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Incontro ecumenico |
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ARCIDIOCESI METROPOLITANA CATANZARO-SQUILLACE Segretariato Diocesano per l'Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso |
ARCIDIOCESI ORTODOSSA D'ITALIA del PATRIARCATO ECUMENICO di COSTANTINOPOLI |
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Giovedì 24 gennaio 2002 auditorium "Sancti Petri" palazzo Arcivescovile di Catanzaro |
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LA CALABRIA, TERRA D'INCONTRO TRA IL MONACHESIMO ORIENTALE e IL MONACHESIMO OCCIDENTALE |
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| Nella regola dei certosini, si trova questa frase: “I padri del nostro ordine seguirono il lume dell'oriente, ossia di quegli antichi monaci che, ardenti d'amore per il ricordo del Sangue del Signore versato di recente, popolarono i deserti per professarvi la vita solitaria e la povertà di spirito” (Statuti certosini, 3.1). Già, pochi anni dopo san Bruno, un monaco cistercense, |
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Guglielmo di Saint-Thierry, scrivendo una lettera ai certosini, la celebre Lettera d’oro, si rivolgeva a loro come a coloro che avevano “portato nelle tenebre dell’occidente e nei freddi delle Gallie la luce dell’oriente e l’antico fervore dei monasteri d’Egitto, cioè l’esempio della vita solitaria”. Con l’espressione “luce dell’oriente”, Guglielmo si riferisce alla luce spirituale della vita monastica, che proprio in oriente aveva avuto il suo inizio e la sua massima fioritura, dall’Egitto alla Palestina e dalla Siria alla Cappadocia. Il nostro padre san Bruno, infatti, ha istituito una forma di vita monastica che si ispira alle antiche laure del monachesimo orientale. La laura era un complesso di eremi per solitari, grotte o capanne, disseminati attorno ad un centro comune dove c'era la chiesa. Vi si andava il sabato e la domenica per la celebrazione della liturgia. La presenza di un superiore limitava le iniziative individuali ed esigeva l'obbedienza. Questa forma di vita semi-eremitica, più organizzata di quelle d'Egitto o d'Arabia, era destinata a diffondersi in seguito in tutto l'oriente. In modo analogo, i monaci certosini vivono nella solitudine dei loro eremi o celle, dove, nel silenzio, si consacrano alla preghiera continua, ma questi eremi sono riuniti attorno a un chiostro, e i monaci si ritrovano insieme nella chiesa conventuale per la liturgia eucaristica, per la preghiera notturna e per il vespro. A motivo di questo equilibrio di vita solitaria e comunitaria, ci sentiamo debitori nei confronti sia dei padri del deserto sia dei monaci che hanno istituito la vita cenobitica, come Pacomio e Basilio in oriente, Benedetto in occidente. In Calabria il nostro padre san Bruno ha vissuto la sua esperienza monastica a contatto con i monaci greci là presenti. Il contesto storico era molto delicato per quanto riguarda le relazioni tra latini e greci; la divisione del 1054 era recente ed era in corso un progetto di latinizzare la Calabria. Ancora oggi la nostra regione è terra dalle molteplici ricchezze spirituali. La nostra Certosa essendo situata sulla terra dell’antica Chiesa greca, consideriamo fondamentali le relazioni che la nostra comunità ha stabilito con il monastero greco-ortodosso di San Giovanni Therestis. Gli incontri e la comunione con i nostri fratelli della Chiesa sorella d’oriente sono segni forti di unità. |
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Siamo convinti che l’incontro tra i cristiani di varie tradizioni si fonda nella preghiera, e quindi fondamentale è il contributo dei monaci. Non mi sembra esagerato affermare che è il monachesimo il principio di unità nella Chiesa di Cristo. Tuttavia se l’abito non fa il monaco, neppure la vita monastica fa automaticamente degli uomini di unità. La storia ce lo ricorda: purtroppo è capitato che dei monaci, con uno zelo mal illuminato, più vicino al fanatismo che al fervore della carità, hanno contribuito ad allargare il divario tra le Chiese. Un esempio doloroso per noi fu la controversia che, nel XIV secolo, oppose il monaco greco-calabrese Barlaam ai discepolo di |
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San Gregorio Palamas. Riconosciamo che i monaci hanno la loro parte di responsabilità nella separazione tra le Chiese. Perciò dobbiamo essere sempre vigilanti. Per
essere fermento di unità, i monaci devono ritornare alle fonti del
monachesimo, nello scopo di ravvivare la loro vocazione, che si può
definire vocazione alla preghiera continua e alla conversione continua. Questa
preghiera continua non consiste senz’altro a presentare continuamente
delle richieste a Dio, neppure a pronunciare senza posa delle formule di
preghiera. Prima di parlare a Dio, occorre ascoltarlo, perché Egli parla.
Prima di essere intercessione o lode, la preghiera deve essere ascolto di
ciò che dice il Signore. Il monaco si nutre della Parola di Dio, come il
pane della sua anima. Ma ci vuole molto silenzio per poter sentire questa
Parola nel nostro cuore, perché si ascolta più con il cuore che con gli
orecchi. Il Signore, di solito, non si manifesta nel tuono o nella
tempesta, ma nel mormorio di un vento leggero. Perciò dobbiamo fare
silenzio attorno a noi e dentro di noi, dobbiamo ritornare al silenzio dei
primi monaci, uno dei quali diceva: “Una vita senza parola può
giovare di più che la parola senza la vita; c’è chi tacendo edifica,
c’è chi gridando disturba” (Isidoro di Pelusio, apoftegma, 1). Questo
atteggiamento spirituale davanti a Dio ci prepara ad aprire il nostro
cuore per metterci in ascolto degli altri, soprattutto di coloro che sono
diversi da noi. Nella regola certosina, c’è un’esortazione a questo
ascolto fraterno: “Se
non siamo d'accordo con un altro
(perché
questo capita anche tra i monaci), sappiamolo
ascoltare, e cerchiamo di capire il suo modo di vedere, affinché in tutti
divenga più stretto il vincolo della carità”
(Statuti,
22.13).
disordinati, distrazioni, immagini vane, desideri colpevoli, ecc. Un mondo tenebroso riempie il nostro cuore; dobbiamo fare pulizia; tale è il fine di tutte le pratiche ascetiche del monaco: digiuno, veglia notturna, clausura, povertà materiale. Per mezzo di questa purificazione interiore, il certosino raggiunge l’esichia, la quiete contemplativa, tanto ricercata dai monaci di tutti i tempi. Ma più ancora dell’ascesi corporale, più della povertà materiale, ci vuole quella dello spirito, la povertà dello spirito che professavano i padri del deserto come abbiamo sentito nel testo citato all’inizio. E cos’è questa povertà se non l’umiltà? Lo afferma un antico monaco: “Il monaco deve praticare prima di tutto l’umiltà, perché questo è il primo comandamento del Salvatore; egli ha detto infatti: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Giovanni della Tebaide). Quando un giovane vuole entrare in Certosa per abbracciare la vita monastica, egli, in presenza di tutta la comunità, chiede di essere ricevuto come il più umile servo di tutti. Questa umiltà si pratica nell’obbedire al superiore, nel dedicarsi al lavoro manuale, nel servire i fratelli infermi. Ma innanzitutto davanti a Dio l’umiltà si esprime nel pentimento, nel riconoscersi peccatore. Allora, consapevole di aver bisogno della misericordia di Dio, il monaco non può più che avere uno sguardo di compassione e di misericordia su tutti gli uomini. Diventa per lui impossibile qualunque controversia, qualunque giudizio negativo – non si può essere ad un tempo contemplativo e polemico – anzi egli accoglie amorevolmente l’altro rispettando la sua differenza. A un giovane monaco che chiedeva al suo maestro cosa fare per diventare monaco, fu data questa risposta: “Se vuoi essere monaco e piacere a Dio, purifica il tuo cuore nei riguardi di tutti gli uomini. Non biasimare nessuno. Se vedi qualcuno mentre pecca, prega il Signore dicendo: “Perdonami perché ho peccato” (Apoftegma della serie etiopica, 13,40). Avendo purificato il suo cuore alla scuola di Cristo, umile e mite di cuore, il monaco vede gli altri con uno sguardo nuovo, contemplativo: riesce a vedere nel volto di ogni uomo l’immagine del Crocifisso-Risorto, contempla il riflesso della bellezza di Dio sul volto di chiunque, perfino sui volti sfigurati dai quali spesso il mondo distoglie lo sguardo. |
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Per via della preghiera e della conversione continua, si sviluppa nel monaco certosino il senso della comunione universale in Cristo. La sua solitudine, scelta per Dio che è amore, non può essere che comunione, comunione con i fratelli compagni di vita all’interno del monastero, comunione universale ed amore di tutti gli uomini nella loro più diversità. Si diventa fratello di ogni uomo, aprendo il cuore senza limiti. Così esortava un monaco del deserto di cui non si conosce neppure il nome: “Ciascuno deve fare suo quanto accade al prossimo, soffrire con lui in ogni occasione, piangere con lui, sentirsi come se avesse il suo stesso corpo e come se egli stesso fosse |
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tribolato quando al fratello sopraggiunge una prova, così come sta scritto: Siamo un solo corpo in Cristo e La moltitudine dei credenti era un cuor solo e un’anima sola” (Apoftegma della serie anonima, 389). Questa esortazione non vale forse soprattutto per chi vuole fomentare l’unità tra i cristiani? Nel cammino verso l’unità, il dialogo ecumenico è necessario, ma l’essenziale è altrove; la priorità si trova nell’umile amore, sull’esempio di Cristo. Come, infatti, potrà realizzarsi l’unità della Chiesa voluta da Lui se non con l’amore. Non c’è altra strada. Sono cattolico romano, sono felice di essere cattolico, di vivere la mia fede cattolica, ma ciò non mi impedisce di amare la Chiesa ortodossa e di sentirmi vicino a lei. Chi respira con due polmoni respira meglio, è ovvio; chi respira con un solo polmone, invece, non rischia forse un’insufficienza respiratoria e cardiaca, nel senso spirituale, al livello della vita nel cuore profondo? Anche
se ci sono differenze nelle modalità di essere monaco, ciò non impedisce
un’autentica e profonda comunione tra monaci latini e monaci orientali.
Abbiamo lo stesso scopo, abbiamo la stessa sorgente, la “luce
dell’oriente”. Se gli uni e gli altri siamo coerenti con la nostra
vocazione monastica, cioè se viviamo gli uni e gli altri nel pentimento e
nella preghiera, nella docilità allo stesso Spirito, allora siamo già in
comunione. Rimane tuttavia la sofferenza di non essere in grado di
condividere lo stesso calice. Giovanni
Paolo II ha riconosciuto che tra i monaci c’è una vera comunione già
data, un’unità già vissuta. Ha scritto infatti ce “i forti tratti
comuni che uniscono l’esperienza monastica d’Oriente e d’Occidente
fanno di essa un mirabile ponte di fraternità, dove l’unità vissuta
risplende persino più di quanto possa apparire nel dialogo fra le Chiese”
(Lettera apostolica Orientale lumen, 9). Nell’impegno per l’unità tra i cristiani, altro è il compito del teologo che discute le formule teologiche che gli uni e gli altri possono sottoscrivere, altro quello del pastore che discerne i segni che possono promuovere l’unione, altro il compito del monaco che, consacrandosi alla preghiera e alla conversione interiore, nella docilità totale alla Parola di Dio e allo Spirito Santo, ritorna senza posa alle fonti della Chiesa e nel profondo del suo cuore. Il contributo dei monaci per l’unità è nascosto, invisibile, perché riguarda il profondo. Avviene un po’ come per le trasformazioni geologiche. Gli smottamenti superficiali sono provocati da movimenti sotterranei. Così i progressi nella comunione ecclesiale sono frutti, non c’è dubbio, di una crescita di santità e di amore nei cuori. A noi monaci spetta vivere in questa profondità, rimanere fedeli alla nostra vocazione di preghiera al cospetto di Dio, e fare sì che il nostro cuore sia il più grande possibile per amare gli altri come Dio li ama. Tra
monaci latini e monaci greci ci sentiamo fratelli, e insieme ai certosini
di Serra San Bruno, ringrazio il Signore della nostra vicinanza,
geografica e spirituale, con i monaci greci di San Giovanni Therestis.
Prego lo Spirito Santo perché possiamo camminare verso la piena
comunione, nel rispetto delle proprie tradizioni, perché il mondo creda.
L’unità non può essere un oggetto di vanto personale o comunitario.
Gesù ci vuole uniti perché il mondo creda, e creda che Dio è amore; ma
il mondo non potrà credere che Dio è amore se non vede che gia l’amore
ci unisce gli uni agli altri. Padre
Jacques Dupont |
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| Le foto sono di Giulio Archinà | |||||