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Letture della preghiera notturna dei certosini

[Anno A] [Anno C]

 

Anno A

 

Tempo Ordinario

 

Diciassettesima Settimana

 

 

207

 

Dal Trattato sull’amicizia di Elredo di Rievaulx.

De spiritali amicitia, I, 20 – 23. PL 195,666.

 

 

L’amicizia mondana , quella cioè generata dalla brama per le cose e i beni terreni, gronda inganno e falsità. Tuttavia, un rapporto, difettoso agli inizi, a volte conduce l’uno o l’altro a un certo grado di amicizia vera.

Per esempio, due stringono un patto nella speranza di un buon guadagno; se si mantengono fedeli a vicenda in quello sporco affare, riusciranno a stringere un accordo gradevole e completo, almeno in quel campo puramente materiale. Comunque non si può affatto chiamar vera l’amicizia che nasca e continui per mero scopo contingente.

L’amicizia spirituale, l’unica che può dirsi vera, non sorge in vista di un’utilità temporanea o per qualche motivo estrinseco, ma dalla dignità della persona umana e dal desiderio del cuore, per cui è frutto e premio a se stessa.

Perciò l’amore spirituale tra brave persone nasce da omogeneità di vita, di atteggiamenti, di desideri, è consonanza soave e amorevole a proposito delle realtà umane e divine.

Questa definizione mi pare esprima abbastanza bene la natura dell’amicizia, purché ci troviamo d’accordo sul concetto di carità. In tal senso, l’amicizia esclude ogni genere di vizio e il voler bene si esprime come capacità di amare che vibra dolcemente nel più intimo di sé.

Quando tale è l’amicizia, l’accordo delle volontà per il sì e per il no è tanto più bello quanto più è sincero. Due che si amino così, non potranno volere nulla che nuoccia, né rifiuta ciò che conviene.

   

 

208

 

Dal Trattato sull’amicizia di Elredo di Rievaulx.

De spiritali amicitia, I, 20 – 23. PL 195,667.

 

Dio ha voluto che tutte le sue creature ricevano impresso da lui, che è sommamente e puramente uno, come un’impronta di unità. Ecco perché non ha lasciato solo nessuno, ma ha radunato la moltitudine degli esseri in una sorta di società.

Già per gli angeli la divina Sapienza provvide che non fossero creati in pochi. Un’amabile società regna tra di loro e un amore soavissimo crea medesima volontà e medesimi sentimenti. Se uno è superiore all’altro non c’è però posto per l’invidia, poiché la carità dell’amicizia vi si oppone. E così la moltitudine esclude il sentirsi soli e la comunione dell’amore aumenta in tutti la gioia.

Quando poi ebbe creato l’uomo, per meglio valorizzare il bene della vita sociale, Dio disse: Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile. E la potenza divina non trasse quell’aiuto da una materia simile o uguale; dalla sostanza stessa dell’uomo fu creata la donna allo scopo di maggiormente promuovere carità e amicizia.

Ed è bello che la seconda persona umana sia stata creata dal fianco della prima. Così la natura ci insegna che gli esseri umani sono tutti uguali, quasi collaterali, e non esiste fra di essi superiore e inferiore, ciò che appunto connota l’amicizia.

Perciò la natura umana ha stampato nel cuore umano, fin dall’origine, il sentimento dell’amicizia, che l’intimo senso dell’amore avrebbe poi sviluppato nel godimento della sua dolcezza.

 

  

209

 

Dal Trattato sull’amicizia di Elredo di Rievaulx.

De spiritali amicitia, I, 20 – 23. PL 195,672.

 

L’amicizia è come un giardino che ci innalza all’amore e alla conoscenza di Dio.

Nell’amicizia non c’è niente di disonesto, di finto, di falso, ma tutto è santo, vero, deliberato. Ciò, peraltro, è proprio anche della carità. L’amicizia però brilla di una speciale prerogativa: tra coloro che essa cementa unità tutto diviene gioia, sicurezza, pace, delizia. La perfezione della carità ci spinge invece ad amare quelli – e non son pochi – che ci sono di peso, ci affliggono. Abbiamo cura di essi sul serio e non per finta, però non li ammettiamo nell’intimità segreta riservata all’amico.

Nell’amicizia si coniugano onestà e piacere, verità e letizia, dolcezza ed energia, sentimento e azione: cose tutte che vengono da Cristo, da lui sono promosse, in lui si perfezionano.

Non mi sembra poi così forzato o innaturale il passaggio da Cristo, che ispira ilo nostro amore per gli amici, a Cristo che si offre a noi come amico da amare. Così delizia segue delizia, dolcezza segue dolcezza, all’affetto succede l’affetto.

L’amico, che si unisce all’amico nello spirito di Cristo, diventa con lui un solo cuore e un’anima sola. E salendo i gradini dell’amore fino all’amicizia di Cristo, diventa un solo spirito con lui, in un mistico bacio.

 

 

210

 

Dal Trattato sull’amicizia di Elredo di Rievaulx.

De spiritali amicitia, I, 20 – 23. PL 195,682.

 

Chi insulta l’amico, rovina l’amicizia.

A molti piace criticare gli altri, come se automaticamente ne ricavassero lodi per se stessi. C’è cosa più devastante dell’oltraggio? Anche quand’è falso, copre di vergogna il volto dell’innocente.

Ma che cos’è più insopportabile della superbia? Essa rifiuta l’umile riconoscimento dei propri torti, unico rimedio per un’amicizia incrinata. La superbia rende l’uomo sfrontato nell’ingiuria e ribelle alla correzione.

Rivelare i segreti è estremamente odioso e indica viltà. L’indiscrezione distrugge tra gli amici ogni traccia di amore, di gentilezza, e di garbo; impregnando tutto di livore e di risentimento, colma d’amarezza e d’indignazione.

Per questo sta scritto: Chi svela i segreti perde la fiducia. E poi: Chi ha svelato segreti non ha più speranza. L’uomo più disgraziato è colui che ha perduto la fiducia dell’amico e se ne strugge affranto.

L’ultimo corrosivo dell’amicizia è colpire alle spalle, cioè la maldicenza occulta. Si, è una pugnalata nella schiena, il morso che uccide del serpente e dell’aspide. Chi pratica la maldicenza occulta – dice Salomone non ha nulla da invidiare al serpente che morde senza rumore.

Guardati da chiunque abbia queste cattive abitudini e non lo scegliere per amico, finché non si sia corretto.

 

211

 

 

Dal Trattato sull’amicizia di Elredo di Rievaulx.

De spiritali amicitia, I, 20 – 23. PL 195,688.

 

 

Nell’amicizia nulla è più importante della fedeltà; proprio essa la nutre e la custodisce. La fedeltà si presenta sempre uguale a se stessa nelle avversità e nei successi, nella letizia e nell’afflizione, nelle gioie e nelle amarezze. Guarda con lo stesso occhio il piccolo e il grande, il povero e il ricco, il forte e il debole, il sano e il malato.

L’amico fedele si cura unicamente di ciò che l’amico ha dentro il cuore; abbraccia la virtù là dov’essa abita. Ogni altra qualità non lo tocca: se c’è, non vi dà importanza; se non c’è, non la cerca.

Questa fedeltà non emerge quando tutto va bene, ma splende nella prova. Nel bisogno appunto si prova il valore di un amico. Il ricco ne ha molti, ma sono veri amici? Lo si scopre quando sopraggiunge la povertà.

Può capitare che sul tuo conto corrano spiacevoli dicerie e qualcuno per malignità attacchi la tua reputazione. Se niente riesce a suggestionare il tuo amico, perché vi presti fede; se nessun dubbio lo smuove, nessun sospetto lo scuote, sii certo della sua fedeltà. Puoi davvero rallegrarti come di n bene cero e immutabile.

 

212

 

Dal Trattato sull’amicizia di Elredo di Rievaulx.

De spiritali amicitia, I, 20 – 23. PL 195,689.

 

Molti in questo modo non conoscono altri beni, se non ciò che frutta materialmente. Costoro amano gli amici come i lori buoi, dai quali sperano di ricavare qualche utile. Certamente sono privi della genuina amicizia spirituale, che va cercata per Dio e per se stessa.

Spesso sono più salde le amicizie tra i poveri che tra ricchi, perché l’indigenza rende impossibile la corsa al guadagno e così potenzia l’amore.

L’atteggiamento verso il ricco di solito è inquinato dalla lusinga e dal falso ossequio. Invece verso il povero nessuno maschera i propri sentimenti.

Il rapporto con chi si trova nell’indigenza è sempre sincero, perché scevro da invidia. La conclusione è quindi ovvia: non si misura un amico in base al denaro che ha in tasca.

Vuoi conoscere i motivi per cui uno ti è diventato amico? Osserva se desidera le tue cose più che te; è forse interessato continuamente di valersi del tuo appoggio per ottenere onori, gloria, denaro, preminenza?

Valendoti di queste riprove, facilmente scoprirai le sue intenzioni; e tanto più se costui invece di te preferisce un altro di maggior prestigio o uno che accontenta i suoi desideri là dove invece a te non è possibile.

E vediamo tipi poco raccomandabili, per non dire di peggio, pretendono nell’amico le doti che loro non riescono a possedere. Costoro si spazientiscono per il minimo difetto dell’altro, lo correggono severamente e, privi di discrezione come sono, trascurano le cose importanti per inalberarsi a ogni sciocchezza. Sono grandi confusionari, che non badano alle circostanze di luogo, di tempo, non fanno attenzione alle persone cui convenga manifestare o tacere una data cosa.  
Bisogna quindi saggiare la discrezione di colui che scegli; altrimenti ti procurerai liti e baruffe quotidiane, stringendo  amicizia con uno scriteriato o un imprudente.

 

 

Letture della preghiera notturna dei certosini

[Anno A] [Anno C]

 

Anno C

 

Tempo Ordinario

 

Diciassettesima Settimana

 

VANGELO (Mt 7,15-20)

Dai loro frutti li riconoscerete.

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete.

Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.

Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere”.

Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.  

Tale l’albero, tali i frutti

 

 

Svogliatezza o fervore, suscettibilità o rendimento di grazie (205), ecco i segni di una vita donata a Dio oppure al peccato. Purezza e conversione dei costumi (206, 207) conducono alla vera preghiera che è conformità alla volontà di Dio (208).

I frutti dello Spirito Santo (209) e la carità (210) sono i frutti che Dio cerca in noi.

 

205

Lunedì

 

Dai “Discorsi ascetici” di Isacco di Ninive.

Disc.12. Op.cit.,p.109.

 

Quando la trascuratezza inizia ad entrare furtiva nei tuo cuore ed esso è condotto indietro nell’oscurità, quando la tua casa sta per riempirsi di tenebre, ecco i segni premonitori che ciò sta per accaderti: senti in te secretamente di essere malato nella fede, ti volgi con frequenza verso il mondo visibile, diminuisce la tua fiducia; arrivi persino a sentirti leso dal prossimo, sei turgido di rimproveri, la tua bocca e il tuo cuore biasimano chiunque e qualsiasi cosa, persino l’Altissimo.

Invece, quando andrai in avanti, ecco i segni inequivocabili che potrai leggere in te: avrai sempre e in ogni cosa la forza della speranza, sarai ricco nella preghiera, non ti mancherà mai il guadagrno spirituale in tutto quello che ti succederà; sentirai la debolezza della natura umana sicché da un lato sarai premunito dall’orgoglio, dall’altro eviterai di osservare i difetti altrui. Infine, avrai il desiderio di uscire dal corpo, l’irresistibile invito del tuo amore ti trascinerà nel secolo futuro verso cui siamo incamminati.

Scoprirai che tutte le sventure che ci capitano in modo manifesto o segreto, sono date nella giustizia. Tutto in te sarà compiuto con precisione; un’esattezza però, ben lungi dalla presunzione. Tu renderai grazie, per tutto.

Ecco i connotati dell’uomo vigilante che custodisce sé stesso e dimora nella quiete, col desiderio di giungere alla perfezione della vita monastica.  

206

Martedì

 

Dal “Libro ascetico” di san Massimo il confessore.

Nn.44-45. PG 90, circa 955.

Non coltiviamo quei pensieri che tendono ad attenuare i nostri peccati, e fanno presumere che ci siano stati perdonati, perché il Signore mettendoci in guardia per essi, diceva: Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecora, ma dentro sono lupi rapaci (Mt 7,15). Finché la nostra mente è sconvolta dal peccato, non abbiamo ottenuto il perdono, perché non abbiamo ancora fatto degni frutti di penitenza. Frutto di penitenza è la tranquillità dell’animo; l’imperturbabilità è la distruzione del peccato. Non abbiamo ancora la perfetta quiete, se a tratti siamo agitati dalle passioni; quindi non abbiamo ottenuto il perdono completo delle colpe.

Dal peccato originale siamo stati liberati col battesimo; dal peccato commesso dopo il battesimo siamo liberati mediante la penitenza. Pentiamoci dunque sinceramente affinché liberati dalle passioni, otteniamo il perdono delle nostre cadute. Disprezziamo le cose transitorie, nel timore che combattendo per esse con gli uomini, non violiamo il precetto della carità e restiamo privi dell’amore di Dio.

Camminiamo secondo lo spirito e non soddisferemo i desideri della carne (cf Gal 5,16). Vigiliamo, siamo sobri; riscuotiamoci d’ora in poi dal sonno della pigrizia. Emuliamo i santi atleti del Salvatore; imitiamo le loro battaglie, trascurando le cose che ci stanno alle spalle, protesi a ciò che ci sta davanti. Imitiamo la loro corsa incessante, l’ardente desiderio, la padronanza della purezza, la santità della continenza, la generosità della pazienza, la perseveranza nella magnanimità, la clemenza della compassione; tendiamo alla tranquillità della mansuetudine, al fervore dello zelo, alla sincerità dell’amore, alla profonda umiltà, alla semplicità di un cuore povero.  

207

Mercoledì

 

Dalla “Corrispondenza” di Barsanufio e Giovanni di Gaza.

Lett.401. So1esmes, p.282.

 

Come ben sappiamo, se colui che digiuna mescola al suo digiuno un po’ di volontà propria oppure ricerca la gloria umana e ne fa il suo guadagno, quel digiuno è abominio davanti a Dio. Anche gli Israeliti digiunavano, ma per aver commesso l’ingiustizia e compiuto la volontà propria, incorsero nei rimproveri di Dio, per bocca del profeta Isaia: Non è questo il digiuno che voglio (Is 58,6).

Perciò, ogni opera buona che non è fatta per l’amore di Dio e per lui solo, ma per volontà propria, è macchiata e allontana il Signore. Ce lo insegna proprio la legge divina, perché sta scritto: Non seminerai nella tua vigna semi di due specie diverse, non ti vestirai con tessuto misto, fatto di lana e di lino insieme (Dt 22,9-11). Per comprendere che ci si riferisce alle opere, leggiamo Qohelet che dice: In ogni tempo le tue vesti siano bianche (Qo 9,8). Qui va inteso cioè che l’opera deve essere sempre pura. E quando vi si mischia un po’ la volontà propria, l’opera è guasta e non piace a Dio. Sicché il Signore diceva ai discepoli: Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete (Mt 7,15-16). Sforziamoci perciò di compiere l’opera di Dio per Dio solo, giacché se non sarà così, Dio non ci chiamerà né ricorrerà a noi, perché l’opera da noi sia compiuta. Infatti egli non manca di operai per realizzare la sua opera in modo irreprensibile, secondo il suo volere. Siamo vigilanti nel compiere il bene, per tema che, cedendo alla volontà propria, rendiamo inutile la nostra fatica.  

208

Giovedì

 

Dal “Trattato a Teodulo” di Esichio il presbitero.

FG l°,232s.  

Sta scritto che non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio (Mt 7,21). Ma la volontà del Padre suo è questa parola che ripetiamo in un salmo: Odiate il male voi che amate il Signore (Sal 96,10).

Dunque, unitamente alla preghiera di Gesù Cristo, odiamo anche i cattivi pensieri; ed ecco abbiamo fatto la volontà di Dio.

Ma il Signore ha insegnato anche a noi inutili come bisogna lottare contro gli spiriti maligni. Cioè con umiltà, digiuno, preghiera e sobrietà. Lui, che non aveva bisogno di queste cose in quanto era Dio e Dio degli dèi.

Dunque il primo moto della sobrietà è esaminare frequentemente la fantasia, cioè l’assalto; perché satana non può operare i pensieri senza la fantasia, né presentare menzogne all’intelletto per ingannarlo. Altro modo è di avere il cuore profondamente silenzioso sempre, e nell’esichia, lontano da ogni pensiero. E pregare.

Un altro è di supplicare con umiltà il Signore Gesù Cristo per un aiuto continuo. Un altro modo è di avere nell’anima il ricordo ininterrotto della morte. Tutte queste operazioni, carissimo, impediscono come portinai l’accesso ai cattivi pensieri. E così compiamo la volontà di Dio.  

209

Venerdì

 

Dalle “Catechesi” di Teodoro di Tabenna.

Catech.3. Oeuvres de St Pacôme et de ses disciples, Lovanio,1956, CSCO 159,p.58.10-23.  

Non dobbiamo essere trascurati, né dimenticare la nostra salvezza; ma anzi rinnovarci in colui che ci dà la forza, Cristo Gesù. Scambiamoci a vicenda l’affetto del nostro cuore, e portando la croce di Cristo, seguiamolo in verità, nello spirito della promessa che abbiamo fatto a lui, volontariamente e senza nessuna costrizione.

Quel che Dio cerca in noi sono i frutti dello Spirito Santo e occorre non essere negligenti in questo, perché è il punto su cui saremo esaminati. Dunque cerchiamo di stimolarci a vicenda per saper portare tutto il nostro frutto nelle cose che piacciono a Dio.

Sappiamo che Dio si occupa di noi: lavoriamo per quel che è necessario al corpo e sforziamoci di diventare un tempio santo di Dio. Allora, fratelli miei fate tutto il possibile perché nessuno di voi sia escluso, nel giorno in cui si manifesterà la gloria del Signore, dall’assicurazione piena di gioia: Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire verrò e non tarderà; il mio giusto vivrà mediante la fede (Eb 10,37-38). Non deve accadere che per la nostra viltà o per il sopraggiungere di qualche tempesta, noi siamo infedeli all’impegno che abbiamo liberamente abbracciato nella Comunità santa.  

210

Sabato

 

Dall’Imitazione di Cristo.

Lib. I,cap.15,2-3.

 

Senza la carità nessuna opera esteriore reca frutto; al contrario, tutto ciò che vien fatto con spirito di carità, per poco che sia e disprezzabile, diventa fruttuoso: perché Dio dà più peso a ciò che ispira le nostre azioni che alle azioni stesse.

Molto fa chi molto ama. Molta fa chi fa bene. E fa bene colui che serve al bene di tutti più che alla propria inclinazione.

Là dove noi vediamo carità, spesso c’è più egoismo che altrove; perché la perversa inclinazione della nostra natura, l’amor proprio, la speranza di essere ripagati e l’istinto della comodità raramente se ne stanno lontani da noi. Chi ha vera e perfetta carità non cerca sé stesso in nessuna cosa, ma desidera soltanto, in tutte le cose, la gloria di Dio: egli non invidia nessuno, perché non ama alcuna gioia personale; egli non vuol godere per conto proprio, bensì raggiungere la felicità con Dio, unico e massimo bene. Non attribuisce alcuna opera buona a nessuno, perché tutto riferisce a Dio, fonte prima di ogni cosa, e mèta beata dove eternamente riposa ogni anima santa. Basterebbe una scintilla di carità vera, per sentire piene di vanità tutte le realtà terrene.

 

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