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Letture della preghiera notturna dei certosini |
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Tempo Ordinario
Diciannovesima Settimana
Dal
Trattato sull’amicizia di Elredo
di Rievaulx. De
spiritali amicitia, III,
131-134. PL 195, 701- 702. È
molto bello per gli amici intrattenersi insieme, manifestare
a vicenda le proprie aspirazioni, tutto esaminare insieme e
trovarsi sempre pienamente d'accordo. Aggiungi
a ciò la preghiera a favore l’uno dell’altro, tanto più
efficace quanto più affettuosamente si rivolge a Dio ricordando la
persona cara. Allora scorrono le lagrime, perché si teme per lei,
le si vuol bene, o qualcosa per lei ci rattrista. Così,
mentre preghiamo il Cristo Gesù e da lui vogliamo essere esauditi
in favore dell'amico, su Cristo stesso si fissano il nostro amore e
il nostro desiderio. D'un tratto, quasi senza che ce ne accorgiamo,
succede di passare dall'affetto per l'uno all'affetto per l'altro. Come
se sfiorassimo da vicino la dolcezza di Cristo in persona,
cominciamo a gustare come egli è amabile, sperimentiamo un po'
com'egli è soave. Dall'amore già santo che ci stringe all'amico,
ci eleviamo a quello che abbraccia Cristo stesso, per cui gustiamo
intensamente il frutto spirituale dell'amicizia. È
una felicità che speriamo di conoscere un giorno in tutta la
pienezza: quando saranno scomparsi i timori che reciprocamente ci
assillano; quando saranno fugate le contrarietà che ora dobbiamo
subire gli uni per gli altri; quando sarà distrutta la morte con il
suo pungiglione che ora ci tortura ogni volta che vanno condivisi
pene e dolori; quando finalmente conosceremo la sicurezza, godremo
per sempre del bene sommo che è l'amicizia. E
questa amicizia, che ora è partecipata a pochi, si espanderà su
tutti e da tutti rifluirà su Dio, perché Dio sia tutto in
tutti. Dal
trattato "La vita cenobitica" di Baldovino
di Forda. De
vita cenobitica, seu
communi. PL 204, 547. Dio, che abita
una luce inaccessibile, non ha voluto essere totalmente ignorato: se
fosse stato ignorato non sarebbe stato amato. Per questo risplende
nei nostri cuori con un po' della sua luce, appena un barlume: e ci
si svela, ci manifesta la sua natura proprio in quell'aspetto in cui
più ci serve conoscerla perché possiamo poi accettare di amarla
con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la forza, secondo
il grado di conoscenza che ci è stato concesso. Dio
è amore, e come dice l'Apostolo, il suo amore e stato riversato
nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Questo amore, che per grazia è dentro di noi, in qualche modo ci
rimanda a quel grandissimo incomprensibile amore che è Dio.
Amore, benevolenza: ecco la natura di Dio. Ed ecco a sua volta la
natura dell'amore, quale noi possiamo percepirla nel più profondo
di noi stessi grazie a una certa sensibilità misteriosa che è
frutto dell'amore stesso: amare e voler essere amato. Perché
come il fuoco non può non ardere, così l'amore non può non amare.
L'amore è il fuoco, e amare è ardere. Il fuoco non si trattiene
entro se stesso, ma sembra muoversi con lo scopo di raggiungere in
continuazione nuovi territori da incendiare: non può vivere in se
stesso, ma cerca di comunicare il proprio calore a ciò che tocca e
incendia. Così
l'amore, per un impulso che non può rimanere nascosto, con
impazienza brama diffondersi, e riversare il bene di cui è ricco
nell'altro ch’egli vuole amare di un amore pieno, e metterlo in
comune, e associare l'altro a sé nella comunione di quanto
possiede. Alla luce dell'amore ogni bene appare più bello, quando
è messo in comune con intelligenza. Dal
trattato "La vita cenobitica" di Baldovino
di Forda. De
vita cenobitica, seu
communi. PL 204, 547- 548. La
carità ama la comunione quando si tratta di beni che sono
sufficienti a chi ama come a chi è amato di un amore pieno. Allora
la carità preferisce avere in comune con l'amato, piuttosto che
possedere da sola ciò che può essere sufficiente ad entrambi. Se
si tratta invece di beni che non sono sufficienti all'uno e
all'altro, spesso la carità sceglie di privarsene per non privarne
l'amico: questi ha bisogno, essa lo sa, della sua delicata
attenzione. Nell'effonder
benefici, infine, la carità opera sempre in modo che colui che è
amato ami a sua volta e in tal modo non sia il solo ad essere amato.
Perché la carità, lo si è detto, sempre ama essere amata. Non
basta all'amante l'amore della comunione se non c'è una comunione
dell'amore: se desidera che tutti i suoi beni siano comuni, molto più
vuole che lo sia l’amore stesso. Alla carità che
è in noi sono inseparabilmente unite due realtà, che costituiscono
il suo più essenziale desiderio: l'amore messo in comune e la
comunione dell'amore. Se l'uno o l'altro manca, la carità ancora
non conosce la beatitudine: e null'altro che la beatitudine essa
cerca nella comunione del bene e nella comunione di sé. Ma
se vi è il bene messo in comune e non l'amore, alla carità manca
qualcosa di cui essa richiede la presenza. Se l’amore è messo in
comune e non il bene, alla carità manca pure qualcosa di cui essa
non può accettare l'assenza. È solo così che queste due realtà
operano nella carità che è nostra, che è in noi, che è fra di noi. Dal
trattato "La vita cenobitica" di Baldovino
di Forda. De
vita cenobitica, seu
communi. PL 204, 549. L’amore
non conosce la beatitudine se nessuno vi partecipa. Senza
comunione esso non esiste. Ma quando conosce la beatitudine esso è
la vita beata stessa, e la vita beata è la beatitudine, quella
beatitudine che è il bene supremo. Ecco:
questa è la vita eterna, la vita beata, la vita comune, l'amore
infinito e incomprensibile comune a Dio Padre e al Figlio suo
unigenito. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha
concesso al Figlio di avere la vita in se stesso. Il Figlio ha in sé
la vita che ha anche il Padre, perché è una sola vita con il
Padre. Tuttavia
questa vita che il Figlio ha in sé (perché egli è la vita) non
l'ha da sé, ma dal Padre. Ciò che noi crediamo sia o abbia il
Figlio secondo la sostanza, tutto questo l'ha in comune con il
Padre; e dire che l’ha in comune con il Padre equivale a dire che
l'ha dal Padre. Ha dal Padre il suo essere Dio vivente, il suo
essere beato, onnipotente e sapiente, il suo essere la vita stessa,
la beatitudine, la potenza e la sapienza. Ha
dal Padre ancora il suo essere Figlio; e quel che ha ricevuto dal
Padre non ha cominciato ad averlo in un certo momento per il fatto
di aver ricevuto, nascendo, quel che il Padre generando gli ha dato. Il
Padre, che ha dato al Figlio di avere la vita in se stesso, così
come lui ha la vita in se stesso, ama il Figlio come se stesso; e il
Figlio ama il Padre come se stesso. Il loro amore è lo Spirito
Santo, legame e comunione dell'uno e dell'altro. Il loro amore è
talmente indivisibile che colui che ama il Padre ama anche il
Figlio, e colui che non è amato dal Figlio non è amato neanche dal
Padre. Uno
è il loro amore e indivisibile la maestà: una è la potenza e
indivisibile l'operare. Dal
trattato "La vita cenobitica" di Baldovino
di Forda. De
vita cenobitica, seu
communi. PL 204, 550. Una
certa rappresentazione di questa vita comune che è in Dio ed è Dio
si trova nella vita comune degli angeli. Lo Spirito Santo la fa
nascere in una suprema pace, poiché egli è l'amore, il legame e la
comunione. Infatti dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera; ora, i cieli sono
gli angeli che nell'amore del Signore vivono concordi e gioiosi.
Ciascuno ama tutti gli altri, e tutti amano ciascuno; tutti vogliono
le stesse cose e respingono le stesse cose ciò che piace a uno non
dispiace a nessuno; ciò che uno vuole nessuno lo rifiuta; uno è in
tutti l'intento, una è la volontà; tutti percepiscono e gustano le
stesse cose. Là non gonfia la superbia, non si strugge la gelosia, non divampa
l'ira, non litiga la discordia, non mormora l'intolleranza, non
diffama la lingua ingannatrice. Tutto si fa nella pace, tutto è
radunato nell'unità, tutto vive nella serenità. Nulla vi è di
disordinato, di confuso, nulla che sia estraneo all’ordine e
all'obbedienza, nulla che sia trattenuto di nascosto con l'intento
di appropriarsene. Tutto è evidente e chiaro: quel che è proprio
di ciascuno è comune a tutti in virtù della comunione dell'amore e
dell'amore della comunione. Radunati
nell'unico tempio, gli angeli esultano unanimi in Dio; chini tutti
assieme sul libro di vita, leggono, meditano e contemplano;
attorno all'unica mensa si saziano dello stesso cibo. In quel luogo,
in cui tutto attorno a loro è armoniosa quiete, si raccolgono
assieme in se stessi, e nessuno si dedica nella singolarità a opere
che possano turbare o contrastare la pace comune, l'obbedienza,
l'ordine. Così è la felice, splendida società dei cittadini del
cielo che vivono in comunità. Dal
trattato "La vita cenobitica" di Baldovino
di Forda. De vita cenobitica, seu communi. PL 204, 551. 553. Vi
è una certa comunione di grazia che abbraccia indistintamente in
una stessa professione di fede e in un'unica partecipazione
sacramentale coloro che, buoni o cattivi, appartengono alla fede
cristiana. Vi
è un altro tipo di comunione, quella di quanti vivono in comunità.
Di essi è detto: La moltitudine di coloro che eran venuti alla
fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua
proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro
comune. Perché l'essere un cuore solo e un'anima sola, così
come la comunione di ogni cosa, fanno la vita comune. E questa
riproduce in terra la vita degli angeli, per quanto lo permette
l'umana fragilità. Infatti coloro che hanno un cuore solo e
un'anima sola e ogni cosa in comune, che dunque sono in ogni cosa
concordi e unanimi anteponendo sempre la generale utilità e il bene
comune ai vantaggi personali, rinunziano totalmente a se stessi e
alle proprie cose: e così, nelle decisioni come nelle discussioni,
non ardiscono difendere con ostinazione il proprio modo di sentire,
né abbarbicarsi con tenacia alla propria volontà nel profondo del
cuore, né possedere qualche cosa anche minima in proprietà
personale. Così
si comportano quanti vivono questa realtà, se veramente l'accettano
dall'interno. Non solo: a causa di Dio essi si umiliano, da veri
servi di Dio, sotto la mano del loro compagno di servizio. In tal
modo il sentire di tutti discende dal volere di uno che detiene, per
dono, ogni potere, e dal quale sono anche orientate le volontà e
fra loro contemperate le diverse necessità: poiché lui solo ha il
potere di volere e di non volere. Gli altri rinunziano alla loro
libertà e al loro potere: ad essi non è lecito volere ciò che
vogliono, né potere ciò che possono, né sentire ciò che sentono,
e neppure essere ciò che sono e vivere secondo il proprio spirito. Possono
vivere solo secondo lo Spirito dì Dio dal quale sono mossi per
essere figli di Dio. Fra di essi lo Spirito di Dio è amore, legame
e comunione; più è grande l'amore, più forte è il legame e più
piena la comunione, e viceversa: più è grande la comunione, più
forte è il legame e più pieno l'amore.
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Diciannovesima Settimana
Se
avessi compreso la via della pace! +
Dal Vangelo secondo Luca In
quel tempo, Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città
pianse su di essa, dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo
giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”. In
quel tempo, Gesù entrato nel tempio, cominciò a scacciare i venditori,
dicendo: “Sta scritto: ‘‘La mia casa sarà casa di preghiera. Ma voi
ne avete fatto una spelonca di ladri!’’”. Ogni
giorno insegnava nel tempio. I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di
farlo perire e così anche i notabili del popolo; ma non sapevano come
fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole. La visita del Signore
Urge star svegli attendendo il Signore che viene a visitarci (217, 218), soprattutto mediante la preghiera e il cuore umile (219). Questo ci condurrà a far l’esperienza del va e vieni di Dio (220). Infatti Dio si compiace di visitare le solitudini del deserto (221) e dimorare nel nostro cuore (222).
217
Lunedì
Dal “Commento al Cantico dei cantici” di san Bernardo. Serm.57,1.3. PL 183,1050.1051.
Lo
Sposo viene, accelera il passo, si avvicina, è presente, guarda, parla, e
nulla di questi vari momenti sfugge all’attenzione della sposa; nulla
che non sia subito conosciuto da lei. Il Signore viene negli angeli, si
affretta nei patriarchi, si avvicina nei profeti, è presente nella carne,
guarda nei miracoli, parla negli apostoli. Oppure
così: viene con l’affetto e la volontà di usare misericordia, si
affretta con lo zelo nel portare soccorso, si avvicina umiliandosi, è
presente per quelli che lo circondano. Egli guarda le generazioni future e
parla del regno di Dio. Così
dunque viene lo Sposo. Con lui sono i ricchi benefici della salvezza;
tutto quel che lo riguarda è delizioso, stracolmo di giocondi e salutari
misteri. Ora,
colei che ama, veglia e tiene gli occhi spalancati. Beata lei che il
Signore avrà trovato desta ad aspettarlo! Non passerà oltre, ma si
fermerà e le parlerà, dira parole d’amore, parole di innamorato. Ché
il Diletto viene a par.lare d’amore, non a rimproverare . Alzati,
amica mia, mia bella, e vieni ! (Ct 2,10). Felice la coscienza che
merita di sentirsi chiamare così. Chi c’è, tra noi così vigilante e
desto a osservare l’istante in cui Dio lo visita? Chi scruta ogni andare
e venire dello Sposo, con la prontezza sufficiente per essere pronto ad
aprirgli all’istante che busserà alla porta? Infatti il testo del
Cantico or ora citato non è riferito alla Chiesa in modo che ognuno di
noi, che insieme formiamo la Chiesa, non partecipi di queste sue
benedizioni. Tutti quanti e senza differenze siamo invitati a possedere
come eredità le grazie divine.
218
Martedì
Dalle “Omelie” attribuite a Macario l’egiziano. Hom.16,5,3. 6,1. S Ch 275,201. Prima
che in ogni anima agisca la grazia e porti i frutti dello Spirito, il
Signore cerca in noi un frutto che appartiene in proprio solo alla nostra
libertà; si tratta del nostro volere, della nostra libera decisione,
della fede e carità intera che dobbiamo consegnare a lui. Il Signore
cerca anzitutto la prontezza alle buone opere, interne ed esterne, per
quanto sta in noi. Ecco ciò che egli si aspetta dall’uomo insieme col
tendere incessante verso di lui. Quando egli vede questa buona volontà
nell’anima, allora le concede la sua grazia e viene ad abitare in lei;
allora le concede il favore di portare i frutti dello Spirito Santo. Il
Signore fa il giro di ogni cuore, vi cerca frutti per entrare e riposarsi.
Difatti egli è morto per tutti e la razza di Adamo è stata redenta dalla
sua morte. Perciò ogni anima è debitrice verso di lui: deve morire a sé
stessa e vivere per Dio: riceverlo, preparargli e apprestargli come dimora
sé stessa e il proprio corpo. Così
il Signore potrà entrare e trovar riposo nei buoni costumi della nostra
volontà. Nutrito, dissetato, rivestito e confortato dalle virtù del
nostro cuore, ci dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in
eredità il Regno (Mt 25,34-35). Occorre
perciò che una simile attesa ci urga dentro il cuore insieme con la
speranza della venuta del Signore a riposarsi in noi. O per dir meglio, si
tratta del nostro riposo nel Signore.
219
Mercoledì
Dai “Discorsi ascetici” di Isacco di Ninive. Disc.5. Op.cit.,84.86.
Non
scordarti di Dio, riempiendoti di boria per cose vane, affinché egli non
si dimentichi di te quando sarai nella mischia della lotta interiore.
Pregalo senza requie nel tuo cuore; siigli docile quando sei nel tempo
della fioritura, perché egli si apra alla tua supplica quando
l’afflizione graverà su di te. Non smettere di purificarti davanti al
Signore e conserva sempre il suo ricordo in cuore, per tema che dopo
esserti attardato lontano dal suo ricordo, tu non possa entrare quando
andrai da Lui. Il rapporto fiducioso che ci getta in Dio viene dallo
scambio continuo con lui e dalla preghiera frequente. Il rapporto e la
vita con gli uomini mantengono il corpo. Ma il rapporto con Dio sostiene
la memoria del cuore, l’attenzione orante e il sacrificio di sé. Quando
osservi le vie del Signore e compi la sua volontà, allora spera in lui,
invocalo. Quando sarai chiamato, egli ti dirà: Ecco, sono qui. Prima che
la raffica della sofferenza piombi sopra di te, pregalo. In
mezzo alle disgrazie troverai Dio. Scendi più in giù di te stesso e
vedrai in te la gloria di Dio. Infatti dove germoglia l’umiltà, là si
effonde la gloria di Dio.
220
Giovedì
Dai “Discorsi sul Cantico dei Cantici” di Giovanni di Ford. Serm.43,7.9. CC Med. XVII-XVIII,311-312.
Dopo
lunga attesa, il Signore visita l’anima mia peccatrice e le dona ben più
di quanto essa aveva sperato. Della carità del Padre che gli fece amare
il mondo fino a dare il suo Unigenito, egli si degna rivelarle segreti
ineffabili, in un mormorio secondo le ricchezze della sua grazia. E la
dolcezza recondita di tale
rivelazione è ineffabile. Perciò
me ne sto lì, afferrato da tale esperienza e avvertendo da dove questa
volta il mio Signore Dio è venuto e ciò ch’egli sussurra al mio
orecchio, vedo, soppeso - se è lecito ad un peccatore parlare così –
ch’egli è scivolato in me fin dal seno del Padre. Sì, ed egli mi parla
del Padre suo, mi racconta tutto quello che vi è in quell’ abisso
divino. Allora,
siccome dopo tale benedizione, egli non consente a dimorare a lungo con
me, e giacché mi manca la forza per trattenere lui che se ne va, o
richiamarlo quando già è sparito, cosciente della mia indegnità, mi
dichiaro vinto. Abbandono colui che si affretta non so dove e ripiombando
nelle mie precedenti amarezze, ritorno a quanto avevo prima, ossia alla
mia povertà.
221
Venerdì
Dalle “Lettere” di sant’Eucherio. N.1ss. PL 50,7. Io
chiamerei a buon diritto il deserto un tempio del nostro Dio, non limitato
da mura. Dobbiamo crederlo: colui che certamente abita nel silenzio, ama
il segreto. Spesso egli si è mostrato in quel luogo ai suoi santi e,
quasi invitato all’eremo, non disdegnò di intrattenersi con gli uomini.
Già Mosè nel deserto ha visto Dio e il suo volto è diventato
splendente; nel deserto Elia si velò il volto, tremando al pensiero di
vedere Dio. E sebbene Dio sia presente a tutte le cose, perché a lui
appartengono, e non si assenta da nessun luogo, tuttavia egli si degna di
visitare in modo particolare il deserto, mistero del cielo. Là
io ho visto, o Gesù buono, gruppi di santi e le loro assemblee: nulla
bramano, nulla desiderano se non colui che bramano unicamente. Aspirano ad
avere libero tutto il tempo per dedicarlo alle lodi di Dio? Lo hanno.
Desiderano godere la compagnia dei santi? La godono. Bramano il possesso
di Cristo? Possiedono Cristo. Desiderano raggiungere la pienezza della
vita eremitica? La raggiungono nel cuore. In tal modo, per somma grazia di
Cristo, meritano di godere nel tempo molte delle cose che attendono nella
vita futura. Già possiedono la realtà che sperano. Anche durante la
stessa fatica hanno un non piccolo premio, perché nell’opera loro è già
quasi presente l’essenza del premio stesso.
222
Sabato
Dal “Commento al Cantico dei Cantici”di Guglielmo di san Teodorico. Nn.152-153. PL 180,528-529.
Lo
Sposo venendo alla sposa, si avvicina sempre di più; non è ancora il
faccia a faccia, tuttavia, egli s’insinua in lei con immagini sempre più
vicine al modello. E talvolta si offre a lei con certi tocchi amorosi che
risentono della forza e della bontà divina, tal’altra con l’efficace
intermediario della sua umanità. Infatti,
come una volta venendo in questo mondo, il Figlio dell’uomo portò alla
Chiesa sua sposa in pegno d’amore il sacramento della sua umanità, che
aveva rivestito, così all’anima fedele ispira più efficacemente il
ricordo costante di questa medesima grazia per stimolarla alla carità. Mediante queste manifestazioni divine, lo Sposo nutre la sposa quando è affamata, la riconforta se è afflitta; poiché solo il volto dello Sposo la può colmare di gioia. E non sempre viene di passaggio, ma talvolta si avvicina e si ferma, accordando alla sposa un piccolo aumento di gioia, quando con bontà si dona a lei; allora, con una grazia più abbondante, consola l’ansietà del suo desiderio, la stanchezza dovuta alla sua tensione, la tenerezza del suo amore.
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