STORIA
DELLA CERTOSA DELLO SPIRITO SANTO
A
FARNETA PRESSO LUCCA
Il secolo XIV fu un' epoca di grande espansione per
l'ordine certosino. Anche in Italia la sua presenza, che all'inizio del secolo
era assai limitata, alla fine dello stesso si trovò ad essere ormai pienamente
affermata con circa 25 monasteri, alcuni dei quali assai importanti e destinati
a raggiunger grande fama, sia sotto il profilo spirituale che sotto il profilo
artistico. La splendida certosa di Pavia era stata fondata proprio allo scadere
del secolo, nel 1396.
Anche le certose della Toscana furono tutte fondate
nel corso del Trecento, a iniziare dalla certosa di Maggiano, negli immediati
dintorni di Siena, fondata nel 1314 in esecuzione delle ultime volontà del
cardinale Riccardo Petroni.
Questa era ancora la sola certosa esistente in
Toscana, quando il ricco mercante lucchese ser Gardo di Bartolomeo Aldibrandi
dispose, con testamento del 17 settembre 1329, che entro due anni dalla sua
morte venisse fondato e dotato con i suoi averi un monastero dell'ordine
certosino nella città di Lucca o nel suo contado. Egli dimorava allora in
Venezia, dove appunto dettò le ultime sue volontà, e non sappiamo dove avesse
conosciuto i certosini apprezzandoli tanto da volerli chiamare a stabilirsi
nella sua patria. Forse ne aveva udito soltanto parlare e lodarne le virtù,
l'austerità di vita e, soprattutto, l'intenso spirito di preghiera che regnava
nei monasteri dell'ordine.
Ser Gardo stesso volle che questo monastero con la
sua chiesa "decorosa e bella" ("condecens et pulcra"), come
nel testamento si esprime, fosse dedicato allo Spirito Santo e in esso
avrebbero dovuto risiedere almeno dieci religiosi certosini ("fratres de
ordine certensi"), dei quali per lo meno quattro sacerdoti, che avrebbero
dovuto celebrare di continuo i divini uffici diurni e notturni, raccomandando
"a Dio e alla santa Trinità e alla beata Vergine Maria e al santo Spirito
e a tutti i Santi" l'anima del testatore medesimo e di tutti i suoi
parenti, tanto passati che futuri.
Ser Gardo visse ancora alcuni anni, morendo sul
finire del 1337 o ai primi del 1338. Dopo la sua morte i fidecommissari, tra i
quali comparivano anche il primogenito Nicolosio e la seconda moglie Puccina,
intendendo dare adempimento alle ultime volontà del defunto, si rivolsero nei
primi mesi del 1338 al capitolo generale dell'ordine certosino, che in data 29
maggio 1338 dava parere favorevole all'accettazione della nuova casa, nominando
i priori delle certose di Maggiano e di Bologna propri sindaci e procuratori per
dare l'avvio alla fondazione lucchese. Il vescovo di Lucca, Guglielmo Dolcini,
indirizzandosi ai sopraddetti priori in data 8 giugno 1338, dava l'assenso a
che nella propria diocesi venisse eretto un monastero dell'ordine certosino.
I primi terreni destinati all'erezione della nuova
certosa dello Spirito Santo furono acquistati il 2 dicembre 1338 nel popolo di
San Lorenzo a Farneta, a circa 7 Km a ponente di Lucca nell'antico piviere di
Arliano, tra prati, campi e boschi, al centro di un'amena e verdeggiante
valletta ricca d'acqua che si apre verso l'ampia valle del Serchio, alle
pendici del monte Quiesa. Gli acquisti di terreni in tale località furono
continuati e perfezionati l'anno seguente da parte ‑ come già per il primo
acquisto ‑di don Alibrando, priore di S.Michele in foro di Lucca, e di Guidone
Fatinelli, cittadino lucchese, ai quali i priori certosini incaricati di
guidare la fondazione della nuova casa, non potendo trattenersi personalmente
sul luogo, avevano affidato le operazioni necessarie a tale realizzazione. Non
sappiamo precisamente quando si desse inizio alla fabbrica del monastero, ma è
probabile che ciò sia avvenuto già prima dell'anno 1340, nel quale non solo
taluni istrumenti notarili indicano stabilitisi sul posto alcuni monaci, tra i
quali il primo priore don Francesco Montanini, già priore della certosa di
Maggiano presso Siena, ma anche il testamento di Vanni Arnaldi a favore della
recente fondazione, del 7 settembre 1340, ricorda esplicitamente il nuovo
monastero:"quod monasterium nunc ad presens edificatum est in loco ubi
dicitur Farneta".
Non sappiamo quali siano stati i tempi necessari
all'edificazione della nuova certosa, ma non dovrebbero essere stati
eccessivamente lunghi: dalle recenti ricerche di Graziano Concioni risulta che
alcune celle per i monaci erano già costruite nel 1344, il refettorio nel 1345,
il piccolo chiostro nel 1353. La chiesa stessa, per l'edificazione della quale
furono sicuramente spesi diversi anni di lavoro, potè essere consacrata il 14
ottobre 1358. Le sue mura perimetrali, salvo che per la facciata, sono le
stesse di quella oggi esistente, come pure al suo interno si trova tuttora la
lastra tombale con l'effigie a rilievo del defunto, Nicolosio figlio di Gardo
Aldibrandi che, secondo le disposizioni contenute nel testamento del 27 giugno
1388, lì volle essere sepolto (morì il 16 luglio 1388), considerando se stesso
come fondatore del monastero. Di queste più antiche costruzioni della certosa, oltre alla
struttura della chiesa, rimane unicamente il piccolo chiostro, per quanto
rimaneggiato.
Le notizie concernenti la certosa di Farneta,
soprattutto le vicende della sua fabbrica e della vita claustrale ivi condotta,
sono purtroppo assai scarse, nonostante i molti contributi che ci vengono dal
recente studio di Graziano Concioni, il quale si ferma in ogni caso al XVI
secolo. L'instabilità politica, le difficoltà economiche, la frequenza dì
azioni guerresche, che ancora caratterizzano il territorio lucchese nel XIV e
nel XV secolo, certo ritardarono il pieno sviluppo del monastero certosino,
anche se sembra che non intaccassero a differenza di quanto avvenne per altre
famiglie religiose la santità dì vita dei pochi monaci che vi risiedevano.
Certo è che nel 1472 lo stato materiale delle fabbriche monastiche risultava
molto cattivo, tanto che proprio in quegli anni si iniziò una ristrutturazione
generale del monastero, culminante agli inizi del Cinquecento con la
ricostruzione del grande chiostro. In un cartiglio scolpito sopra uno dei
capitelli del colonnato troviamo la seguente epigrafe: «Opus magistri
Bartolomei Cumaschi Valis Intelvi de Scaria anno MDIX» ("Opera di maestro Bartolomeo da Corno della valle
d'Intelvi da Scaria [compiuta] l'anno 1509"). Veniamo così a sapere che il
chiostro fu ricostruito, almeno per quanto attiene alle gallerie, da maestranze
comacine nel 1509.
Un'altra data, «MDLVIIII» (1559), è scolpita su un capitello
del chiostro dei procuratori, testimoniandoci così nel corso del XVI secolo una
continuità di importanti interventi che ancora traspare dalle architetture oggi
esistenti, nonostante i successivi restauri e rimaneggiamenti. In effetti
possiamo ritenere che una certa prosperità non dovette mancare al nostro
monastero, per lo meno a partire dal XVI secolo in poi, come testimoniano le
opere di architettura e di decorazione giunte sino a noi. Anche il Seicento
portò i suoi frutti, tra cui il rinnovamento generale della chiesa, pur
mantenendone la pianta e l'ossatura originaria. Non abbiamo tuttavia se non
pochissime testimonianze documentate circa gli interventi condotti. Sul
frontone dell'altare marmoreo della sala capitolare, attigua alla chiesa
monastica e quivi già in essere probabilmente sin dal 1512, leggiamo la data: «MDCVI»; nella parte posteriore
dell'altare della chiesa stessa è scolpita la data: «Anno lubilei MDCXXV», che si riferisce
probabilmente all'anno in cui l'altare fu rivestito di marmi policromi e
riconsacrato. In un'adunanza del capitolo del 19 dicembre 1688 veniva deciso il restauro della cupola
che copriva il santuario e la sua decorazione fu poi affidata a don Stefano
Cassiani nel 1693. Egli, monaco professo della casa e buon frescante, condusse
negli anni seguenti la decorazione pittorica di tutto il santuario e di gran
parte della chiesa.
Nessun evento di rilievo deve aver turbato
l'esistenza della certosa di Farneta sino al tempo della caduta della
repubblica di Lucca sotto il dominio napoleonico.
Nel 1806, sotto il principato di Elisa e Felice
Baciocchi, tutti gli ordini religiosi dello stato lucchese furono soppressi e
anche i certosini di Farneta furono costretti ad abbandonare il monastero.
Entrato questo a far parte del demanio, fu l'anno seguente alienato a dei
privati che per buona sorte ne mantennero pressoché intatte le strutture,
conservando anche parte dei suoi arredi.
Rimasto nelle mani di un unico proprietario,
l'intero complesso della certosa si trovava in vendita quando nel 1903 i
certosini della Grande Chartreuse furono per la seconda volta espulsi dal loro
monastero a seguito della nuova soppressione degli ordini religiosi in Francia.
Il Reverendo Padre don Michel Baglin, dopo aver predisposto un sopralluogo per
constatare le condizioni di manutenzione dell'ex‑certosa, decise dì farne
acquisto per trasferirvi la propria comunità in esilio. £atto di compravendita
fu stipulato il 10 novembre 1903 e subito si dette avvio ai lavori per il
riadattamento e l'ampliamento dei locali, che si rendeva tanto più necessario
in quanto la comunità monastica della Grande Chartreuse che vi si doveva
insediare non solo era di per sé molto più numerosa di quella che per il
passato era stata solita occupare il monastero, ma soprattutto vi si trasferiva
mantenendo tutte le sue prerogative e privilegi. La certosa di Farneta
diventava così la casa generalizia dell'ordine ed in essa vi furono
trasportati, tra l'altro l'importante archivio e la grande biblioteca
provenienti dalla Grande Chartreuse. Era poi assolutamente necessario adeguare
le fabbriche del monastero all'accoglienza di tutti coloro che avrebbero
partecipato alle convocazioni del capitolo generale dell'ordine, che qui
appunto avrebbero avuto luogo finché la comunità della Grande Chartreuse avesse
dimorato in questo suo asilo toscano. Tra gli interventi più significativi
condotti sull'architettura del monastero per adattarlo alle sopravvenute
necessità possiamo ricordare: la costruzione, dalle fondamenta, di due grandi
corpi di fabbrica presso la nuova entrata del monastero per adibirli a
foresteria; l'ampliamento della chiesa mediante un suo prolungamento dalla
parte della facciata; la costruzione di un secondo grande chiostro attiguo a
quello originario, in modo da rendere il numero delle celle più che
raddoppiato.
La comunità della Grande Chartreuse si stabilì nella
certosa di Farneta il 24 settembre 1904 e vi si sarebbe trattenuta finché un
mutamento di circostanze non le avesse permesso di rientrare nell'antica casa
madre dell'ordine. Ciò avvenne nel giugno del 1940, in maniera alquanto precipitosa, sebbene già da qualche tempo
il ritorno fosse atteso e fosse già stato predisposto; ad accelerare i tempi
furono le tristi circostanze dell'ingresso in guerra dell'Italia contro la
Francia.
Alcuni monaci e conversi
restarono tuttavia a Farneta, che fu allora eretta in casa autonoma dell'ordine
con rescritto apostolico del 3 agosto 1940.
La vita claustrale avrebbe
dovuto continuare quieta e silenziosa entro le mura del monastero, ritmata
dallo squillo sereno delle campane. Invece dense nubi di bufera si andarono
ben presto addensando sulla nuova comunità, prodotte dai dolorosi eventi della
guerra. E la tragica prova non si fece attendere a lungo.
IL TRAGICO ECCIDIO
DEI CERTOSINI DI FARNETA
Gli anni dolorosi della guerra, soprattutto dopo il
fatale 8 settembre 1943, portarono un numero sempre crescente di persone a
bussare alla porta della certosa; chi si presentava per chiedere un semplice
boccone da mangiare, chi, sfollato dalle città che rischiavano di essere
bombardate, cercava un ricovero nelle dipendenze del monastero o nei suoi
cascinali, chi si rivolgeva ai certosini per aiuti più gravi e pericolosi:
erano perseguitati politici, ebrei, uomini sfuggiti ai rastrellamenti, che
cercavano disperatamente un nascondiglio. La certosa accolse tutti. I certosini
si prodigarono con ogni mezzo ad alleviare le sofferenze di chi ricorreva alla
loro carità. Le stesse truppe d'occupazione tedesche più volte ebbero modo di
rivolgersi a loro per ottenere qualche aiuto ed il padre maestro del noviziato,
don Pio Egger, svizzero-tedesco, si prestò generosamente a fare da interprete
anche fuori del monastero.
All'interno della certosa l'orario di vita monastica
non subì praticamente alcun mutamento. Giorno e notte i monaci continuarono a
pregare in cella e in chiesa alle ore stabilite. A prima vista nulla pareva che
fosse cambiato. Ma in certosa avevano ormai trovato rifugio molte persone,
alcune delle quali ricercatissime, e la cosa non poteva rimanere nascosta
troppo a lungo.
La situazione si aggravò verso la fine d'agosto del
1944. Di questo si rendevano conto i monaci stessi e una forte apprensione
serpeggiava, pur nell'apparente tranquillità, all'interno del monastero.
La notte tra il l' e il 2 settembre, quando ancora i
monaci non si erano recati in coro per il canto del mattutino, un sergente
delle S.S., che altre volte aveva avuto contatti coi monaci e in particolare
col padre maestro don Pio Egger, suonò alla porta d'ingresso della certosa e
convinse il portinaio, l'anziano fra Michele Nota, ad aprirgli. Non appena il
portone fu aperto una pattuglia di tedeschi appostati lì fuori irruppe con
violenza nel monastero. Una squadra si recò in chiesa dove fermò i monaci non
appena che furono giunti in coro; altri rastrellarono il monastero arrestando
tutti coloro, religiosi e civili, che poterono trovare. Sembra che solo una
quindicina di persone, o con la fuga o per aver trovato qualche opportuno
nascondiglio, siano sfuggite alla cattura.
Tutti furono ammassati in una stanza presso la
portineria, quindi, la mattina seguente, nella cappella di famiglia, dove fu
possibile celebrare anche alcune messe. Ma ben presto un primo scaglione di
prigionieri, tra i quali il padre priore e il padre maestro, fu fatto salire su
due camion e trasferito nel capannone di un vecchio frantoio a Nocchi. La sera
anche tutti gli altri - e i monaci avevano dovuto riprendere l'abito borghese - furono condotti là. Quel capannone fu per diversi giorni un punto di raccolta
dei molti uomini fatti prigionieri nella zona e fu teatro nello stesso tempo di
dolorosi eventi; non solo del trattamento ingiurioso riservato a tanti
prigionieri da parte dei soldati tedeschi, ma soprattutto del fatto che molti
civili furono nuovamente presi e, spesso dopo forti maltrattamenti e
bastonature, furono mandati a morte.
Si giunse così alla mattina del 6 settembre. Fu allora
che anche il gruppo dei certosini fu diviso. Si comprese subito che tale
divisione già celava il diverso destino che essi avrebbero incontrato
analogamente a quanto avveniva per i prigionieri civili. Infatti i personaggi
più in vista - e tra i certosini vi figuravano il padre priore don Martino
Binz, il procuratore don Gabriele Costa, il maestro dei novizi don Pio Egger,
nonché il novizio Mons. Bernardo Montes de Oca già vescovo di Valencia in
Venezuela - furono avviati al forte di Massa per esservi custoditi in vista di
un'imminente fucilazione. Avvenne però che dopo essere stati trattenuti a
Camaiore fino al mattino del 7 settembre, fu loro imposta una marcia a piedi
sino al capoluogo apuano; la qual cosa non poteva essere sopportata dal priore
certosino e dal vescovo don Bernardo. I due religiosi furono quindi separati
dal gruppo, condotti con una camionetta su una strada di campagna fuori della
cittadina e uccisi a colpi di mitraglia. Di quanti furono rinchiusi nel forte
di Massa solo un esiguo numero poté scampare; quasi tutti ne furono infatti
tratti solo dopo tre giorni, il 10 settembre seguente, per il loro ultimo
viaggio verso la fucilazione, che avvenne per piccoli gruppi in luoghi diversi
delle campagne della zona. Fra essi comparivano dieci monaci certosini. Infatti
ai due padri già menzionati, don Gabriele Costa e don Pio Egger, si erano
aggiunti altri dieci religiosi provenienti da Farneta, aggregati in un primo
momento a un altro gruppo di civili e di religiosi che da Nocchi fu, la mattina
del 6 settembre, trasportato a Carrara per essere poi avviato ai campi di
lavoro. Ma tra i certosini di questo secondo gruppo ne furono di nuovo presi
otto, perché ormai anziani o giudicati inabili al lavoro: due padri, don
Adriano Compagnon e don Benedetto Lapuente, e i fratelli fra Alberto Rosbach,
fra Adriano Clerc, fra Michele Nota, fra Giorgio Maritano, fra Bruno D'Amico,
fra Raffaele Cantero. Anch'essi furono portati al forte di Massa e, come gli
altri, trucidati il 10 settembre.
Del gruppo dei certosini trasferiti da Nocchi a
Carrara alcuni, che non erano più idonei per i lavori pesanti, furono
trattenuti nella città apuana e rinchiusi nella caserma Dogali dove trascorsero
momenti di durissima pena, con la minaccia sempre incombente di una fucilazione
per rappresaglia. Ma alla fine, dopo che le S.S. ebbero abbandonato il paese,
furono liberati. 1 più validi del gruppo furono invece fatti partire, la sera
dell'8 settembre, per dei campi di lavoro in Germania. Fecero tappa al campo di
concentramento di Fossoli, presso Carpi, e qui riuscirono a far avvertire il
vescovo di Carpi della loro presenza. Monsignor Vigilio Dalla Zuanna accorse
immediatamente al campo e dopo pressanti trattative col comando tedesco riuscì
a far liberare quasi tutti i certosini, oltre ad altri sacerdoti. Furono
trattenuti soltanto dieci fratelli conversi perché, essendo pratici di lavori
manuali, erano stati considerati particolarmente utili come operai. Essi
vennero infatti deportati a Berlino e solo più tardi, nel febbraio 1945, liberati
per interessamento del nunzio apostolico.
In coloro che avevano trovato rifugio e ospitalità
presso il vescovo di Carpi maturò ben presto l'idea, conseguentemente
all'avanzamento del fronte, di raggiungere nuovamente la certosa di Farneta,
che si trovava ormai nel territorio liberato. Non tutti poterono intraprendere
il difficile e pericoloso tragitto tra i monti dell'Appennino, dove avrebbero
dovuto attraversare il fronte con grave rischio per la propria vita. Tuttavia
alcuni tentarono e dopo varie peripezie riuscirono nel loro intento tra il
dicembre 1944 e il gennaio seguente.
Piano piano la comunità dei superstiti si riuniva a
Farneta e la certosa tornava ad accogliere, come una vera madre, i propri
figli. La vita claustrale riprese a svolgersi secondo i ritmi stabiliti dalla
regola, ma per molti anni ancora il ricordo degli eventi tremendi del 1944
doveva rimanere fortemente impresso nella comunità monastica e in tutti coloro
che con essa entravano in contatto.
A dieci anni dalla tragedia, per cura del Comune di
Lucca, fu apposta presso la porta della certosa una lapide dalle brevi,
significative parole:
«Nei tristi giorni della servitù / vi fu chi cercò salvezza dalla incombente minaccia di morte / fra queste mura / che solo conoscono
la pietà e la vita dello spirito / ma ogni speranza
fu travolta / e alla cecità della violenza / si aggiunse la beffa / del
lusinghevole inganno e del cinico tradimento / Nel decennale della Liberazione
il Comune di Lucca e il Comitato cittadino».
Particolare solennità fu data alla celebrazione dei
quarant'anni dell'eccidio dei certosini di Farneta e di coloro che nella
certosa avevano cercato rifugio e protezione. La certosa fu infatti visitata da
una delegazione ufficiale del governo italiano guidata dal presidente del
consiglio Bettino Craxi e di ciò è stata tramandata memoria in una lapide
apposta pure presso l'ingresso del monastero: «Nel XL della Liberazione / le
Associazioni della Resistenza in Lucchesia / e l' Amministrazione Comunale di
Lucca / ricordano il martirio / dei 6 certosini sacerdoti, dei 6 certosini
conversi / e dei 32 civili / consumato nel settembre 1944. / La ferocia nazista
impose un medesimo destino di morte / ai monaci e a coloro che nell'ora
tenebrosa / trovarono fraterna ospitalità in questo sacro recinto. / La
presenza del Presidente del Consiglio dei Ministri / alla posa di questo marmo
/ consegna alla storia del popolo italiano / la testimonianza di questi morti.
/ Certosa di Farneta, 20 gennaio 1985».
In questo 2004 si vanno preparando le celebrazioni
per i sessant'anni della triste ricorrenza, con manifestazioni che
culmineranno giustamente nel mese di settembre.
©2004Museo della Certosa