Dio senza sosta, se gli è dato di compiere qualcosa di valido, sa da dove gliene è venuta la capacità e non può vantarsene o attribuire quella bell’opera alle sue forze; invece tutto quello che riesce a fare lo attribuisce a Dio e non smette mai di ringraziarlo e di invocarlo. Teme che gli venga meno tale aiuto, e che affiori la sua debolezza e la sua impotenza. Così grazie all’umiltà prega e grazie alla preghiera si umilia e fa il bene; e più si umilia, più riceve l’aiuto di Dio e avanza grazie alla sua umiltà.

 

224

Martedì

 

Dai “Detti” dei padri del deserto.

Poemen 36.Nau 656. Poemen 167.Nau 305. Poemen 49. Mortari,1972,pp.278-285.

 

Il padre Poemen disse: Gettarsi dinanzi a Dio, non misurare sé stessi, e buttare dietro di.sé la propria volontà, questi sono gli strumenti dell’anima.

Disse anche: L’umiltà è la terra in cui il Signore ha ordinato che si faccia il sacrificio.

E poi disse: Se l’uomo resta al suo posto, non subisce turbamento.

Un anziano affermò: Non dire nel tuo cuore queste cose contro il tuo fratello: Io sono più vigilante e più ascetico; ma sottomettiti alla grazia di Cristo con spirito di povertà e amore non finto, per non cadere nello spirito di vana gloria e perdere la tua fatica. Sta scritto infatti: Colui che crede di stare in piedi, guardi di non cadere (1Cor 10,17). Sii condito con sale nel Signore.

Un anziano sentenziò: In qualunque prova non incolpare nessuno, ma soltanto te stesso, dicendo: Questo mi accade per i miei peccati.

L’abate Poemen disse: L’uomo ha bisogno dell’umiltà e del timor di Dio come del respiro che esce dalle sue narici.

 

225

Mercoledì

 

Dalla “Scala del Paradiso” di san Giovanni Climaco.

Grado 25°,28,29,38,53. Op.cit.223,225,227.

 

Chi conosce sé stesso con finissima sensibilità del cuore, getta un seme in terra; ma quelli che non seminarono così, non possono vedere fiorire l’umiltà. Chi conosce sé stesso ottiene di avere nell’animo il timore del Signore; e chi avanza puntellandosi su questo sentimento varcherà la porta dell’amore.

Contrizione, conoscenza di sé e umiltà son tre cose differenti. La contrizione è generata da una caduta. Chi cade si spezza e prega senza fiducia filiale, ma con lodevole impudenza; depresso com’è, si appoggia al bastone della speranza e se ne serve per scacciare il cane della disperazione.

La conoscenza di sé è lucidità dei propri limiti e ricordo spietato delle proprie minime pecche.

L’umiltà è la dottrina spirituale di Cristo, dottrina che viene ad unirsi spiritualmente e in segreto nel cuore di quelli che ne furono giudicati degni; è dottrina che le parole umane non possono esprimere. Chi chiede a Dio meno di quanto merita, riceverà certo più di quanto sia degno. Lo dimostra l’esempio del pubblicano. Chiedeva il perdono e ricevette la giustificazione. E il ladrone chiedeva soltanto al Signore che si ricordasse di lui nel suo Regno ma ricevette in eredità il paradiso intero.

 

226

Giovedì

 

Dai “Discorsi ascetici” di Isacco di Ninive.

Disc.21. Op.cit.,145.

 

Il giusto che non abbia coscienza della propria debolezza vive sul filo di un rasoio. Non è lontano dal cadere e lo spia da vicino il leone distruttore, voglio dire il démone dell’orgoglio.

Chi non conosce la propria debolezza manca infatti di umiltà. E costui è privo di perfezione. Ma chi è imperfetto trema sempre di spavento. Infatti la sua città non è fondata su colonne di acciaio né su basamenti bronzei, ossia sulle fondamenta dell’umiltà.

Mai nessuno diventerà umile se non percorre i sentieri che spezzano il cuore e annientano la presunzione. Non è raro infatti che il nemico trovi in noi qualche appiglio mediante il quale riuscirà a farci deviare.

Senza umiltà l’uomo non può assolutamente compiere la sua opera. Il sigillo dello Spirito non potrà venir impresso sulla sua lettera di affrancamento finché resta schiavo e la sua opera non ha superato lo stadio della paura. Ripeto: nessuno lavora bene il suo cuore senza umiltà; e nessuno impara se non passa attraverso la prova. Soltanto così può acquistare l’umiltà.

 

227

Venerdì

 

Dalle “Istituzioni” di san Giovanni Cassiano.

Lib.XII,capp.31-33. S Ch

 

Se vogliamo raggiungere le altezze della perfezione che piace a Dio, occorre gettare le fondamenta non secondo il nostro capriccio, ma seguendo la stretta disciplina evangelica. Essa altro non è se non timore di Dio e umiltà che procede dalla mansuetu dine e dalla mitezza di cuore. L’umiltà poi non si può acquisire senza il distacco dalle cose. E senza di essa non possiamo acquistare né il bene dell’obbedienza né la fortezza della pazienza, né la tranquillità della mente né la perfetta carità; se poi mancano tali virtù, il nostro cuore non può essere dimora dello Spirito Santo, poiché il Signore ha affermato che volge lo sguardo soltanto sull’umile e su chi ha lo spirito contrito (Is 66,2).

Sopporteremo tutto con facilità, giudicandolo poco o nulla, se ripenseremo sempre alla passione di Cristo e dei suoi santi. Così offese, sgarbi e villanie ci parranno tanto più lievi quanto siamo lontani dai meriti e dal modo di vivere dei santi. Questo pensiero è davvero efficace e ci renderà umili verso Dio.

E tutto sarà fatto quando arriveremo a persuaderci che senza l’aiuto e la grazia divina non possiamo far nulla per la perfezione interiore. Anzi, persino capire questo è in verità un dono stupendo del Padre dei cieli.

 

228

Sabato

 

Dai “Capitoli pratici” di Niceta Stethatos.

1,47-49. FG 3°, 406

 

Per i lottatori, ogni abbandono da parte di Dio avviene, naturalmente, per questi motivi: per la vanagloria, per la condanna del prossimo e per l’esaltazione a causa della virtù. Se una di queste cose si sarà avvicinata alle anime dei lottatori, procurerà loro l’abbandono di Dio; essi non sfuggiranno al giusto giudizio di questo abbandono per le loro cadute, finché, dopo aver rigettato da sé la causa che ha preceduto l’abbandono, non si rifugiano nell’altezza dell’umiltà.

Non solo il non conservarsi puro dai pensieri passionali è impurità del cuore e macchia l’anima, ma anche l’esaltarsi per il gran numero di opere buone, il gonfiarsi per le virtù, il presumere grandi cose per la sapienza e la conoscenza di Dio e il biasimare i fratelli noncuranti e negligenti. Ciò risulta chiaro dalla parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,8). Non credere di essere stato liberato dalle passioni e di sfuggire la contaminazione dei pensieri passionali che ne derivano, se hai ancora il sentire orgoglioso e superbo per le virtù; finché confidi in te stesso e nelle tue opere, non vedrai dimora di pace nella bontà dei pensieri né entrerai con gioia nel tempio della carità, con ogni dolcezza e quiete di cuore.  

 

 

          

 

 

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