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Letture della preghiera notturna dei certosini |
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| [Anno A] [Anno C] |
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Tempo Ordinario
Diciassettesima Settimana
Dal Trattato sull’amicizia di Elredo di Rievaulx. De spiritali amicitia, I, 20 – 23. PL 195,666.
L’amicizia mondana , quella cioè generata dalla
brama per le cose e i beni terreni, gronda inganno e falsità.
Tuttavia, un rapporto, difettoso agli inizi, a volte conduce l’uno o
l’altro a un certo grado di amicizia vera. Per esempio, due stringono un patto nella speranza di
un buon guadagno; se si mantengono fedeli a vicenda in quello sporco
affare, riusciranno a stringere un accordo gradevole e completo,
almeno in quel campo puramente materiale. Comunque non si può affatto
chiamar vera l’amicizia che nasca e continui per mero scopo
contingente. L’amicizia spirituale, l’unica che può dirsi
vera, non sorge in vista di un’utilità temporanea o per qualche
motivo estrinseco, ma dalla dignità della persona umana e dal
desiderio del cuore, per cui è frutto e premio a se stessa. Perciò l’amore spirituale tra brave persone nasce
da omogeneità di vita, di atteggiamenti, di desideri, è consonanza
soave e amorevole a proposito delle realtà umane e divine. Questa definizione mi pare esprima abbastanza bene la
natura dell’amicizia, purché ci troviamo d’accordo sul concetto
di carità. In tal senso, l’amicizia esclude ogni genere di vizio e
il voler bene si esprime come capacità di amare che vibra dolcemente
nel più intimo di sé. Quando tale è l’amicizia, l’accordo delle volontà
per il sì e per il no è tanto più bello quanto più è sincero. Due
che si amino così, non potranno volere nulla che nuoccia, né rifiuta
ciò che conviene.
Dal Trattato sull’amicizia di Elredo di Rievaulx. De spiritali amicitia, I, 20 – 23. PL 195,667.
Dio
ha voluto che tutte le sue creature ricevano impresso da lui, che è
sommamente e puramente uno, come un’impronta di unità. Ecco perché
non ha lasciato solo nessuno, ma ha radunato la moltitudine degli
esseri in una sorta di società. Già
per gli angeli la divina Sapienza provvide che non fossero creati in
pochi. Un’amabile società regna tra di loro e un amore soavissimo
crea medesima volontà e medesimi sentimenti. Se uno è superiore
all’altro non c’è però posto per l’invidia, poiché la carità
dell’amicizia vi si oppone. E così la moltitudine esclude il
sentirsi soli e la comunione dell’amore aumenta in tutti la gioia. Quando
poi ebbe creato l’uomo, per meglio valorizzare il bene della vita
sociale, Dio disse: Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio
fare un aiuto che gli sia simile. E la potenza divina non trasse
quell’aiuto da una materia simile o uguale; dalla sostanza stessa
dell’uomo fu creata la donna allo scopo di maggiormente promuovere
carità e amicizia. Ed
è bello che la seconda persona umana sia stata creata dal fianco
della prima. Così la natura ci insegna che gli esseri umani sono
tutti uguali, quasi collaterali, e non esiste fra di essi superiore e
inferiore, ciò che appunto connota l’amicizia. Perciò
la natura umana ha stampato nel cuore umano, fin dall’origine, il
sentimento dell’amicizia, che l’intimo senso dell’amore avrebbe
poi sviluppato nel godimento della sua dolcezza.
Dal Trattato sull’amicizia di Elredo di Rievaulx. De spiritali amicitia, I, 20 – 23. PL 195,672.
L’amicizia
è come un giardino che ci innalza all’amore e alla conoscenza di
Dio. Nell’amicizia
non c’è niente di disonesto, di finto, di falso, ma tutto è santo,
vero, deliberato. Ciò, peraltro, è proprio anche della carità.
L’amicizia però brilla di una speciale prerogativa: tra coloro che
essa cementa unità tutto diviene gioia, sicurezza, pace, delizia. La
perfezione della carità ci spinge invece ad amare quelli – e non
son pochi – che ci sono di peso, ci affliggono. Abbiamo cura di essi
sul serio e non per finta, però non li ammettiamo nell’intimità
segreta riservata all’amico. Nell’amicizia
si coniugano onestà e piacere, verità e letizia, dolcezza ed
energia, sentimento e azione: cose tutte che vengono da Cristo, da lui
sono promosse, in lui si perfezionano. Non
mi sembra poi così forzato o innaturale il passaggio da Cristo, che
ispira ilo nostro amore per gli amici, a Cristo che si offre a noi
come amico da amare. Così delizia segue delizia, dolcezza segue
dolcezza, all’affetto succede l’affetto. L’amico,
che si unisce all’amico nello spirito di Cristo, diventa con lui un
solo cuore e un’anima sola. E salendo i gradini dell’amore fino
all’amicizia di Cristo, diventa un solo spirito con lui, in un
mistico bacio.
Dal Trattato sull’amicizia di Elredo di Rievaulx. De spiritali amicitia, I, 20 – 23. PL 195,682.
Chi
insulta l’amico, rovina l’amicizia. A
molti piace criticare gli altri, come se automaticamente ne
ricavassero lodi per se stessi. C’è cosa più devastante
dell’oltraggio? Anche quand’è falso, copre di vergogna il volto
dell’innocente. Ma
che cos’è più insopportabile della superbia? Essa rifiuta
l’umile riconoscimento dei propri torti, unico rimedio per
un’amicizia incrinata. La superbia rende l’uomo sfrontato
nell’ingiuria e ribelle alla correzione. Rivelare
i segreti è estremamente odioso e indica viltà. L’indiscrezione
distrugge tra gli amici ogni traccia di amore, di gentilezza, e di
garbo; impregnando tutto di livore e di risentimento, colma
d’amarezza e d’indignazione. Per questo sta scritto: Chi svela i segreti perde
la fiducia. E poi: Chi ha svelato segreti non ha più speranza.
L’uomo più disgraziato è colui che ha perduto la fiducia
dell’amico e se ne strugge affranto. L’ultimo corrosivo dell’amicizia è colpire alle
spalle, cioè la maldicenza occulta. Si, è una pugnalata nella
schiena, il morso che uccide del serpente e dell’aspide. Chi
pratica la maldicenza occulta – dice Salomone – non
ha nulla da invidiare al serpente che morde senza rumore. Guardati da chiunque abbia queste cattive abitudini e non lo scegliere per amico, finché non si sia corretto.
Dal Trattato sull’amicizia di Elredo di Rievaulx. De spiritali amicitia, I, 20 – 23. PL 195,688.
Nell’amicizia nulla è più importante della fedeltà;
proprio essa la nutre e la custodisce. La fedeltà si presenta sempre
uguale a se stessa nelle avversità e nei successi, nella letizia e
nell’afflizione, nelle gioie e nelle amarezze. Guarda con lo stesso
occhio il piccolo e il grande, il povero e il ricco, il forte e il
debole, il sano e il malato. L’amico fedele si cura unicamente di ciò che
l’amico ha dentro il cuore; abbraccia la virtù là dov’essa
abita. Ogni altra qualità non lo tocca: se c’è, non vi dà
importanza; se non c’è, non la cerca. Questa fedeltà non emerge quando tutto va bene, ma
splende nella prova. Nel bisogno appunto si prova il valore di un
amico. Il ricco ne ha molti, ma sono veri amici? Lo si scopre quando
sopraggiunge la povertà. Può capitare che sul tuo conto corrano spiacevoli dicerie e qualcuno per malignità attacchi la tua reputazione. Se niente riesce a suggestionare il tuo amico, perché vi presti fede; se nessun dubbio lo smuove, nessun sospetto lo scuote, sii certo della sua fedeltà. Puoi davvero rallegrarti come di n bene cero e immutabile.
Dal Trattato sull’amicizia di Elredo di Rievaulx. De spiritali amicitia, I, 20 – 23. PL 195,689.
Molti
in questo modo non conoscono altri beni, se non ciò che frutta
materialmente. Costoro amano gli amici come i lori buoi, dai quali
sperano di ricavare qualche utile. Certamente sono privi della genuina
amicizia spirituale, che va cercata per Dio e per se stessa. Spesso
sono più salde le amicizie tra i poveri che tra ricchi, perché
l’indigenza rende impossibile la corsa al guadagno e così potenzia
l’amore. L’atteggiamento
verso il ricco di solito è inquinato dalla lusinga e dal falso
ossequio. Invece verso il povero nessuno maschera i propri sentimenti. Il
rapporto con chi si trova nell’indigenza è sempre sincero, perché
scevro da invidia. La conclusione è quindi ovvia: non si misura un
amico in base al denaro che ha in tasca. Vuoi
conoscere i motivi per cui uno ti è diventato amico? Osserva se
desidera le tue cose più che te; è forse interessato continuamente
di valersi del tuo appoggio per ottenere onori, gloria, denaro,
preminenza? Valendoti
di queste riprove, facilmente scoprirai le sue intenzioni; e tanto più
se costui invece di te preferisce un altro di maggior prestigio o uno
che accontenta i suoi desideri là dove invece a te non è possibile. E
vediamo tipi poco raccomandabili, per non dire di peggio, pretendono
nell’amico le doti che loro non riescono a possedere. Costoro si
spazientiscono per il minimo difetto dell’altro, lo correggono
severamente e, privi di discrezione come sono, trascurano le cose
importanti per inalberarsi a ogni sciocchezza. Sono grandi
confusionari, che non badano alle circostanze di luogo, di tempo, non
fanno attenzione alle persone cui convenga manifestare o tacere una
data cosa.
Tempo Ordinario
Diciassettesima Settimana
VANGELO (Mt 7,15-20)
Dai
loro frutti li riconoscerete.
In
quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Guardatevi dai falsi profeti
che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro
frutti li riconoscerete. Si
raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono
produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un
albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo
produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere”. Non
chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui
che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
Tale l’albero, tali i frutti
Svogliatezza o fervore, suscettibilità o rendimento di grazie (205), ecco i segni di una vita donata a Dio oppure al peccato. Purezza e conversione dei costumi (206, 207) conducono alla vera preghiera che è conformità alla volontà di Dio (208). I frutti dello Spirito Santo (209) e la carità (210) sono i frutti che Dio cerca in noi.
205 Lunedì
Dai “Discorsi ascetici” di Isacco di Ninive. Disc.12. Op.cit.,p.109.
Quando la trascuratezza inizia ad entrare furtiva nei
tuo cuore ed esso è condotto indietro nell’oscurità, quando la tua
casa sta per riempirsi di tenebre, ecco i segni premonitori che ciò sta
per accaderti: senti in te secretamente di essere malato nella fede, ti
volgi con frequenza verso il mondo visibile, diminuisce la tua fiducia;
arrivi persino a sentirti leso dal prossimo, sei turgido di rimproveri, la
tua bocca e il tuo cuore biasimano chiunque e qualsiasi cosa, persino
l’Altissimo. Invece, quando andrai in avanti, ecco i segni
inequivocabili che potrai leggere in te: avrai sempre e in ogni cosa la
forza della speranza, sarai ricco nella preghiera, non ti mancherà mai il
guadagrno spirituale in tutto quello che ti succederà; sentirai la
debolezza della natura umana sicché da un lato sarai premunito
dall’orgoglio, dall’altro eviterai di osservare i difetti altrui.
Infine, avrai il desiderio di uscire dal corpo, l’irresistibile invito
del tuo amore ti trascinerà nel secolo futuro verso cui siamo
incamminati. Scoprirai che tutte le sventure che ci capitano in
modo manifesto o segreto, sono date nella giustizia. Tutto in te sarà
compiuto con precisione; un’esattezza però, ben lungi dalla
presunzione. Tu renderai grazie, per tutto. Ecco i connotati dell’uomo vigilante che custodisce
sé stesso e dimora nella quiete, col desiderio di giungere alla
perfezione della vita monastica.
206 Martedì
Dal “Libro ascetico” di san Massimo il confessore. Nn.44-45. PG 90, circa 955. Non coltiviamo quei pensieri che tendono ad attenuare
i nostri peccati, e fanno presumere che ci siano stati perdonati, perché
il Signore mettendoci in guardia per essi, diceva: Guardatevi dai falsi
profeti, che vengono a voi in veste di pecora, ma dentro sono lupi rapaci
(Mt 7,15). Finché la nostra mente è sconvolta dal peccato, non
abbiamo ottenuto il perdono, perché non abbiamo ancora fatto degni frutti
di penitenza. Frutto di penitenza è la tranquillità dell’animo;
l’imperturbabilità è la distruzione del peccato. Non abbiamo ancora la
perfetta quiete, se a tratti siamo agitati dalle passioni; quindi non
abbiamo ottenuto il perdono completo delle colpe. Dal peccato originale siamo stati liberati col
battesimo; dal peccato commesso dopo il battesimo siamo liberati mediante
la penitenza. Pentiamoci dunque sinceramente affinché liberati dalle
passioni, otteniamo il perdono delle nostre cadute. Disprezziamo le cose
transitorie, nel timore che combattendo per esse con gli uomini, non
violiamo il precetto della carità e restiamo privi dell’amore di Dio. Camminiamo secondo lo spirito e non soddisferemo i
desideri della carne (cf Gal 5,16). Vigiliamo, siamo sobri;
riscuotiamoci d’ora in poi dal sonno della pigrizia. Emuliamo i santi
atleti del Salvatore; imitiamo le loro battaglie, trascurando le cose che
ci stanno alle spalle, protesi a ciò che ci sta davanti. Imitiamo la loro
corsa incessante, l’ardente desiderio, la padronanza della purezza, la
santità della continenza, la generosità della pazienza, la perseveranza
nella magnanimità, la clemenza della compassione; tendiamo alla
tranquillità della mansuetudine, al fervore dello zelo, alla sincerità
dell’amore, alla profonda umiltà, alla semplicità di un cuore povero.
207 Mercoledì
Dalla “Corrispondenza” di Barsanufio e Giovanni di Gaza. Lett.401. So1esmes, p.282.
Come ben sappiamo, se colui che digiuna mescola al
suo digiuno un po’ di volontà propria oppure ricerca la gloria umana e
ne fa il suo guadagno, quel digiuno è abominio davanti a Dio. Anche gli
Israeliti digiunavano, ma per aver commesso l’ingiustizia e compiuto la
volontà propria, incorsero nei rimproveri di Dio, per bocca del profeta
Isaia: Non è questo il digiuno che voglio (Is 58,6). Perciò, ogni opera buona che non è fatta per
l’amore di Dio e per lui solo, ma per volontà propria, è macchiata e
allontana il Signore. Ce lo insegna proprio la legge divina, perché sta
scritto: Non seminerai nella tua vigna semi di due specie diverse, non
ti vestirai con tessuto misto, fatto di lana e di lino insieme (Dt
22,9-11). Per comprendere che ci si riferisce alle opere, leggiamo
Qohelet che dice: In ogni tempo le tue vesti siano bianche (Qo 9,8).
Qui va inteso cioè che l’opera deve essere sempre pura. E quando vi si
mischia un po’ la volontà propria, l’opera è guasta e non piace a
Dio. Sicché il Signore diceva ai discepoli: Guardatevi dai falsi
profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci.
Dai loro frutti li riconoscerete (Mt 7,15-16). Sforziamoci perciò di
compiere l’opera di Dio per Dio solo, giacché se non sarà così, Dio
non ci chiamerà né ricorrerà a noi, perché l’opera da noi sia
compiuta. Infatti egli non manca di operai per realizzare la sua opera in
modo irreprensibile, secondo il suo volere. Siamo vigilanti nel compiere
il bene, per tema che, cedendo alla volontà propria, rendiamo inutile la
nostra fatica.
208 Giovedì
Dal “Trattato a Teodulo” di Esichio il presbitero. FG l°,232s.
Sta scritto che non chiunque mi dice: Signore,
Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del
Padre mio (Mt 7,21). Ma la volontà del Padre suo è questa parola che
ripetiamo in un salmo: Odiate il male voi che amate il Signore (Sal
96,10). Dunque, unitamente alla preghiera di Gesù Cristo,
odiamo anche i cattivi pensieri; ed ecco abbiamo fatto la volontà di Dio. Ma il Signore ha insegnato anche a noi inutili come bisogna lottare contro gli spiriti maligni. Cioè con umiltà, digiuno, preghiera e sobrietà. Lui, che non aveva bisogno di queste cose in quanto era Dio e Dio degli dèi. Dunque il primo moto della sobrietà è esaminare
frequentemente la fantasia, cioè l’assalto; perché satana non può
operare i pensieri senza la fantasia, né presentare menzogne
all’intelletto per ingannarlo. Altro modo è di avere il cuore
profondamente silenzioso sempre, e nell’esichia, lontano da ogni
pensiero. E pregare. Un altro è di supplicare con umiltà il Signore Gesù
Cristo per un aiuto continuo. Un altro modo è di avere nell’anima il
ricordo ininterrotto della morte. Tutte queste operazioni, carissimo,
impediscono come portinai l’accesso ai cattivi pensieri. E così
compiamo la volontà di Dio.
209 Venerdì
Dalle “Catechesi” di Teodoro di Tabenna. Catech.3.
Oeuvres de St Pacôme et de ses disciples, Lovanio,1956, CSCO
159,p.58.10-23.
Non dobbiamo essere trascurati, né dimenticare la
nostra salvezza; ma anzi rinnovarci in colui che ci dà la forza, Cristo
Gesù. Scambiamoci a vicenda l’affetto del nostro cuore, e portando la
croce di Cristo, seguiamolo in verità, nello spirito della promessa che
abbiamo fatto a lui, volontariamente e senza nessuna costrizione. Quel che Dio cerca in noi sono i frutti dello Spirito
Santo e occorre non essere negligenti in questo, perché è il punto su
cui saremo esaminati. Dunque cerchiamo di stimolarci a vicenda per saper
portare tutto il nostro frutto nelle cose che piacciono a Dio. Sappiamo che Dio si occupa di noi: lavoriamo per quel
che è necessario al corpo e sforziamoci di diventare un tempio santo di
Dio. Allora, fratelli miei fate tutto il possibile perché nessuno di voi
sia escluso, nel giorno in cui si manifesterà la gloria del Signore,
dall’assicurazione piena di gioia: Ancora un poco, infatti, un poco
appena, e colui che deve venire verrò e non tarderà; il mio giusto vivrà
mediante la fede (Eb 10,37-38). Non deve accadere che per la nostra
viltà o per il sopraggiungere di qualche tempesta, noi siamo infedeli
all’impegno che abbiamo liberamente abbracciato nella Comunità santa.
210 Sabato
Dall’Imitazione di Cristo. Lib. I,cap.15,2-3.
Senza la carità nessuna opera esteriore reca frutto;
al contrario, tutto ciò che vien fatto con spirito di carità, per poco
che sia e disprezzabile, diventa fruttuoso: perché Dio dà più peso a ciò
che ispira le nostre azioni che alle azioni stesse. Molto fa chi molto ama. Molta fa chi fa bene. E fa
bene colui che serve al bene di tutti più che alla propria inclinazione. Là dove noi vediamo carità, spesso c’è più egoismo che altrove; perché la perversa inclinazione della nostra natura, l’amor proprio, la speranza di essere ripagati e l’istinto della comodità raramente se ne stanno lontani da noi. Chi ha vera e perfetta carità non cerca sé stesso in nessuna cosa, ma desidera soltanto, in tutte le cose, la gloria di Dio: egli non invidia nessuno, perché non ama alcuna gioia personale; egli non vuol godere per conto proprio, bensì raggiungere la felicità con Dio, unico e massimo bene. Non attribuisce alcuna opera buona a nessuno, perché tutto riferisce a Dio, fonte prima di ogni cosa, e mèta beata dove eternamente riposa ogni anima santa. Basterebbe una scintilla di carità vera, per sentire piene di vanità tutte le realtà terrene. |
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